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Mondiali 2006
Postato da Miriam il Martedì, 18 luglio @ 16:17:14 CEST (1002 letture)
Attualità I MONDIALI 2006

Italia Francia, 9 luglio 2006, ecco un’altra data che entra a far parte della nostra storia.
Campioni del mondo.
Nel 1982, quando l’Italia vinse i mondiali battendo la Germania, io avevo dodici anni e ricordo che con le mie due amiche, vicine di casa, urlammo dalla ringhiera del loro giardino, insieme agli autisti delle auto che passavano, suonando i clacson.
Oggi come allora?
L’essere umano è un animale gregario, anche se, di questi tempi, ben poche sono le manifestazioni che ci vedono uniti.
Una di queste, senza dubbio, è rimasta la partita dei mondiali. Perché altri incontri di calcio sono motivi per inscenare risse e vandalismi.
Tutti in giro a festeggiare, dunque?
Certo, ma sono cambiate le modalità. Si è sempre fatta baldoria, esultando, bevendo, strombazzando.
Quest’ultimo mondiale dovrebbe farci riflettere su come la società si evolve, anche nelle più semplici espressioni di gioia.
Petardi, spari, il consumismo che ha messo le grinfie anche sul tifo: magliette, bandiere, con la gara a chi appenda la più grande, trombe …
E incidenti che hanno inasprito il sapore della festa: morti sulla strada, ferimento per il lancio di oggetti o razzi …
Ma cosa succede? Non si riesce a festeggiare semplicemente, nemmeno in queste rare occasioni?
Io abito in un paese di circa 7000 abitanti. Il mattino dopo la vittoria si è dovuto raccogliere di tutto: dalle cartacce, ai frammenti di oggetti rotti; all’avanzo dei petardi esplosi, fino agli escrementi lasciati davanti alle vetrine dei negozi chiusi.
Non sono una tifosa, ma questa vittoria è servita all’Italia soprattutto per riacquistare credibilità agli occhi degli amanti del calcio. Dopo “calciopoli” e tutte le sue beghe.
Si vogliono le partite e i calciatori “puliti”. Giusto! Ma io vorrei che anche i tifosi lo fossero.
Non è impossibile togliere il: rompiamo tutto per festeggiare.
Per fare posto al più sereno: festeggiamo tutti la nostra nazionale.

© Miriam Ballerini
Leggi Tutto... | 2 commenti | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 3


La storia dell'Inno di Mameli
Postato da Grazia01 il Martedì, 11 luglio @ 21:30:05 CEST (7245 letture)
Invenzioni e origini II

L'inno di Mameli e' un curioso paradosso: in tanti conoscono le prime strofe e il ritornello, ma veramente pochi lo conoscono tutto. No, non a memoria, ma pochi sanno... come va a finire, con riferimenti alle formazioni dell'esercito romano (la coorte), all'Austria, ai Balilla, ai cosacchi! E qui diventa curiosita' storica e un paradosso: cantato prima delle partite da milioni di italiani, ma conosciuto da pochi.

Breve storia dell'inno di Mameli

Mameli L'inno nazionale italiano fu composto da Goffredo Mameli all'eta' di 20 anni, due anni prima di morire (Genova 1827, Roma 1849). Mameli era un giovane patriota, che ebbe il coraggio di esporre il tricolore durante l'assedio austriaco, che organizzo' una spedizione in aiuto di Nino Bixio durante l'insurrezione di Milano, che fu arruolato come capitano nell'esercito di Garibaldi. Un coraggioso morto si' in battaglia, ma in maniera assurda: fu ferito alla mano dalla baionetta di un compagno d'armi durante la liberazione di Roma, ma la ferita si infetto' e mori a soli 22 anni.

L'inno di Mameli in origine si chiamava Il canto degli italiani e fu messo in musica da Michele Novaro. Fu composto nel clima patriottico che sfociò poi nella guerra contro l'Austria. Successivamente fu Giuseppe Verdi a sceglierlo come inno a simboleggiare la patria (a discapito della Marcia reale). L'inno di Mameli diventa inno nazionale nel 1946, dopo la proclamazione della Repubblica (ufficialmente solo con legge del 2005).

Testo inno nazionale

Fratelli d'Italia
l'Italia s'e' desta
dell'elmo di Scipio
s'e' cinta la testa
Dov'e' la vittoria?
Le porga la chioma
che schiava di Roma
Iddio la creo'

Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
siam pronti alla morte
l'Italia chiamo'
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
siam pronti alla morte
l'Italia chiamo', si!
Leggi Tutto... | 1700 bytes aggiuntivi | 1 commento | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 4.09


Lentamente muore
Postato da Miriam il Lunedì, 03 luglio @ 18:53:43 CEST (1890 letture)
Poesie di Neruda I
Questa poesia, erroneamente attribuaita a Neruda. è stata scritta da
Martha Medeiros,
giornalista e scrittrice brasiliana

la lascio qui, perchè è qui che la cercheranno i più.

Il titolo originale è A morte devagar

trasformato in

Ode alla vita

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.


commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 4.5


Bassa marea di Miriam Ballerini
Postato da Miriam il Lunedì, 03 luglio @ 18:52:56 CEST (1127 letture)
Recensioni  I Vincitore terzo premio al concorso internazionale A.U.P.I. 2005
per la narrativa edita.

Ha partecipato al Premio Chiara 2006.

Bassa marea
Scavare tra le apparenze
per cercare nel profondo
di Maria Gulino



Racconti e poesie: esperienze di esistenza in un percorso lungo una vita...
per andare alla ricerca di una spiegazione del dolore e dell’incomprensione

Vite parallele, storie di uomini, fatti quotidiani misti a esigue vicende autobiografiche sempre al di là delle esteriorità, racchiudono il testo Bassa marea (EEditrice.com SerEl International, pp. 144, € 9,00) della giovane Miriam Ballerini, che in precedenza ha già pubblicato alcuni romanzi, grazie a uno dei quali (La casa degli specchi) ha ricevuto il Premio internazionale “Michelangelo”.
Adesso ha deciso di cambiare rotta in un’opera di “alti e bassi”, composta di prosa e versi, offrendo – nella lettera di presentazione del suo ultimo libro – una chiave di lettura per guidare ulteriormente il suo pubblico.
In prima persona afferma: «Ho camminato nella metafora della bassa marea, raccogliendo quel che il mare lasciava scoperto, a mano a mano nel suo ritrarsi. Ciò che andrete ora a leggere è ciò che ho scovato appena sotto la superficie».
Bassa marea «segue il senso naturale del tempo» – leggiamo nella nota di lettura al testo –, racconta pertanto le evoluzioni della vita: da prima della nascita fino a dopo la morte. A fare da protagonista è “la durata temporale” dunque, all’interno della quale sono presenti anche le svariate problematiche della cronaca dei giornali: disagi giovanili, droga, omicidi, paure adolescenziali, suicidi, violenze sessuali. Parecchie sono le considerazioni che inducono alla riflessione etica, o le note incoraggianti che nei momenti di sfiducia donano un tocco di ottimismo.

Un invito a pensare
Per tutti quelli che hanno una vena artistica, e per quelli che ancora non hanno imparato ad ascoltarsi, l’autrice usa parole genuine e incoraggianti, esplicitando che «è nella solitudine dell’arte che si possono ascoltare i passi da noi camminati». La Ballerini ci invita così a guardare dentro, a prestare attenzione agli itinerari interiori, a percorrere il tragitto personale e a dare valore all’esistere. Leggiamo infatti che «il senso della vita è semplicemente nel suo cammino; non nella partenza, né nel suo epilogo», e ancora: «il senso della vita non sta nei metri camminati, / ma nelle soste che ci siamo consentiti. / La vita è accorgersi che un albero dà frutti / non solo quando questi cadono a terra, / ma prima, perché alzando gli occhi ai rami / ancora esitanti fiori, li si era già contemplati».
Nel testo sono riportate inoltre alcune citazioni di scrittori e filosofi come Platone, Leibniz, Schopenhauer, Kierkegaard (del quale ripete i versi più celebri per la maggior parte dei sognatori, che dovrebbero prendere coscienza della propria vita interiore: «Cos’è la giovinezza? Un sogno. / Cos’è l’amore? Il contenuto del sogno»), i quali si sono posti il problema dell’esistenza, del senso e del problema del vivere; o di quelli che hanno studiato il quotidiano fra i ceti meno abbienti (come Zola), associando i loro versi a immagini in bianco e nero che in qualche modo ne descrivono il significato visivo.

