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Poesia a Don Sebastiano
Postato da Grazia01 il Lunedì, 29 maggio @ 21:12:08 CEST (1234 letture)
Poesie di Leopardi e altre opere I

Illustrissimo Signore,
Immortal, gran Precettore,
Mi par cosa vergognosa
Senza dire qualche cosa
Il dovere incominciare
Verso sera a studiare.
Dunque su, Calliope amica,
Torna presto alla fatica,
Incomincia un po’ a cantare,
E lei resti ad ascoltare.
Verso la sera,
Fra l’ombra nera
Lieti studiamo,
Nason spregiamo
In un bruttissimo
Libro, sporchissimo,
Che pure è buono
A darsi in dono
A quel che vende,
E allegro prende
Libri stracciati,
Libri sporcati.
Ma il Precettore
Ha un libro bello
Espresso in quello
Vede il dolore
Del poveretto Nason, diletto.
Dunque andiamo, studiamo contenti
Precettore immortale, e giocoso,
Che sollevi le cure, e gli stenti
Dello studio, ch’è un po’ faticoso.
Lasciam pur la fatica diurna,
Cominciam la fatica notturna.
Ma per ora soscriver mi voglio
E lasciar di far versi l’imbroglio.
Servitore Devotissimo,
E scolare obbligatissimo.
Recanati è il mio paese,
E d’Ottobre siam nel mese.


Giacomo Leopardi
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Terremoto
Postato da Grazia01 il Lunedì, 29 maggio @ 20:15:02 CEST (2494 letture)
Le poesie e i racconti di Spalato

tutto trema.......
il tempo si è fermato con il primo sussulto
proveniente dalle viscere della terra
urla soffocate si mischiano al rombo minaccioso
e tutto trema violentemente
tremano le case dalla violenza inaudita
trema la gente dalla paura mortale
scappano, ma dove?
tutt'attorno rovine e morte
tutto trema.......
la vita si è fermata in quell’istante



28.5.06. ore 1,04



Spalato
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 4.08


Trippa alla fiorentina
Postato da Grazia01 il Venerdì, 26 maggio @ 12:29:42 CEST (1237 letture)
Ricette golose

Ingredienti (6 persone)

1,500 Kg. di trippa
1/2 Kg. di pomodori maturi
1 cipolla
1 carota
1 gambo di sedano
parmigiano
olio extravergine d'oliva
sale e pepe

Preparazione:

Preparate un battuto con la cipolla, la carota e il sedano e fatelo rosolare nell'olio a fuoco lento.
Aggiungete la trippa lessata tagliata a striscioline e lasciatela insaporire per
qualche minuto (almeno a Firenze, la trippa si trova in commercio già lessata.
Se invece disponete solo di trippa cruda il procedimento di cottura diventa un po' più lungo
e complicato perché la trippa va prima lavata bene e lessata).
Dopo qualche minuto si possono aggiungere i pomodori privati della pelle e tagliati a pezzetti
(o i pomodori pelati).
Salate, pepate e lasciate cuocere a fuoco lento finché il tutto non sia ben amalgamato e il sughetto sia ben ritirato.
A questo punto si può togliere dal fuoco e aggiungere, come tocco finale, qualche cucchiaio di parmigiano grattugiato.
La trippa è pronta per essere servita.
La trippa è uno dei piatti più tipici della tradizione fiorentina.
A Firenze esistono ancora i "trippai" che, nei mercati o con gli appositi "carretti", vendono la trippa per le strade.
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Scarabocchio
Postato da spalato il Lunedì, 15 maggio @ 08:47:31 CEST (1238 letture)
Le poesie e i racconti di Spalato

Non deve essere silenzio assoluto
Basta prendere carta e penna
Per scrivere quello che si è voluto
E la fantasia s’impenna.

E’ difficile come ogni inizio
Trovare una storia adatta
Ma dopo ti prende quel vizio
E trovi la tua strada piatta.

Forse io sono una poetessa
Che però non è mai nata
E senza una grossa pretesa
Quest’opportunità mi è data.

Provo e riprovo più volte
Controllata dal tuo occhio
Le occasioni sono molte
Per scrivere uno scarabocchio.



spalato
Leggi Tutto... | 1 commento | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


Grazie mamma
Postato da Grazia01 il Domenica, 14 maggio @ 15:01:56 CEST (6874 letture)
Poesie preferite
Grazie mamma
perché mi hai dato
la tenerezza delle tue carezze,
il bacio della buona notte,
il tuo sorriso premuroso,
la dolce tua mano che mi dà sicurezza.
Hai asciugato in segreto le mie lacrime,
hai incoraggiato i miei passi,
hai corretto i miei errori,
hai protetto il mio cammino,
hai educato il mio spirito,
con saggezza e con amore
mi hai introdotto alla vita.
E mentre vegliavi con cura su di me
trovavi il tempo
per i mille lavori di casa.
Tu non hai mai pensato
di chiedere un grazie.
Grazie mamma.

~ Judith Bond ~
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 3.33


Panzanella (ricetta toscana)
Postato da Grazia01 il Domenica, 14 maggio @ 14:51:52 CEST (1320 letture)
Ricette golose Ingredienti per 4 persone

3 kg di pane toscano raffermo
· 2 pomodori da insalata
· 1 cetriolo
· alcune foglie di basilico
· cipolla tagliata fine (a piacere)
· 2 costole di sedano
· sale q. b.
· olio di oliva q. b.
· aceto q. b.

Preparazione:

Metter a bagno in acqua il pane per un po', poi strizzare
e metterlo in una ciotola.
Tritare gli altri ingredienti e condire.
Prima di di servire tenere in frigo per almeno 1 ora.
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


Dea Ananke
Postato da Grazia01 il Domenica, 14 maggio @ 14:31:33 CEST (8291 letture)
Leggende e fiabe II

Cos'è necessità ? In greco viene detta Ananke, da cui deriva etimologicamente la nostra angoscia.
Quindi l'ineluttabile, l'inchiodamento alla croce, l'impossibilità di trovare altre strade, il percepire la struttura della vita nella sua essenza. Ananke sembra derivare da una radice semitica basata su tre consonanti: hnk. Da questa si diramano molte parole antiche che hanno tutte il significato di gola, abbraccio, anello, strangolamento, non ultima la parola inglese nek (collo). Ovvero una strettoia inevitabile, alla quale è impossibile sfuggire.
In Grecia, Ananke, la necessità che tutto sovrasta, anche l'Olimpo e i suoi dei, non ebbe mai un volto. Un solo tempio le era dedicato, ma era tradizione non entrarvi. Infatti nulla si può chiedere a colei che non dà ascolto.
La differenza tra dei e uomini stava nel rapporto con Ananke: gli dei la subivano e la usavano, gli uomini la subivano soltanto. Gli dei greci decisero di non pensare troppo ad Ananke e invece del nodo di necessità preferirono dedicarsi al bacio di Eros. Alla circolarità di un cappio preferirono quella di una bocca. Eros comandava, ma si sapeva che era un inganno:
la cieca Necessità era il principio, solo che Eros era più piacevole.
In Grecia molti dubitarono degli dei, nessuno ha mai posto in discussione la rete invisibile di Ananke, più potente degli dei. Ananke si congiungeva con Cronos, il Tempo, come per sottolineare che Tempo e Necessità pongono un limite alle nostre azioni e al nostro modificare e modificarci. Dunque c'è il limite, e questo tutti lo sentiamo.
La domanda che possiamo porci riguarda il cambiamento di Ananke nella storia dell'uomo e nelle nostre singole vite.
In effetti ci sono necessità di un tempo passato che ora hanno perso questo carattere ineluttabile. E' sufficiente pensare alle carestie o a certe epidemie. Sul lato pratico Ananke è stata indebolita, ma è sul piano simbolico che il suo potere continua a dettare legge. Esiste una necessità che non è invariata con la storia, basti pensare alla morte, di fronte alla quale ogni nostra velleità divina rimane muta, ma esistono anche finte necessità che mutano col tempo e con i singoli individui.
Se le necessità dei nostri avi erano più legate alla sopravvivenza, ora noi, con la pancia piena, ci costruiamo piccole necessità che crediamo parenti di Ananke, ma che sono soltanto zavorra per rimanere coi piedi per terra, sia in senso positivo che negativo. Quando allora Ananke diventa angoscia, possiamo distinguere tra Necessità invariata nei tempi e inevitabilmente aggrovigliata con l'esistere e piccola e falsa necessità generata dall'io. Per quest'ultima lo spirito Mercurio diventa vento benefico che spazza via ogni struttura pesante, composta da pregiudizi, consuetudini, pigrizie, rigidità.
Se riesco a ridere della mia immagine legata a qualche contingenza concreta che in quel momento sembra rappresentare il mondo, allora vince Mercurio.
Riesco ad accogliere anche il contrario, e l'inganno del mondo con i suoi giochi mancini diventa sopportabile, quasi divertente.
Quando Mercurio tenta di contrastare Ananke, l'immutabile nei tempi, allora diventa inopportuno, come una risata di fronte a una morte ingiusta.
Ma l'ineluttabile lascia spazi enormi per lo spirito Mercurio, molto più vasti di quelli che ci legittimiamo, campi ancora incolti che la pigrizia non ci permette di esplorare. Credendo necessarie cose che tali non sono tentiamo di tarpare le ali a Mercurio: ma il carattere mercuriale della vita, che spesso chiamiamo ingiusto, si vendica mettendoci di fronte ai nostri paradossi. E allora grideremo: perché la vita mi tradisce?
Ma tradire deriva da trans e do, ovvero un atto di passaggio da un qualcosa a qualcosa d' altro, come una traduzione o, meglio, una trasformazione. Dunque la vita non tradisce mai o, se preferite, tradisce sempre, perché il messaggero Mercurio passa attraverso ogni cosa in uno stato di non equilibrio, in continua trasformazione. A noi godere di questo divertimento o irrigidirci in finte necessità.