Tra versi e prosa
Leggendo fra le righe del testo, scorgiamo momenti di intimità con noi stessi, quasi a sottolineare la vocina interiore che guida i passi e propone la meta da seguire, o alla quale ambire. Nei momenti più tristi la nostra autrice, che diventa l’amica del cuore ad hoc, ci dice: «sappi che ogni giorno nuovo / giungerà a scacciare il precedente. / Scoprirai d’avere le tasche piene di seminagioni, / e solo tu saprai decidere il momento per spargerle». E ribadisce con tenacia che «la peggiore morte è quella dell’anima costretta a portare in giro un corpo defunto», in quanto è l’anima che in primis dona vita alla persona, la caratterizza, la distingue. È come un voler educare alla vita, invitando la gente a guardarsi dentro, a dare valore ai propri gesti che ogni giorno diventano meccanici. Ma l’essere umano, in quanto pensante, non è prevedibile.
Particolarmente emozionante è il racconto in prosa La donna di picche – La donna di cuori: le vite parallele di due donne che scoprono di aspettare un bambino. L’una per errore, in seguito a una relazione con un uomo sposato, il quale la invita ad abortire per sfuggire alle responsabilità. Si tratta di una ragazza non amata, né da un uomo, né dalla famiglia; sola quindi, e circondata dai vizi del denaro. L’altra felicemente sposata, cara al marito e alla famiglia, in dolce attesa, fiera di diventare madre.
Il volo invece è un racconto «ispirato a un fatto di cronaca», afferma la Ballerini. Affronta il tema del suicidio di una ragazzina adolescente, la cui esistenza era stata sempre intaccata dal volere dei genitori. Una sensibile anima che aveva vissuto la vita non secondo i propri desideri, sogni, spensieratezze... ma sottomessa ai doveri, a cercare di non dispiacere al padre che lavorava per mantenerla agli studi, ad ascoltare la madre che, insoddisfatta della vita passata, pretendeva di manipolarla.
«Niente era stato prezioso nella sua giovane vita, nulla che non fosse stato in qualche modo sporcato dalle impronte digitali di mamma e papà». E dopo la morte, rimasero – anche se vane – le lacrime del «pianto inconsolabile» della madre, la stessa che spinse (inconsapevolmente) la propria figlia a non esistere più.

Una personalità empatica
La spontaneità e la naturalezza con cui l’autrice scrive i racconti ci mettono di fronte alle realtà che spesso riguardano la maggior parte della gente. Pare di immergersi e vivere sensazioni già provate, da collocare nella propria esistenza o in quella della persona più vicina, che ci coinvolge perché da sempre conosciuta. Dalle righe esce fuori una sensibilità di tipo empatico, che riesce a cogliere i sentimenti del prossimo pur rimanendone all’oscuro tante volte.
Nell’Autoritratto appaiono segni, indizi della precedente affermazione. La Ballerini vuole offrire tracce di sé in pochi versi: «Sono un fastello di dubbi e di certezze / [...] Mi accompagno all’emozione del vivere / e del morire. Eterea come un sogno / presente e solida come un vecchio albero». Si considera riflesso, ombra che si insegue o si precede, e nello stesso tempo consapevole di se stessa.
L’alternare prosa e poesia rende il testo vivace e dinamico, di facile lettura, comprensibile e adatto a ogni tipo di pubblico. L’autrice utilizza uno stile semplice e immediato, per i lettori di ogni età, dall’adolescente che potrebbe rispecchiarsi e prenderne esempio, all’adulto che ripercorre i propri passi con una sana saggezza, traendone degli insegnamenti dettati dalla corrente filosofica dell’esistenzialismo, e intercalati nel contesto culturale odierno.
Cos’è dunque Bassa marea? È un testo, all’interno del quale troviamo pillole di saggezza grazie alle quali ci emozioniamo, ci guardiamo dentro e reagiamo. «Quando si è sommersi dal dolore, è facile mostrarsi ciechi a quello che di bello ci può venire offerto. Eppure è soltanto sotto la superficie». In qualche modo dal libro sgorga un inno alla vita, come un suggerimento dell’amico immaginario, che segue e aiuta a capire quale strada intraprendere, colui che fa vedere chiaro, l’obiettivo che segnala che la felicità è a portata di mano e che per vederla basta levare il velo dagli occhi... poiché essa è in attesa. In tale direzione sono utili i versi – che la scrittrice ci riporta – di Percy Bysshe Shelley: «Non sollevare il velo dipinto / che quelli che vivono / chiamano vita». Perché la vita già la possediamo. Se solo ci liberassimo dal guardare noi stessi dall’esterno, e ci concentrassimo su di noi dall’interno... capiremmo che la chiave che apre la porta al vivere... sta dentro di noi. Quello della Ballerini è perciò un invito a pensare, a cogliere le minuzie quotidiane che edificano palazzi interi, e creano capolavori intessuti di anime, e quindi validi, per i quali vale sempre la pena sperare e vivere. In ogni contesto. Sono essi che vanno a finire nei meandri infiniti dell’essere, inteso come esistere. Pillole di saggezza, perciò fornite di profonde verità: «Si è uomini più quando s’inciampa, che quando si percorre la via in un perfetto ballo coreografato».
Ci immergiamo in realtà senza false apparenze, ma solo condotte per vie umane, con errori e ripensamenti. Con debolezze e speranze di forza. Tutto quello che spesso non riusciamo o non vogliamo vedere è qui esposto con serena dolcezza.

Maria Gulino

(www.scriptamanent.net, anno III, n. 26, dicembre 2005)
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La casa degli specchi di Miariam Ballerini
Postato da Miriam il Lunedì, 03 luglio @ 18:52:32 CEST (977 letture)
Recensioni  I Vincitore del Premio internazionale Michelangelo 2004 per la narrativa edita.

Nel 2005 libro di testo per le quinte superiori della Magistri Comacini di Como.

LA CASA DEGLI SPECCHI
Miriam Ballerini

OTMA edizioni

TRA NORMALITA’ E FOLLIA di Silvia Bottinelli (da Il Broletto di Como 2004).


Anche se non più costretti a vivere in manicomi e istituti i malati di mente restano individui isolati dalla società, imprigionati nei loro stessi pensieri e tenuti a distanza dall’incomprensione e dalla paura della gente. Ma come ci comporteremmo noi, se anche nella nostra mente il sottile velo che divide la “normalità” dalla follia si rom-pesse all’improvviso e ci trovassimo a dover ricomporre i cocci della nostra personalità?
Col suo nuovo romanzo Miriam Ballerini ci chiede di interrogarci su questa possibilità. La protagonista di
La casa degli specchi (OTMA Edizioni, pp. 184, 12,00 euro) è una signora con un nome comune, un lavora che la soddisfa e una figlia su cui riversa tutto il suo amore. La sua vita scorre tranquillamente finché, un giorno, guardandosi nell’anima, scopre di non piacersi affatto. L’orrore per la sua personalità, distorta da un egoismo incommensurabile, la porta a tentare il suicidio e poi a cominciare un lento processo di recupero in una casa di cura.
Nello spazio ristretto di una clinica in riva al mare convivono con lei altre donne con disagi psichici di varia entità ed evidenza: una ragazza anoressica, una giovane che non riesce ad uscire dalla sua camera, una donna con le tasche piene di bustine di zucchero rubate. Se c’è un perché a tutti questi atteggiamenti esiste anche la possibilità di riacquistare la serenità perduta. Ripercorrendo interiormente le tappe che hanno segnato la sua vita, Anna recupererà, anche grazie alle sagge citazioni di un’infermiera di colore, l’equilibrio necessario a farle desiderare di rimettersi in gioco.
Nato da un’intervista con un ragazzo ospite di un centro di recupero, La casa degli specchi è un nuovo tenta-tivo di Miriam Ballerini di avvicinare i suoi lettori ai malesseri della società contemporanea, per comprenderli senza pregiudizi. Con l’immediatezza che contraddistingue la sua scrittura, la giovane scrittrice appianese indaga nel disagio, fino a costruire una narrazione drammatica che, lontana dalla morbosità e dal voyeurismo, risulta di sicura efficacia.
Vincitore al concorso internazionale Michelangelo 2004 per la sezione narrativa edita.
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Dietro il sorriso del clown di Miriam Ballerini
Postato da Miriam il Lunedì, 03 luglio @ 18:52:06 CEST (986 letture)
Recensioni  I Per la sua seconda opera Miriam Ballerini ha scelto un’ambientazione da sogno