Ananke era la madre di Adrastea.

Ananke è il tredicesimo satellite di Giove:
Ananke, Carme, Pasifae e Sinope hanno orbite insolite ma simili tra loro.

Scoperta da Nicholson nel 1951.


Tullio Tommasi

http://it.msnusers.com/olimpodeglidei/general.msnw
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La storia della Festa della mamma
Postato da Antonio il Domenica, 14 maggio @ 11:39:46 CEST (2139 letture)
Invenzioni e origini II

La festa della mamma fu istituita nel 1914 negli stati Uniti su proposta di Anna M. Jarvis.
Anna era molto legata alla madre, un'insegnante della Andrews Methodist Church di Grafton, nel West Virginia.
Dopo la morte della madre, Anna si impegnò inviando lettere a ministri e membri del congresso
affinché venisse celebrata una festa nazionale dedicata a tutte le mamme.
Questa festa doveva rappresentare un segno d'affetto di tutti nei confronti della propria madre mentre questa era ancora viva.
Grazie alla sua tenacia e determinazione, la prima festa della mamma fu celebrata a Grafton e l'anno dopo a Filadelfia:
era il 10 maggio 1908 .
Anna Jarvis scelse come simbolo di questa festa il garofano, fiore preferito dalla madre:
rosso per le mamme in vita, bianco per le mamme scomparse.
Nel 1914 il presidente Wilson annunciò la delibera del Congresso per festeggiare questa festa
la seconda domenica di maggio, come espressione pubblica di amore e gratitudine per le madri del Paese.
Da quell'anno fu istituito il "Mother's Day".
Oltre agli Stati Uniti questa data è stata adottata da Danimarca, Finlandia, Turchia, Australia e Belgio.
In Norvegia viene celebrata la seconda domenica di febbraio, in Argentina la seconda di ottobre ;
in Francia la festa della mamma cade l'ultima domenica di maggio ed è celebrata come compleanno della famiglia.
In Italia la Festa della mamma si festeggia la seconda domenica di maggio, come negli Stati Uniti.
I simboli di questa festa sono il rosso, il cuore e la rosa, che più di ogni altro fiore rappresenta l'amore e la bellezza
e sa testimoniare l'affetto e la riconoscenza dei figli.
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La bocca della verità
Postato da Grazia01 il Sabato, 13 maggio @ 21:19:50 CEST (1723 letture)
Leggende e fiabe II