DIETRO IL SORRISO DEL CLOWN

Miriam Ballerini

EEditrice.com

A soli sei mesi di distanza dall’uscita del suo primo libro, e dopo aver vinto la IV edizione del premio letterario di narrativa “Arcadia 2001”, Miriam Ballerini si ripropone sulla scena letteraria con un nuovo romanzo dal titolo “Dietro il sorriso del clown”, edito come il precedente dalla casa editrice EEditrice.com/ Ser.El International e acquistabile ondine all’indirizzo www.eeditrice.com (14 euro).
Per la sua seconda opera Miriam Ballerini ha scelto un’ambientazione da sogno: un minuscolo paese dalle stradine strette e acciottolate di nome Aurora, un laghetto circondato dal verde e una casa-rifugio, con una torre di mattoni e una grande vetrata. In questo contesto idilliaco si nasconde la storia drammatica, taciuta, della protagonista, anche questa volta una giovane donna, che improvvisamente si trova a dover combattere contro un nemico invisibile, che si annida nella sua mente. Ira, e con nessun’altro nome poteva essere stata battezzata da una madre che non l’aveva desiderata, è una donna segnata, esteriormente da una lunga cicatrice che le solca la guancia e interiormente dal ricordo dell’aggressione che l’ha marchiata in questo modo: una violenza subita quando era ancora una ragazzina. Questo ed altri fatti dolorosi, che sono restati sopiti per anni, ricompaiono subdolamente sotto forma di un malessere psicologico che destabilizza la giovane. Inaspettati attacchi di panico portano Ira a riconsiderare sé stessa e la sua vita, che troverà una svolta quando riuscirà a riportare alla luce i ricordi di cui pensava di essersi liberata.
Indagatrice attenta e sensibile di problematiche difficili, Miriam Ballerini ci presenta una storia intensa con la quale si conferma scrittrice con un grande senso drammatico, capace di creare situazioni e di sviluppare storie, coinvolgendo il lettore dalla prima all’ultima pagina. Il suo scrivere, invita ad avvicinarsi, lievi come una piuma, agli altri per ascoltarne le storie, e a guardare oltre l’apparente normalità delle cose per scoprire cosa c’è davvero dietro l’immobile sorriso del clown. Riflettere è già una terapia.
Silvia Bottinelli
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Il giardino dei maggiolini di Miriam Ballerini
Postato da Miriam il Lunedì, 03 luglio @ 18:51:46 CEST (924 letture)
Recensioni  I Essere come i maggiolini: apparire e sparire dopo una stagione, la stagione della vita.

Il giardino dei maggiolini
Miriam Ballerini


Eeditrice.com
Ser.EI.International

Pagg.156
Euro 15

Essere come i maggiolini: apparire e sparire dopo una stagione, la stagione della vita.
Cogliere la fuggevolezza del tutto per afferrare il senso del nostro breve esistere è uno degli intenti del piacevole libro di Miriam Ballerini. Con naturalezza, scorrevolezza e modestia, la scrittrice raccoglie in un quadro di vita comune che scorre in un piccolo centro della provincia, l’esistere quieto e tradizionale della giovane Beatrice dai diciotto anni fino al fidanzamento con colui che diverrà poi suo marito.
Una altro dei meriti del libro è proprio quello di render affascinante e interessante una vita qualunque.
Il tono è colloquiale al punto che alcune volte l’autrice si sdoppia intervenendo sulle motivazioni del suo scrivere (una sorta di crescita interiore) e stimolando un colloquio quasi diretto con il lettore.
Tutto ciò senza apparire mai né invadente né supponente. Anzi questa scelta mi pare felice proprio per accentuare l’impressione che per altro si ha sin dall’inizio della lettura, di trovarci di fronte ad uno stretto intreccio tra realtà e realtà romanzesca.
Un terzo intento del libro è quello di mettere a confronto due generazioni per così dire di "perdenti" (i giovani non ancora usciti di famiglia, gli anziani dimenticati in un piccolo ospizio) con una generazione di apparenti "vincenti" (i genitori) sino a capovolgere però i ruoli e l’importanza di tutti gli attori: i giovani riescono proprio con i "vecchi" a intendersi e da loro colgono il senso dell’esistere, anzi la voglia addirittura di vivere… mentre gli ospiti dell’istituto finalmente trovano nella ragazza che li accudisce -Beatrice- comprensione, amore, emozione, considerazione (quest’ultima, reciproca).
In particolare si staglia su tutte le figure degli anziani quella di Luce, la donna destinata con la sua morte a dare sboccio definitivo alla crescita della ragazza.
Una luce sinistra si accende invece su ogni gesto e parola del babbo e della mamma di Beatrice. Divieti e umiliazioni continui che fanno concludere ogni giornata nel pianto sembrano così inutili e meschini se non fosse che la scrittrice ci avverte di aver assunto totalmente il punto di vista della giovane protagonista, così da salvare in extremis la natura apparentemente diabolica della coppia.
Ancora si delinea il delicato ma forte rapporto tra la ragazza e suo fratello, e proprio in un’alleanza comune contro i genitori si scoprono adulti e vicini dopo anni di quasi indifferenza caratterizzati da tipiche gelosie tra figlio maggiore e figlio minore.
Un romanzo che si fa leggere con atteggiamento di curiosità e interesse reali grazie allo stile piano e assolutamente armonioso di Miriam Ballerini.

Anna M. Simm
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Perle di sole (a mio padre) - Giovanni Formaggio
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 28 giugno @ 21:38:32 CEST (2284 letture)
Poesie di Formaggio

E' dentro di me
e vibra con tenerezza
come il fruscio di betulle e salici piangenti
la tua vita.

Vivo
come un cespuglio di rododendri in fiore
che strappa al cielo perle di sole
è scritto qui, nelle vene,
il rumore dei tuoi passi
di montanaro mai stanco.

Stupendi
come l'alba che gioca
con la rugiada sui petali dei fiordalisi,
sono qui, nella radura dell'anima
i giocattoli di legno
plasmati con le tue mani
per farmi bambino felice.

E' qui, nel cuore
racchiusa in un abbraccio infinito e leggero
la tua figura di vecchio sofferente
con le mie poesie sulle ginocchia
e un rigo di pianto.

Padre
hai accompagnato sottovoce i miei anni:
grande come l'immensità del mare.

Vorrei gridare al tempo di fermarsi
perchè non si spenga il dialogo
che nutre lo scorrere di questa mia vita
che continua la tua.

Giovanni Formaggio

http://www.paroledipoesia.net
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Solitudine
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 28 giugno @ 21:32:16 CEST (1213 letture)
Poesie di Formaggio

Sono qui
per riempire
i vuoti silenzi del cuore
e scuotere
quest'anima in agonia.
Annaspo
nel cielo ogni sera
come un fantasma.

E ogni sera
su questo lento morire
le stelle
brillano come lacrime.

Giovanni Formaggio
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Il gregge - Miriam Ballerini
Postato da Grazia01 il Martedì, 27 giugno @ 11:28:03 CEST (2626 letture)
Poesie e racconti di Ballerini Miriam II

Questo racconto non narra di una zona di Como, ma è tratto da un episodio accaduto a pochi metri da casa mia, ad Appiano Gentile. Una disgrazia che in pochi attimi ha distrutto un gregge. E può essere l’esempio di come uno scrittore possa trarre ispirazione anche, e soprattutto, da quanto gli accade intorno, riuscendo a dare un senso a delle piccole cose. A me è servito per scaricare un poco del dispiacere provato.