Tutti conoscono la leggenda della Bocca della Verità.
Ma non tutti sanno il motivo per cui l’incantesimo, un giorno, finì.
La moglie di un patrizio romano, ritenuta adultera, fu sottoposta alla prova della verità.
Il giorno previsto, dalla folla dei curiosi radunatasi, uscì uno sconosciuto,
in realtà l’amante della donna, che l’abbracciò e la baciò. La donna lo respinse
e lo appellò pubblicamente di essere un pazzo, e sottratto al linciaggio della folla.
Al momento di sottoporsi alla prova, la donna mise la mano nella Bocca della Verità e disse: “
Giuro di non aver mai abbracciato e baciato nessun uomo eccetto mio marito e
quel pazzo di prima”. La mano non venne mozzata e il marito rimase soddisfatto (... e cornuto ndr).
Da allora la Bocca, offesa dall’audacia della donna, non svolse più la sua funzione giudicatrice.
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Miriam Ballerini
Postato da Grazia01 il Sabato, 13 maggio @ 18:38:31 CEST (1762 letture)
Biografie I

Fin dai dodici anni nutro la passione per la scrittura creativa.
Purtroppo, non avendo proseguito negli studi, possiedo solo il diploma di terza media;
ma non ho mai smesso di scrivere.
Ho letto e continuo a leggere vari testi di letteratura, perché non è mai troppo tardi per farsi una cultura.
Nel 2002, all’età di 32 anni, ho avuto la fortuna di mettermi in contatto con una casa editrice di Genova,
anch’essa agli inizi:
la EEditrice.com Ser. El. International s.r.l. Ho così pubblicato il mio primo romanzo
Il giardino dei maggiolini.
Nel 2003 ho vinto il primo premio per la narrativa, al concorso nazionale “Arcadia 2001”, con il racconto
I figli soli. Nello stesso anno ho pubblicato il secondo romanzo Dietro il sorriso del clown,
sempre con il marchio della EEditrice.com.
Entrambi i libri sono in vendita solo on-line.
Nel 2004 l’editore milanese Otmaro Maestrini, della Otma Edizioni (Agenda dei poeti),
mi ha chiesto di pubblicare un libro con la sua casa editrice.
E’ così uscito, lo scorso mese di marzo, La casa degli specchi.
Questo romanzo ha vinto l’edizione di quest’anno al concorso internazionale “Michelangelo”.
Altri premi ricevuti sono stati, sempre nel 2004, al concorso “Arcadia 2001”
il premio speciale della giuria per la narrativa con il racconto A mio figlio.
E, a maggio, al concorso internazionale A.U.P.I.
sono arrivata tra i finalisti con la poesia Il giorno della memoria.
Varie recensioni dei miei libri sono state pubblicate su diverse riviste italiane,
e anche dalla CCIS Svizzera (la camera di commercio per l’Italia).


Miriam Ballerini
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L'attesa - Miriam Ballerini
Postato da Grazia01 il Sabato, 13 maggio @ 18:32:28 CEST (1395 letture)
Poesie e racconti di Ballerini Miriam