IL GREGGE
Tobia subì l’ennesimo strepito di urla della madre. Nascosto, seduto in cima alle scale, sull’ultimo gradino di legno, quello che scricchiolava meno degli altri; assisteva a un nuovo litigio dei genitori. O, forse, era sempre lo stesso che veniva ripresentato in una nuova versione.
“Non ne posso più della tua gelosia!”, gridò suo padre.
La sua voce salì per la scala a chiocciola, fino a scontrarsi coi suoi piedi imbacuccati in un paio di pantofole a forma di cane.
“E io sono stanca delle tue bugie!” Sua madre, se possibile, urlò più forte di prima.
Il bambino provò a coprirsi le orecchie con le mani, stringendo forte gli occhi, sperando in un qualche rifugio interiore, dove rintanarsi.
“Basta! Me ne vado!”
“No, caro! Non sei tu che te ne vai, sono io che ti caccio via!”
Tobia scalciò l’aria nel tentativo di rialzarsi velocemente. Rinculò fino alla sua camera, dove indossò le scarpe da ginnastica e il giubbetto che da poco si era tolto, tornando da scuola.
Dall’alto delle scale vide l’ombra di suo padre stagliata sul muro: un lungo braccio nero che si allungò per aprire la porta, poi, solo il rumore dei suoi passi sul vialetto e l’accendersi del motore dell’auto.
Tobia discese qualche gradino; sua madre piangeva in cucina, sentiva i suoi singhiozzi, nonostante cercasse di coprirne il suono lavando i piatti, sbattendoli fra loro nell’acqua saponata.
Percorse il corridoio piano; delicatamente aprì la porta e la richiuse adagio.
Aveva otto anni e il pensiero che gli si era presentato alla mente, era semplice e lineare: sottrarsi con la fuga ai litigi dei suoi genitori. Si sentiva svigorito, a furia di passare sempre più giornate ad ascoltare le loro urla, inerpicarsi sui gradini fino a raggiungerlo. Aveva paura, di un timore semplice che solo una parola sapeva racchiudere interamente: divorzio.
A scuola sentiva i discorsi degli altri bambini, figli di divorziati: prima erano le urla, poi il silenzio della divisione. E loro, i bambini, rimanevano in quella terra di mezzo - una terra di nessuno – sbatacchiati ora da un genitore, ora dall’altro. E questo quando ti andava bene: a volte, venivi affidato a mamma e, papà, non si faceva più vivo.
Senza accorgersene, Tobia camminò per le strade del paese, con le lacrime che a forza di pungergli gli occhi, avevano finito per trovare la loro via d’uscita.
Si avviò verso la campagna, passando da un sentiero che a volte percorreva con papà, quando uscivano a raccogliere more; con i guanti per non pungersi le mani e i cestini di vimini che finivano per tingersi di blu.
Superata una modesta altura, venne accolto dal latrare di alcuni cani e si ritrovò circondato da pecore, agnellini e un paio d’asini! Due pastori sedevano su dei massi, intenti a mangiarsi un panino, mentre custodivano il loro gregge. Quando i loro animali avessero ripulito a dovere quel campo, si sarebbero spostati in cerca di una nuova pastura.
Tobia si soffermò ai margini di quell’insieme bianco sporco, belante, ad osservare gli agnellini che trotterellavano intorno alle zampe degli adulti.
Trascorse così alcune ore, divertendosi ad accarezzare la lana sporca delle pecore e quella più candida dei loro cuccioli. I quali si avvicinavano giusto il tempo per farsi accarezzare il muso rosa, e poi scappare via.
I suoi genitori, nel frattempo, si erano riconciliati, come sempre accadeva dopo le loro liti. Per il bene di Tobia, perché non c’erano davvero questi grandi motivi di contrasto. Erano la tensione, i malumori raccolti sul lavoro che andavano sfogati in qualche futile scontro; per liberarsi da quel catarro vischioso prodotto dallo stress. E poi, ancora si guardavano con negli occhi il velo dell’amore. Forse era un po’ rattoppato, logoro, ma pur sempre lì, a fungere da mantello per ripararsi l’un l’altro.
La donna scese le scale di corsa, allarmata: “Tobia non c’è!”
“Non c’è?”
“Era in camera sua a fare i compiti. Non ci sono nemmeno più le sue scarpe!”
Si guardarono, lei con le guance arrossate per la corsa, lui pallido, sbiancato dall’ angoscia.
Uscirono di casa, scordandosi di coprirsi. Il freddo di dicembre li avvinghiò appena li ebbe fra le sue braccia.
Cominciarono a cercarlo dai vicini, nei negozi, nei bar. Fra le vie del paese agghindate con file di luci colorate e alberi di Natale, a recitare auguri con le scritte a intermittenza.
Infine, udirono dei belati giungere dalla campagna, e le voci di alcuni uomini che chiedevano aiuto. I due coniugi di precipitarono verso quei suoni, davanti ai loro occhi si presentò una scena tremenda: le pecore erano discese tutte insieme da una collina che era franata sotto al loro peso, fra rovi e alberelli. Le bestie che erano scese per prime, stavano distese a terra, schiacciate dalle altre. I pastori tentavano di allontanare il resto del gregge, per impedirgli di finire anch’essi soffocati.
Tobia corse loro incontro: “Mamma! Papà! Dobbiamo aiutarli!”
La madre lo afferrò per le spalle: “Io e te stiamo qui, è pericoloso”.
Il padre si gettò fra le ressa di animali spaventati, sbattendo le mani e urlando, per far allontanare le altre pecore.
Nonostante gli sforzi di tutte le persone accorse, e i pastori che provarono a rianimare le pecore praticando loro la respirazione bocca a bocca, per venti animali non ci fu nulla da fare.
Tobia, stretto fra i genitori, rimase lì a guardare gli agnellini che richiamavano le loro madri defunte, distese in mezzo all’erba con le zampe levate in aria.
La madre lo abbracciò stretto: “Vieni, torniamo a casa”.
“E adesso?”
Il padre si incamminò con loro, esausto, sporco. “Adesso ci penseranno i pastori. Ai piccoli rimasti orfani daranno loro il latte”.
Entrarono in casa e il padre sedette con Tobia sul primo gradino della scala. “Tesoro, perché sei scappato?”
“Litigavate”. Il bambino volse verso di lui due occhioni pieni di lacrime: “Litigate sempre! Io non voglio che divorziate”.
La madre gli si inginocchiò accanto: “Tobia, papà e io ci vogliamo bene. Siamo un po’ nervosi, è vero, ma non abbiamo nessuna intenzione di lasciarci”.
“E di lasciare me?” pensò alle zampe di quelle povere bestie, coi piccoli zoccoli appuntiti a indicare un posto lontano del campo.
“Ma cosa dici?” Suo padre gli accarezzò i capelli. “Non pensarlo nemmeno”.
“Io e papà siamo un po’ come quei pastori che hai conosciuto oggi: per la nostra famiglia faremmo di tutto. Hai visto come hanno tentato di salvare il loro gregge? Noi faremmo lo stesso per te. Tu sei il nostro agnellino!” Sua madre lo baciò sulla fronte. “Il più bell’agnellino che abbia mai visto!”
Tobia rise fra le lacrime, tirando su col naso gli ultimi singhiozzi che ancora aveva in gola. “E tu e papà siete due pecore?”
“Bhè…io un bell’ariete, e mamma una pecora con tanta lana!”
Risero, abbracciandosi, ritrovandosi in quell’amara esperienza.
***
Il giorno dopo degli uomini caricarono su di un camion le carcasse degli animali morti, per portarli all’inceneritore.
Il gregge, nonostante la tremenda sciagura, proseguì nel suo viaggio.
Tobia, divenuto adulto, non scordò mai quelle povere bestie morte schiacciate e l’impegno messo dai pastori per salvarle.
Divenne padre di famiglia e, un giorno, si ritrovò a raccontare questa storia ai suoi figli.
“… i miei genitori mi consolarono facendo questo esempio, da allora, ho sempre pensato alla famiglia come a un gregge: unita”.


© Miriam Ballerini
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Tizio
Postato da Grazia01 il Martedì, 27 giugno @ 11:14:40 CEST (931 letture)
Poesie e racconti di Ballerini Miriam

Viaggio la città
in un paio di calzature logore.
Cicerone della mia stanchezza
di uomo svanito.
Sono solo un tizio,
fra passanti che si credono
i soli battezzati con un nome,
perché privi dei miei difetti.
Del mio cappotto usato,
la mia bottiglia, collo di cigno,
da trattenermi accanto nelle sere buie.
Io sono il possessore della loquacità del cielo
che a ogni viaggio di nuvola
sa arredare il mio niente
con un tetto diverso.
Sono il tizio della panchina,
trono di un re,
con una riga di sporco sulla fronte
a fingersi corona.



© by Miriam Ballerini

6° posto al concorso internazionale Agenda dei poeti 2006 – Milano
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Grazie alla vita - Violeta Parra
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 07 giugno @ 08:23:24 CEST (3142 letture)
Poesie sulla vita I Grazie alla vita che m'ha dato tanto:
m'ha dato due stelle che quando le apro,
io vedo e distinguo il nero dal bianco
e nell'alto cielo il fondo stellato
e in mezzo alla folla l'uomo che io amo.
grazie alla vita che m'ha dato tanto:
m'ha dato il suono e l'abecedario,
come le parole che penso e che proclamo:
figlio,madre,amico e cammino chiaro,
e la dolce voce di colui che amo.

Grazie alla vita che m'ha dato tanto:
m'ha dato la marcia dei miei piedi stanchi;
con essi ho varcato pozzanghere e spiagge,
citta' e deserti,montagne e pianure
e la strada tua,la casa,il cortile.
Grazie alla vita che m'ha dato tanto:
m'ha dato il cuore che vuole fuggire
quando guardo il frutto della mente umana,
quando guardo il bene lontano dal male,
quando vedo dentro il suo sguardo chiaro.

Grazie alla vita che m'ha dato tanto:
m'ha dato il riso e m'ha dato il pianto;
cosi' io distinguo la pena e la gioia,
i due elementi che fanno il mio canto
e il canto di tutti,il mio stesso canto.
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Shakespeare in love - William Shakespeare
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 07 giugno @ 08:19:51 CEST (7700 letture)
Poesie e opere di Shakespeare
Immagine tratta dal film omonimo


Ebbene è questa l'inumana legge dell'amore.
L'amore è una nebbia formata con vapore di sospiri: se la nebbia si dissipa,
l'amore è un fuoco che sfavilla negli occhi degli amanti;
se vien tagliato, l'amore si risolve in un mare alimentato dalle lacrime degli amanti.
Che cos'altro è l'amore, se non una pazzia molto discreta, una amarezza che soffoca, e
una dolcezza che fa bene?