Sono qui seduto e aspetto.
Sono morto da due anni e ancora nessuno si è accorto della mia assenza. Il mio corpo è sdraiato sul letto,
in una condizione pietosa e io, l'anima, gli sto seduta accanto, in attesa.
Sono morto all'età di 75 anni, a causa di un infarto.
E' stato improvviso, mi ha colto impreparato, nel sonno.
Non ho avuto il tempo di raccogliere nulla nella valigia per questo lungo viaggio. Infatti, morendo,
credevo che mi sarebbe toccato il più bel viaggio della mia vita, in un posto che ci è dato vedere solo con gli occhi chiusi.
Invece, mi hanno detto di sedere qui e di aspettare, finché qualcuno si fosse accorto della mia scomparsa.
Ogni tanto mi affaccio alla finestra a guardare la vita scorrere in questa grande città,
forse troppo grande, ormai, per un singolo individuo.
E pensare che abito in un palazzo con 25 famiglie, e non c'è nessuno a cui sia venuto da chiedersi
il perché di tutto questo silenzio proveniente dal mio appartamento.
La mia vita è stata lunga, anche se al momento di andarsene,
ci si guarda in giro per accertarsi che non si abbia tralasciato di fare qualcosa;
anche solo di lavare i piatti della sera prima, come banale scusa per restare.
Da giovane ho visto la miseria coi miei occhi, ritrovandomela nel piatto, cenando con minestra e lacrime.
Eppure, se posso sbilanciarmi, quando io ero solo un ragazzino coi calzoni corti e le sbucciature alle ginocchia,
nessuno sarebbe stato lasciato a morire da solo.
C'era sempre il vicino, un parente, qualcuno con meno soldi di te a tenderti una mano,
sporca per il lavoro della giornata in fabbrica, o nei campi, quanto la tua.
C'erano di quei profumi nell'aria: di fiori, di cibo, di verde, di sole, di letame;
sì, anche quello era un profumo in confronto a questo smog, abile come la mano di un borsaiolo.
Noi bambini si giocava di già lavorando, raccogliendo le pigne per la stufa a legna, o aiutando i nonni negli orti.
Eravamo tanto piccoli tutt'occhi, avidi di vita, curiosi e affamati.
Nel mio scheletro si nota una frattura saldata alla meno peggio.
E' qui, nel braccio. Me la sono procurata a nove anni, cadendo da un albero mentre rubavo le ciliegie.
Dopo essere caduto mi sono rialzato e via!
Di corsa, con alle calcagna il contadino che se mi avesse preso, me le avrebbe suonate di santa ragione!
I nostri torti erano tutto lì.
Mentre, adesso, tempo di cultura e di civiltà, iniziano già a cinque anni a dire parole
che io arrossirei nel pronunciarle ora che ne ho (avevo), 75.
Ho anche io due figli, maschi, assomigliano alla madre.
Era una bellissima donna la mia Marta.
E' venuta a trovarmi subito dopo la mia morte; lei, come tanta altra gente che, in questa avventura, mi ha preceduto.
E' morta dieci anni fa e, da allora, la nostra famiglia si è sciolta. I figli, di già sposati, se ne sono andati a stare lontano.
Io ho forse rinfacciato una volta di troppo il loro abbandono nei miei riguardi; loro, sentendosi colpevoli per questo,
ma anche sicuri di avere diritto di vivere la propria vita a modo loro, mi hanno sbattuto, infine, la porta in faccia.
Forse ci siamo pensati in tutto questo tempo, ma siamo sempre stati tre stupidi uomini orgogliosi,
così, nessuno di noi ha mai voluto fare il primo passo. Spero solo che almeno fra loro si parlino.
Gli amici che incontravo tutti i giorni al bar, quelli con cui sedersi intorno a un tavolo,
scommettendo un litro di vino giocando a carte, sono venuti a cercarmi tre giorni dopo la mia morte. Non ricevendo risposta,
Carmelo, che quando parla sputacchia tutti, ha detto: "Avrà fatto pace coi figli".
E Angelo, a cui tremano le mani reggendo le carte da gioco, ha risposto: "Sarà così".
Non li biasimo, ma quello che mi rattrista è che non mi hanno più cercato.
Non si sono mai domandati se fosse da me partire così, senza dire niente a nessuno e, soprattutto, non tornare più.
E così sono passati due anni dalla mia dipartita.
A volte squillava il telefono, prima che ne staccassero i fili per il mancato pagamento delle bollette.
Avrei voluto partecipare al mio funerale, con la morbosa curiosità che si ha un po' tutti,
per vedere chi ci ha voluto davvero bene e chi faceva finta.
A me è bastato restarmene qui, abbandonato con un cadavere ogni giorno più inguardabile, per capire.
***
Mi hanno trovato.
Quando ho sentito abbattere la porta, ho pianto.
Sono entrati due Vigili del fuoco e dietro l'amministratore.
L'ho guardato coprirsi il viso con la mano, soffocando un: "Mio Dio, che odore".
Cosa si aspettava? Che lo accogliessi ricoperto da petali di rosa?
Dopo avermi spedito varie ingiunzioni di pagamento, perché era da due anni che non pagavo l'affitto,
si sono decisi a venire a dare un'occhiata all'appartamento.
Gli inquilini hanno detto che ero una persona poco socievole, nessuno mi conosceva bene.
La realtà è che ero un vecchio, un vecchio solo.
Finalmente è stato celebrato il funerale; il prete, un ragazzo giovane, ha rimproverato la società.
E sia, mandiamoli tutti a letto senza cena.
Ora posso andarmene in pace.
Vorrei poter avere ancora il dono della parola, per raccontare la mia storia; o le mani,
per poter trascrivere quanto sia stato penoso il tempo in compagnia della mia solitaria attesa.
Ma, alle persone sensibili basterà ascoltare, al di sopra dei rumori del traffico, delle fabbriche,
del chiaccherio della gente, per udire la mia voce.


© by Miriam Ballerini

(Vincitore del II premio assoluto per la narrativa inedita al concorso internazionale A.U.P.I. 2004)

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Il toro in galleria
Postato da Antonio il Sabato, 13 maggio @ 12:15:20 CEST (1395 letture)
Milano mia I


Al centro dell'Ottagono della Galleria Vittorio Emanuele II, il cosiddetto "salotto di Milano", sono raffigurati nel mosaico del pavimento gli stemmi di varie città e tra questi il toro di Torino con gli attributi bene in vista; una superstizione moderna vuole che premere il piede in corrispondenza degli attributi, facendo una leggera rotazione, porti fortuna.
Per questo motivo, nel corso degli anni, si era formato un infossamento che i Milanesi hanno cercato di risistemare più volte.
Il pavimento a mosaico, rovinato durante l'ultima guerra mondiale, fu rifatto nel 1967 e quando fu reso praticabile, i Milanesi constatarono con indignazione che il Comune aveva privato il Toro della sua "peculiarità", impedendo la possibilità del rituale porta fortuna.
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Vivi come credi
Postato da Grazia01 il Venerdì, 12 maggio @ 16:34:45 CEST (2541 letture)
Racconti I

C'era una volta una coppia con un figlio di 12 anni e un asino.
Decisero di viaggiare, di lavorare e di conoscere il mondo. Così partirono tutti e tre con il loro asino.
Arrivati nel primo paese, la gente commentava: "Guardate quel ragazzo quanto è maleducato...
lui sull'asino e i poveri genitori, già anziani, che lo tirano".
Allora la moglie disse a suo marito: "Non permettiamo che la gente parli male di nostro figlio."
Il marito lo fece scendere e salì sull'asino.
Arrivati al secondo paese, la gente mormorava: "Guardate che svergognato quel tipo...
lascia che il ragazzo e la povera moglie tirino l'asino, mentre lui vi sta comodamente in groppa."
Allora, presero la decisione di far salire la moglie, mentre padre e figlio tenevano le redini per tirare l'asino.
Arrivati al terzo paese, la gente commentava: "Povero uomo! Dopo aver lavorato tutto il giorno,
lascia che la moglie salga sull'asino; e povero figlio, chissà cosa gli spetta, con una madre del genere!"
Allora si misero d'accordo e decisero di sedersi tutti e tre sull'asino per cominciare nuovamente il pellegrinaggio.
Arrivati al paese successivo, ascoltarono cosa diceva la gente del paese:
"Sono delle bestie, più bestie dell'asino che li porta: gli spaccherannola schiena!".
Alla fine, decisero di scendere tutti e camminare insieme all'asino.
Ma, passando per il paese seguente, non potevano credere a ciò che le voci dicevano ridendo:
"Guarda quei tre idioti; camminano, anche se hanno un asino che potrebbe portarli!
Conclusione:
Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri
qualcuno al quale tu possa andare bene come sei.
Quindi:
vivi come credi.
Fai cosa ti dice il cuore... ciò che vuoi... una vita è un'opera di teatro che non ha prove iniziali.
Quindi:
canta, ridi, balla, ama... e vivi intensamente ogni momento della tua vita...
prima che cali il sipario e l'opera finisca senza applausi.

Charlie Chaplin


da amicizie
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Ti amo, ti odio
Postato da Antonio il Giovedì, 11 maggio @ 19:06:58 CEST (6969 letture)
Le poesie e i racconti di Spalato

Tanti baci con tutta la dolcezza
Parole sussurrate con occhi sognanti
Abbracci pieni di tenerezza
Sembrano eterni questi momenti.
Ti amo.

Passano le ore lente
Miste con le lacrime e solitudine
Che torturano la mia mente
Tra martello e incudine.
Ti odio.

Il campanello suona senza preavviso
Apro e ti trovo davanti
Con un grande sorriso sul tuo viso
E siamo ancora amanti.
Ti amo.

Passano ancora ore, mesi, anni
Ma basta un gesto secco
I ricordi svaniscono senza far danni
E io chiudo quel libro senza l’eco.
Ti odio.