Essa è troppo bella, per guadagnarsi la beatitudine celeste facendo disperare me;
ha fatto voto di non amare, e quel voto lasciandomi vivere uccide me che vivo per
dirti ora questo.
Chi è colpito da cecità non può dimenticare il prezioso tesoro della
vista perduta. Mostrami una donna di straordinaria bellezza: che cosa
sarà per me questa sua bellezza, se non una pagina, dove io leggerò il
nome di colei che è ancora più straordinariamente bella?

Mille volte cattiva notte, invece, poiché mi manca la tua luce.
La vita non è che un'ombra che cammina; un povero commediante che si
pavoneggia e si agita, sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non
se ne parla più.
A piccoli passi, ogni domani striscia via fino all'ultima sillaba del
tempo prescritto.

Ma se le parole gentili e appassionate non riescono a indurvi a più
soavi modi, vi corteggerò, a fil di spada, e vi amerò contro natura
d'amore.
La tua virtù è la mia sicurezza. E allora non è notte se ti guardo in
volto, e perciò non mi par di andar nel buio, e nel bosco non manco
compagnia perché per me tu sei l'intero mondo. E come posso dire
d'esser sola se tutto il mondo è qui che mi contempla?

Chi sei tu, che nel buio della notte osi inciampare nei miei più
profondi pensieri?
Rinuncia al tuo potere di attrarmi e io perderò la volontà di seguirti.
Amore guarda non con gli occhi ma con l'anima.

La ricchezza del mio cuore è infinita come il mare, così profondo il
mio amore: più te ne do, più ne ho, perché entrambi sono infiniti.
Ride delle cicatrici d'amore colui che non ha mai provato una ferita.
Quando non sarai più parte di me ritaglierò dal tuo ricordo tante
piccole stelline, allora il cielo sarà così bello che tutto il mondo si
innamorerà della notte.

Nulla è bene o male, se non si pensa di fare bene o male.
La fortuna guida dentro il porto anche navi senza pilota.
Se tutto l’anno ci fosse vacanza, divertirsi sarebbe tedioso come lavorare.
Finchè possiamo dire: Quest’è il peggio, vuol dire che il peggio può ancora venire.
Ama tutti, fidati di pochi, non fare torto a nessuno.

Il saggio sa di essere stupido, è lo stupido invece che crede di essere saggio.
Il dubbio di qualcosa di brutto molte volte è più angoscioso di una certezza.
Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non può comprendere.
Quando si nasce si piange perchè ci si ritrova in questo palcoscenico di matti.
L’amante, il pazzo ed il poeta hanno la stessa fantasia.
Oh! è eccellente avere la forza d’un gigante, ma è tirannico usarla come un gigante.

L’amore è uno spirito non d’altro composto che di fuoco, non così denso da affondare,
ma così leggero da aspirare a innalzarsi.
Sei tu la parte migliore di me stesso, il limpido specchio dei miei occhi, il profondo del cuore,
il nutrimento, la fortuna, l’oggetto di ogni mia speranza, il solo cielo della mia terra,
il paradiso cui aspiro.
Quando si è saggi vuol dire che non si ama, perché essere saggi e amare supera l’umana possibilità,
è cosa per gli dei lassù.

Amore non è amore se muta quando scopre un mutamento o tende a svanire
quando l'altro s'allontana. Oh no! Amore è un faro sempre fisso che
sovrasta la tempesta e non vacilla mai; Amore non muta in poche ore o
settimane, ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio; se
questo è errore e mi sarà provato, io non ho mai scritto, e nessuno ha
mai amato.

l'amore è un fumo che nasce dalla nebbia dei sospiri;
se purificato, è un fuoco, che guizza negli occhi degli amanti
se agitato, è un mare che si nutre delle loro lacrime...
ma che altro può essere?
pazzia discreta,
soffocante amarezza e dolcezza che alla fine ti salva.

La ragazza più schiva è troppo prodiga già se svela la sua beltà alla luna.
Presta l´orecchio a tutti, la tua voce a qualcuno, senti le idee di tutti ma pensa a modo tuo.
Una goccia di male spesso annerisce tutto ciò che è nobile
La vera grandezza non è nell'aspettare grandi cause per muoversi, ma
nel trovare degno motivo di contesa in un fuscello quando è in gioco l´onore.
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Amico mio
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 07 giugno @ 08:17:32 CEST (1388 letture)
Poesie e prosa di Gibran I

Amico mio, io non sono ciò che sembro.
L'apparenza è come un'abito che indosso,
un'abito che protegge me dai tuoi interrogativi
e te dalle mie negligenze.
Amico mio, l' "io" dimora in me nella casa del silenzio
e lì rimarrà per sempre,
impercettibile e inavvininabile.
Non voglio che tu creda ciecamente in ciò
che dico o faccio, le mie parole e le mie azioni infatti
non sono altro che i tuoi pensieri e le tue speranze resi tangibili.
Quando tu dici "Il vento spira verso est",
io confermo "Sì, spira proprio in quella direzione";
perchè non voglio che tu sappia che la mia mente
non dimora nel vento ma nel mare.
Tu non puoi capire i miei pensieri
trasportati dalle onde, nè voglio che tu lo faccia.
Preferisco navigare da solo.
Quando da te è giorno , da me è notte;
e pure descrivo il mezzogiorno che danza sulle colline e
la furtiva ombra purpurea che attraversa la valle;
perchè tu non puoi udire il canto della mia oscurità
nè vedere il battito delle mie ali contro le stelle;
del resto, meglio così.
Rimarrò solo con la mia notte.
Quando tu ascendi al Paradiso,
io scendo dall'inferno;
e quando, dalla riva opposta del golfo che ci separa,
mi chiami: "compagno, amico ",
a mia volta ti chiamo "compagno, amico "
poichè non voglio che tu veda il mio Inferno.
La fiamma ti brucerebbe gli occhi
e il fumo ti invaderebbe le narici.
E io amo troppo il mio Inferno per fartelo visitare.
Resterò all'Inferno da solo.
Tu ami la Verità,
la Bellezza,
la Giustizia
e io per amor tuo dico che amare è giusto e decoroso,
anche se dentro di me rido del tuo amore.
Ma non voglio che tu lo veda.
Riderò da solo.
Amico mio, tu sei buono, cauto e saggio,
certo , sei perfetto.
Anch'io, benchè sia pazzo,
quando parlo con te lo faccio con saggezza e con cautela,
mascherando la mia pazzia.
Sarò pazzo da solo.
Amico o nemico che tu sia,
come posso farti capire?
Anche se camminiamo insieme,
mano nella mano, la mia strada non è la tua.


Gibran
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Se per un istante - Gabriel Garcia Marquez
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 07 giugno @ 08:16:14 CEST (3803 letture)
Poesie d'autore I Se per un istante Dio si dimenticherà che sono una marionetta di
stoffa e mi regalerà un pezzo di vita,
probabilmente non direi tutto quello che penso,
ma in definitiva penserei tutto quello che dico. Darei valore alle
cose, non per quello che valgono, ma per quello che significano.

Dormirei poco, sognerei di più, andrei quando gli altri si fermano,
starei sveglio quando gli altri dormono, ascolterei quando gli altri
parlano e come gusterei un buon gelato al cioccolato!!

Se Dio mi regalasse un pezzo di vita, vestirei semplicemente,
mi sdraierei al sole lasciando scoperto non solamente il mio corpo
ma anche la mia anima.
Dio mio, se io avessi un cuore, scriverei il
mio odio sul ghiaccio e aspetterei che si sciogliesse al sole.

Dipingerei con un sogno di Van Gogh sopra le stelle un poema di
Benedetti e una canzone di Serrat sarebbe la serenata
che offrirei alla luna.
Irrigherei con le mie lacrime le rose, per sentire il dolore delle
loro spine e il carnoso bacio dei loro petali.

Dio mio, se io avessi un pezzo di vita non lascerei passare un solo
giorno senza dire alla gente che amo, che la amo.
Convincerei tutti gli uomini e le donne che sono i miei favoriti e
vivrei innamorato dell'amore.

Agli uomini proverei quanto sbagliano al pensare che smettono
di innamorarsi quando invecchiano,
senza sapere che invecchiano quando
smettono di innamorarsi.
A un bambino gli darei le ali,
ma lascerei che imparasse a volare da solo.

Agli anziani insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia ma
con la dimenticanza. Tante cose ho imparato da voi, gli Uomini!
Ho imparato che tutto il mondo ama vivere sulla cima della montagna,
senza sapere che la vera felicità sta nel risalire la scarpata.
Ho imparato che quando un neonato stringe con il suo piccolo
pugno, per la prima volta, il dito di suo padre,
lo tiene stretto per sempre.

Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardarne un altro
dall'alto al basso solamente quando deve aiutarlo ad alzarsi.
Sono tante le cose che ho potuto imparare da voi, ma realmente, non
mi serviranno a molto, perché quando mi metteranno dentro quella
valigia, infelicemente starò morendo.
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Il principe
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 07 giugno @ 08:13:17 CEST (1399 letture)
Poesie e altro di Hesse I Volevamo costruire assieme
una casa bella e tutta nostra
alta come un castello
per guardare oltre i fiumi e i prati
su boschi silenti.

Tutto volevamo disimparare
ciò che era piccolo e brutto,
volevamo decorare con canti di gioia
vicinanze e lontananze,
le corone di felicità nei capelli.

Ora ho costruito un castello
su un'estrema e silenziosa altura;
la mia nostalgia sta là e guarda
fin alla noia, ed il giorno si fa grigio
- principessa, dove sei rimasta?

Ora affido a tutti i venti
i miei canti arditi.
Loro devono cercarti e trovarti
e svelarti il dolore
di cui soffre il mio cuore.

Devono anche raccontarti
di una seducente infinita felicità,
devono baciarti e tormentarti
e devono rubarti il sonno -
principessa, quando tornerai?


Hesse

Biografia
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Un cratere di 480 chilometri sotto i ghiacci
Postato da Antonio il Martedì, 06 giugno @ 19:32:10 CEST (1283 letture)
Ecologia e ambiente I Scoperto in Antartide grazie alle ricerche del satellite Grace.
Un cratere di 480 chilometri sotto i ghiacci: l'asteroide causò la più grande estinzione
Il corpo celeste, di almeno 50 km di diametro, cadde circa 250 milioni di anni fa. Sconvolse il clima e separò il continente australe.
Leggi Tutto... | 3464 bytes aggiuntivi | commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 4


Perchè gridare?
Postato da Grazia01 il Martedì, 30 maggio @ 07:56:43 CEST (881 letture)
Letture varie I



Un giorno, un pensatore indiano fece la seguente domanda ai suoi discepoli:
"Perchè le persone gridano quando sono arrabbiate?" "Gridano perchè perdono
la calma" disse uno di loro. "Ma perchè gridare se la persona sta al suo
lato?" disse nuovamente il pensatore "Bene, gridiamo perchè desideriamo che
l'altra persona ci ascolti" replicò un altro discepolo E il maestro torna a
domandare: "Allora non è possibile parlargli a voce bassa?" Varie altre
risposte furono date ma nessuna convinse il pensatore. Allora egli esclamò:
" Voi sapete perchè si grida contro un'altra persona quando si è arrabbiati?
Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate i loro cuori si
allontanano molto. Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi
ascoltare. Quanto più arrabbiati sono tanto più forte dovranno gridare per
sentirsi l'uno con l'altro. D'altra parte, che succede quando due persone
sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente. E perchè? Perchè i
loro cuori sono molto vicini. La distanza tra loro è piccola. A volte sono
talmente vicini i loro cuori che neanche parlano solamente sussurrano. E
quando l'amore è più intenso non è necessario nemmeno sussurrare, basta
guardarsi. I loro cuori si intendono. E' questo che accade quando due
persone che si amano si avvicinano." In fine il pensatore concluse dicendo:
"Quando voi discuterete non lasciate che i vostri cuori si allontanino, non
dite parole che li possano distanziare di più, perchè arriverà un giorno in
cui la distanza sarà tanta che non incontreranno mai più la strada per
tornare."

Mahatma Gandhi
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Poesia a Virginia Leopardi
Postato da Grazia01 il Lunedì, 29 maggio @ 21:15:25 CEST (1170 letture)
Poesie di Leopardi e altre opere I


Di fiori un serto vivido, che Apollo a noi presenti
In Elicona è solito destar vaghi concenti.
E quei Poeti miseri che non san fare un corno
Fiori a raccor divertonsi per tutto il santo giorno.
A questo io stesso m’occupo, che sono un di costoro,
E stanco poi distendomi sotto un opaco alloro.
Or dunque il frutto nobile della fatica mia
Umil presento, e inchinomi a Vostra Signoria.
Spero che in volto placido accetterete il dono
E dell’ardir, che presimi darete a me perdono.
Prendetelo di grazia , e quindi se mai fia,
Che in un vasetto pongasi, o in quello che si sia,
Quell’acqua sì odorifera, quell’acqua istessa,
Al Precettor buonissima per celebrar la Messa.
Se dopo tante prediche che far non ne sapete
Nel cacator buttatelo, o dove mai volete.
Basta, che di riceverlo non isdegniate almeno,
Del resto cosa importami? Sarò contento appieno.

Giacomo Leopardi
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Poesia a Don Sebastiano
Postato da Grazia01 il Lunedì, 29 maggio @ 21:12:08 CEST (1185 letture)
Poesie di Leopardi e altre opere I

Illustrissimo Signore,
Immortal, gran Precettore,
Mi par cosa vergognosa
Senza dire qualche cosa
Il dovere incominciare
Verso sera a studiare.
Dunque su, Calliope amica,
Torna presto alla fatica,
Incomincia un po’ a cantare,
E lei resti ad ascoltare.
Verso la sera,
Fra l’ombra nera
Lieti studiamo,
Nason spregiamo
In un bruttissimo
Libro, sporchissimo,
Che pure è buono
A darsi in dono
A quel che vende,
E allegro prende
Libri stracciati,
Libri sporcati.
Ma il Precettore
Ha un libro bello
Espresso in quello
Vede il dolore
Del poveretto Nason, diletto.
Dunque andiamo, studiamo contenti
Precettore immortale, e giocoso,
Che sollevi le cure, e gli stenti
Dello studio, ch’è un po’ faticoso.
Lasciam pur la fatica diurna,
Cominciam la fatica notturna.
Ma per ora soscriver mi voglio
E lasciar di far versi l’imbroglio.
Servitore Devotissimo,
E scolare obbligatissimo.
Recanati è il mio paese,
E d’Ottobre siam nel mese.


Giacomo Leopardi
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Terremoto
Postato da Grazia01 il Lunedì, 29 maggio @ 20:15:02 CEST (2453 letture)
Le poesie e i racconti di Spalato

tutto trema.......
il tempo si è fermato con il primo sussulto
proveniente dalle viscere della terra
urla soffocate si mischiano al rombo minaccioso
e tutto trema violentemente
tremano le case dalla violenza inaudita
trema la gente dalla paura mortale
scappano, ma dove?
tutt'attorno rovine e morte
tutto trema.......
la vita si è fermata in quell’istante



28.5.06. ore 1,04



Spalato
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Trippa alla fiorentina
Postato da Grazia01 il Venerdì, 26 maggio @ 12:29:42 CEST (1194 letture)
Ricette golose

Ingredienti (6 persone)

1,500 Kg. di trippa
1/2 Kg. di pomodori maturi
1 cipolla
1 carota
1 gambo di sedano
parmigiano
olio extravergine d'oliva
sale e pepe

Preparazione:

Preparate un battuto con la cipolla, la carota e il sedano e fatelo rosolare nell'olio a fuoco lento.
Aggiungete la trippa lessata tagliata a striscioline e lasciatela insaporire per
qualche minuto (almeno a Firenze, la trippa si trova in commercio già lessata.
Se invece disponete solo di trippa cruda il procedimento di cottura diventa un po' più lungo
e complicato perché la trippa va prima lavata bene e lessata).
Dopo qualche minuto si possono aggiungere i pomodori privati della pelle e tagliati a pezzetti
(o i pomodori pelati).
Salate, pepate e lasciate cuocere a fuoco lento finché il tutto non sia ben amalgamato e il sughetto sia ben ritirato.
A questo punto si può togliere dal fuoco e aggiungere, come tocco finale, qualche cucchiaio di parmigiano grattugiato.
La trippa è pronta per essere servita.
La trippa è uno dei piatti più tipici della tradizione fiorentina.
A Firenze esistono ancora i "trippai" che, nei mercati o con gli appositi "carretti", vendono la trippa per le strade.
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Scarabocchio
Postato da spalato il Lunedì, 15 maggio @ 08:47:31 CEST (1195 letture)
Le poesie e i racconti di Spalato

Non deve essere silenzio assoluto
Basta prendere carta e penna
Per scrivere quello che si è voluto
E la fantasia s’impenna.

E’ difficile come ogni inizio
Trovare una storia adatta
Ma dopo ti prende quel vizio
E trovi la tua strada piatta.

Forse io sono una poetessa
Che però non è mai nata
E senza una grossa pretesa
Quest’opportunità mi è data.

Provo e riprovo più volte
Controllata dal tuo occhio
Le occasioni sono molte
Per scrivere uno scarabocchio.



spalato
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Grazie mamma
Postato da Grazia01 il Domenica, 14 maggio @ 15:01:56 CEST (6721 letture)
Poesie preferite
Grazie mamma
perché mi hai dato
la tenerezza delle tue carezze,
il bacio della buona notte,
il tuo sorriso premuroso,
la dolce tua mano che mi dà sicurezza.
Hai asciugato in segreto le mie lacrime,
hai incoraggiato i miei passi,
hai corretto i miei errori,
hai protetto il mio cammino,
hai educato il mio spirito,
con saggezza e con amore
mi hai introdotto alla vita.
E mentre vegliavi con cura su di me
trovavi il tempo
per i mille lavori di casa.
Tu non hai mai pensato
di chiedere un grazie.
Grazie mamma.

~ Judith Bond ~
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Panzanella (ricetta toscana)
Postato da Grazia01 il Domenica, 14 maggio @ 14:51:52 CEST (1281 letture)
Ricette golose Ingredienti per 4 persone

3 kg di pane toscano raffermo
· 2 pomodori da insalata
· 1 cetriolo
· alcune foglie di basilico
· cipolla tagliata fine (a piacere)
· 2 costole di sedano
· sale q. b.
· olio di oliva q. b.
· aceto q. b.

Preparazione:

Metter a bagno in acqua il pane per un po', poi strizzare
e metterlo in una ciotola.
Tritare gli altri ingredienti e condire.
Prima di di servire tenere in frigo per almeno 1 ora.
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Dea Ananke
Postato da Grazia01 il Domenica, 14 maggio @ 14:31:33 CEST (8232 letture)
Leggende e fiabe II

Cos'è necessità ? In greco viene detta Ananke, da cui deriva etimologicamente la nostra angoscia.
Quindi l'ineluttabile, l'inchiodamento alla croce, l'impossibilità di trovare altre strade, il percepire la struttura della vita nella sua essenza. Ananke sembra derivare da una radice semitica basata su tre consonanti: hnk. Da questa si diramano molte parole antiche che hanno tutte il significato di gola, abbraccio, anello, strangolamento, non ultima la parola inglese nek (collo). Ovvero una strettoia inevitabile, alla quale è impossibile sfuggire.
In Grecia, Ananke, la necessità che tutto sovrasta, anche l'Olimpo e i suoi dei, non ebbe mai un volto. Un solo tempio le era dedicato, ma era tradizione non entrarvi. Infatti nulla si può chiedere a colei che non dà ascolto.
La differenza tra dei e uomini stava nel rapporto con Ananke: gli dei la subivano e la usavano, gli uomini la subivano soltanto. Gli dei greci decisero di non pensare troppo ad Ananke e invece del nodo di necessità preferirono dedicarsi al bacio di Eros. Alla circolarità di un cappio preferirono quella di una bocca. Eros comandava, ma si sapeva che era un inganno:
la cieca Necessità era il principio, solo che Eros era più piacevole.
In Grecia molti dubitarono degli dei, nessuno ha mai posto in discussione la rete invisibile di Ananke, più potente degli dei. Ananke si congiungeva con Cronos, il Tempo, come per sottolineare che Tempo e Necessità pongono un limite alle nostre azioni e al nostro modificare e modificarci. Dunque c'è il limite, e questo tutti lo sentiamo.
La domanda che possiamo porci riguarda il cambiamento di Ananke nella storia dell'uomo e nelle nostre singole vite.
In effetti ci sono necessità di un tempo passato che ora hanno perso questo carattere ineluttabile. E' sufficiente pensare alle carestie o a certe epidemie. Sul lato pratico Ananke è stata indebolita, ma è sul piano simbolico che il suo potere continua a dettare legge. Esiste una necessità che non è invariata con la storia, basti pensare alla morte, di fronte alla quale ogni nostra velleità divina rimane muta, ma esistono anche finte necessità che mutano col tempo e con i singoli individui.
Se le necessità dei nostri avi erano più legate alla sopravvivenza, ora noi, con la pancia piena, ci costruiamo piccole necessità che crediamo parenti di Ananke, ma che sono soltanto zavorra per rimanere coi piedi per terra, sia in senso positivo che negativo. Quando allora Ananke diventa angoscia, possiamo distinguere tra Necessità invariata nei tempi e inevitabilmente aggrovigliata con l'esistere e piccola e falsa necessità generata dall'io. Per quest'ultima lo spirito Mercurio diventa vento benefico che spazza via ogni struttura pesante, composta da pregiudizi, consuetudini, pigrizie, rigidità.
Se riesco a ridere della mia immagine legata a qualche contingenza concreta che in quel momento sembra rappresentare il mondo, allora vince Mercurio.
Riesco ad accogliere anche il contrario, e l'inganno del mondo con i suoi giochi mancini diventa sopportabile, quasi divertente.
Quando Mercurio tenta di contrastare Ananke, l'immutabile nei tempi, allora diventa inopportuno, come una risata di fronte a una morte ingiusta.
Ma l'ineluttabile lascia spazi enormi per lo spirito Mercurio, molto più vasti di quelli che ci legittimiamo, campi ancora incolti che la pigrizia non ci permette di esplorare. Credendo necessarie cose che tali non sono tentiamo di tarpare le ali a Mercurio: ma il carattere mercuriale della vita, che spesso chiamiamo ingiusto, si vendica mettendoci di fronte ai nostri paradossi. E allora grideremo: perché la vita mi tradisce?
Ma tradire deriva da trans e do, ovvero un atto di passaggio da un qualcosa a qualcosa d' altro, come una traduzione o, meglio, una trasformazione. Dunque la vita non tradisce mai o, se preferite, tradisce sempre, perché il messaggero Mercurio passa attraverso ogni cosa in uno stato di non equilibrio, in continua trasformazione. A noi godere di questo divertimento o irrigidirci in finte necessità.

Ananke era la madre di Adrastea.

Ananke è il tredicesimo satellite di Giove:
Ananke, Carme, Pasifae e Sinope hanno orbite insolite ma simili tra loro.

Scoperta da Nicholson nel 1951.


Tullio Tommasi

http://it.msnusers.com/olimpodeglidei/general.msnw
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La storia della Festa della mamma
Postato da Antonio il Domenica, 14 maggio @ 11:39:46 CEST (2097 letture)
Invenzioni e origini II

La festa della mamma fu istituita nel 1914 negli stati Uniti su proposta di Anna M. Jarvis.
Anna era molto legata alla madre, un'insegnante della Andrews Methodist Church di Grafton, nel West Virginia.
Dopo la morte della madre, Anna si impegnò inviando lettere a ministri e membri del congresso
affinché venisse celebrata una festa nazionale dedicata a tutte le mamme.
Questa festa doveva rappresentare un segno d'affetto di tutti nei confronti della propria madre mentre questa era ancora viva.
Grazie alla sua tenacia e determinazione, la prima festa della mamma fu celebrata a Grafton e l'anno dopo a Filadelfia:
era il 10 maggio 1908 .
Anna Jarvis scelse come simbolo di questa festa il garofano, fiore preferito dalla madre:
rosso per le mamme in vita, bianco per le mamme scomparse.
Nel 1914 il presidente Wilson annunciò la delibera del Congresso per festeggiare questa festa
la seconda domenica di maggio, come espressione pubblica di amore e gratitudine per le madri del Paese.
Da quell'anno fu istituito il "Mother's Day".
Oltre agli Stati Uniti questa data è stata adottata da Danimarca, Finlandia, Turchia, Australia e Belgio.
In Norvegia viene celebrata la seconda domenica di febbraio, in Argentina la seconda di ottobre ;
in Francia la festa della mamma cade l'ultima domenica di maggio ed è celebrata come compleanno della famiglia.
In Italia la Festa della mamma si festeggia la seconda domenica di maggio, come negli Stati Uniti.
I simboli di questa festa sono il rosso, il cuore e la rosa, che più di ogni altro fiore rappresenta l'amore e la bellezza
e sa testimoniare l'affetto e la riconoscenza dei figli.
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La bocca della verità
Postato da Grazia01 il Sabato, 13 maggio @ 21:19:50 CEST (1683 letture)
Leggende e fiabe II

Tutti conoscono la leggenda della Bocca della Verità.
Ma non tutti sanno il motivo per cui l’incantesimo, un giorno, finì.
La moglie di un patrizio romano, ritenuta adultera, fu sottoposta alla prova della verità.
Il giorno previsto, dalla folla dei curiosi radunatasi, uscì uno sconosciuto,
in realtà l’amante della donna, che l’abbracciò e la baciò. La donna lo respinse
e lo appellò pubblicamente di essere un pazzo, e sottratto al linciaggio della folla.
Al momento di sottoporsi alla prova, la donna mise la mano nella Bocca della Verità e disse: “
Giuro di non aver mai abbracciato e baciato nessun uomo eccetto mio marito e
quel pazzo di prima”. La mano non venne mozzata e il marito rimase soddisfatto (... e cornuto ndr).
Da allora la Bocca, offesa dall’audacia della donna, non svolse più la sua funzione giudicatrice.
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Miriam Ballerini
Postato da Grazia01 il Sabato, 13 maggio @ 18:38:31 CEST (1712 letture)
Biografie I

Fin dai dodici anni nutro la passione per la scrittura creativa.
Purtroppo, non avendo proseguito negli studi, possiedo solo il diploma di terza media;
ma non ho mai smesso di scrivere.
Ho letto e continuo a leggere vari testi di letteratura, perché non è mai troppo tardi per farsi una cultura.
Nel 2002, all’età di 32 anni, ho avuto la fortuna di mettermi in contatto con una casa editrice di Genova,
anch’essa agli inizi:
la EEditrice.com Ser. El. International s.r.l. Ho così pubblicato il mio primo romanzo
Il giardino dei maggiolini.
Nel 2003 ho vinto il primo premio per la narrativa, al concorso nazionale “Arcadia 2001”, con il racconto
I figli soli. Nello stesso anno ho pubblicato il secondo romanzo Dietro il sorriso del clown,
sempre con il marchio della EEditrice.com.
Entrambi i libri sono in vendita solo on-line.
Nel 2004 l’editore milanese Otmaro Maestrini, della Otma Edizioni (Agenda dei poeti),
mi ha chiesto di pubblicare un libro con la sua casa editrice.
E’ così uscito, lo scorso mese di marzo, La casa degli specchi.
Questo romanzo ha vinto l’edizione di quest’anno al concorso internazionale “Michelangelo”.
Altri premi ricevuti sono stati, sempre nel 2004, al concorso “Arcadia 2001”
il premio speciale della giuria per la narrativa con il racconto A mio figlio.
E, a maggio, al concorso internazionale A.U.P.I.
sono arrivata tra i finalisti con la poesia Il giorno della memoria.
Varie recensioni dei miei libri sono state pubblicate su diverse riviste italiane,
e anche dalla CCIS Svizzera (la camera di commercio per l’Italia).


Miriam Ballerini
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L'attesa - Miriam Ballerini
Postato da Grazia01 il Sabato, 13 maggio @ 18:32:28 CEST (1352 letture)
Poesie e racconti di Ballerini Miriam

Sono qui seduto e aspetto.
Sono morto da due anni e ancora nessuno si è accorto della mia assenza. Il mio corpo è sdraiato sul letto,
in una condizione pietosa e io, l'anima, gli sto seduta accanto, in attesa.
Sono morto all'età di 75 anni, a causa di un infarto.
E' stato improvviso, mi ha colto impreparato, nel sonno.
Non ho avuto il tempo di raccogliere nulla nella valigia per questo lungo viaggio. Infatti, morendo,
credevo che mi sarebbe toccato il più bel viaggio della mia vita, in un posto che ci è dato vedere solo con gli occhi chiusi.
Invece, mi hanno detto di sedere qui e di aspettare, finché qualcuno si fosse accorto della mia scomparsa.
Ogni tanto mi affaccio alla finestra a guardare la vita scorrere in questa grande città,
forse troppo grande, ormai, per un singolo individuo.
E pensare che abito in un palazzo con 25 famiglie, e non c'è nessuno a cui sia venuto da chiedersi
il perché di tutto questo silenzio proveniente dal mio appartamento.
La mia vita è stata lunga, anche se al momento di andarsene,
ci si guarda in giro per accertarsi che non si abbia tralasciato di fare qualcosa;
anche solo di lavare i piatti della sera prima, come banale scusa per restare.
Da giovane ho visto la miseria coi miei occhi, ritrovandomela nel piatto, cenando con minestra e lacrime.
Eppure, se posso sbilanciarmi, quando io ero solo un ragazzino coi calzoni corti e le sbucciature alle ginocchia,
nessuno sarebbe stato lasciato a morire da solo.
C'era sempre il vicino, un parente, qualcuno con meno soldi di te a tenderti una mano,
sporca per il lavoro della giornata in fabbrica, o nei campi, quanto la tua.
C'erano di quei profumi nell'aria: di fiori, di cibo, di verde, di sole, di letame;
sì, anche quello era un profumo in confronto a questo smog, abile come la mano di un borsaiolo.
Noi bambini si giocava di già lavorando, raccogliendo le pigne per la stufa a legna, o aiutando i nonni negli orti.
Eravamo tanto piccoli tutt'occhi, avidi di vita, curiosi e affamati.
Nel mio scheletro si nota una frattura saldata alla meno peggio.
E' qui, nel braccio. Me la sono procurata a nove anni, cadendo da un albero mentre rubavo le ciliegie.
Dopo essere caduto mi sono rialzato e via!
Di corsa, con alle calcagna il contadino che se mi avesse preso, me le avrebbe suonate di santa ragione!
I nostri torti erano tutto lì.
Mentre, adesso, tempo di cultura e di civiltà, iniziano già a cinque anni a dire parole
che io arrossirei nel pronunciarle ora che ne ho (avevo), 75.
Ho anche io due figli, maschi, assomigliano alla madre.
Era una bellissima donna la mia Marta.
E' venuta a trovarmi subito dopo la mia morte; lei, come tanta altra gente che, in questa avventura, mi ha preceduto.
E' morta dieci anni fa e, da allora, la nostra famiglia si è sciolta. I figli, di già sposati, se ne sono andati a stare lontano.
Io ho forse rinfacciato una volta di troppo il loro abbandono nei miei riguardi; loro, sentendosi colpevoli per questo,
ma anche sicuri di avere diritto di vivere la propria vita a modo loro, mi hanno sbattuto, infine, la porta in faccia.
Forse ci siamo pensati in tutto questo tempo, ma siamo sempre stati tre stupidi uomini orgogliosi,
così, nessuno di noi ha mai voluto fare il primo passo. Spero solo che almeno fra loro si parlino.
Gli amici che incontravo tutti i giorni al bar, quelli con cui sedersi intorno a un tavolo,
scommettendo un litro di vino giocando a carte, sono venuti a cercarmi tre giorni dopo la mia morte. Non ricevendo risposta,
Carmelo, che quando parla sputacchia tutti, ha detto: "Avrà fatto pace coi figli".
E Angelo, a cui tremano le mani reggendo le carte da gioco, ha risposto: "Sarà così".
Non li biasimo, ma quello che mi rattrista è che non mi hanno più cercato.
Non si sono mai domandati se fosse da me partire così, senza dire niente a nessuno e, soprattutto, non tornare più.
E così sono passati due anni dalla mia dipartita.
A volte squillava il telefono, prima che ne staccassero i fili per il mancato pagamento delle bollette.
Avrei voluto partecipare al mio funerale, con la morbosa curiosità che si ha un po' tutti,
per vedere chi ci ha voluto davvero bene e chi faceva finta.
A me è bastato restarmene qui, abbandonato con un cadavere ogni giorno più inguardabile, per capire.
***
Mi hanno trovato.
Quando ho sentito abbattere la porta, ho pianto.
Sono entrati due Vigili del fuoco e dietro l'amministratore.
L'ho guardato coprirsi il viso con la mano, soffocando un: "Mio Dio, che odore".
Cosa si aspettava? Che lo accogliessi ricoperto da petali di rosa?
Dopo avermi spedito varie ingiunzioni di pagamento, perché era da due anni che non pagavo l'affitto,
si sono decisi a venire a dare un'occhiata all'appartamento.
Gli inquilini hanno detto che ero una persona poco socievole, nessuno mi conosceva bene.
La realtà è che ero un vecchio, un vecchio solo.
Finalmente è stato celebrato il funerale; il prete, un ragazzo giovane, ha rimproverato la società.
E sia, mandiamoli tutti a letto senza cena.
Ora posso andarmene in pace.
Vorrei poter avere ancora il dono della parola, per raccontare la mia storia; o le mani,
per poter trascrivere quanto sia stato penoso il tempo in compagnia della mia solitaria attesa.
Ma, alle persone sensibili basterà ascoltare, al di sopra dei rumori del traffico, delle fabbriche,
del chiaccherio della gente, per udire la mia voce.


© by Miriam Ballerini

(Vincitore del II premio assoluto per la narrativa inedita al concorso internazionale A.U.P.I. 2004)

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