Spalato
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Esistere
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 10 maggio @ 20:41:05 CEST (1177 letture)
Le poesie e altro di Grazia I


Per anni la nostra vita
sfreccia rapida
attraverso il tempo,
con enormi deviazioni
e l’eterna sensazione
di rimanere indietro
e svolazziamo baldanzosi
cercando di afferrare
quel che sfugge
qua e là,
correndo frementi
ansiosi di amare
bramosi di capire
con la voglia di possedere
e la fretta di arrivare…

E arriviamo…
agli anni delle delusioni
senza desideri, ne attese
in cui iniziamo a vivere
nella rassegnazione
come se la vita
ci avesse tormentati
come una mosca o una zanzara
assillati così a lungo
che non tentiamo
più nemmeno di difenderci
ma lasciamo che ci si posi addosso,
in silenzio…
fingendo che tutto vada bene
…ed è come non esistere.


Grazia
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Il Bikini
Postato da spalato il Martedì, 09 maggio @ 16:29:48 CEST (1043 letture)
Invenzioni e origini I La bomba addosso

Il solito luogo comune vorrebbe l'uomo moderno sempre più emancipato e lontano da quel comune senso del pudore che in teoria (molto in teoria) vorrebbe invece avviluppate su se stesse le civiltà passate, vittime di non si sa quali filosofie repressive. E anche nel campo dell'abbigliamento questo supponente atteggiamento, intriso di prosopopea tutta contemporanea ed illuminista, si rispecchia nella falsa credenza di aver scoperto per primi certi vestiti particolarmente audaci o solo particolarmente comodi.

E' il caso del bikini che, dietro la facciata del due pezzi utilizzati come bandiera di liberazione, cela invece una lunga storia. Tanto che si possono tranquillamente osservare, magari su di un normale manuale di storia dell'arte (e magari cercando i ragguardevoli mosaici siciliani di Piazza Armerina), serafiche signorine intente a fare ginnastica o a farsi belle nei loro ampi bagni con indosso nulla più che due succinti pezzi di stoffa.

Comparso infatti per la prima volta durante il periodo imperiale romano (I-II secolo d.C.), il bikini, da quanto si apprende nella ricognizione storica effettuata da una rivista come "Focus" "non serviva in origine per nuotare, perché all'epoca si nuotava nudi. Né serviva per prendere il sole in spiaggia, pratica diventata abituale parecchi secoli dopo. A quanto pare il bikini era utilizzato soprattutto per l'atletica, la danza e nelle scuole di ginnastica".

Ad ogni modo, per la concezione moderna di tale indumento bisogna aspettare il 1946 quando, in Francia, lo stilista Louis Réard presenta in una collezione di costumi da bagno un modello che è l'antesignano, il prototipo di ciò che conosciamo noi oggi. Modello rinominato, tanto per dare un'idea dell'effetto (desiderato) che l'indumento poteva suscitare, nientemeno che "atome".

Però si dà anche il caso che proprio quell'anno gli Stati Uniti fecero esplodere nel Pacifico, su di un atollo chiamato Bikini (situato nelle isole Marshall), alcuni ordigni nucleari. Poiché, ovviamente su piani diversi, questo evento fece tanto scalpore quanto l'introduzione del nuovo costume, gli stilisti ribattezzarono l'ormai celebre capo d'abbigliamento con lo stesso nome dell'atollo.

Da allora questo stuzzicante capo del guardaroba femminile è entrato prepotentemente a far parte dell'armamentario seduttivo del gentil sesso, variato e disegnato in mille maniere, alcune delle quali fra le più impensabili (soprattutto da parte di stilisti fantasiosi come Jean Paul Gaultier).

Inizialmente indossato da attrici e cantanti, che lo utilizzarono per esibire le loro forme solitamente perfette (o solo per suscitare un po' di scalpore), con il tempo è diventato "patrimonio comune" delle donne di tutto il mondo e di ogni condizione sociale.
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Carl Barks
Postato da spalato il Martedì, 09 maggio @ 16:28:52 CEST (1661 letture)
Invenzioni e origini I

Sindaco di Paperopoli

Carl Barks è nato il Marzo 27 del 1901 in una fattoria nei pressi di Merrill, Oregon, una minuscola cittadina al confine con la California. Carl è un giovane solitario, carattere parzialmente dovuto alla posizione isolata della sua casa e alla sordità parziale che lo afflisse in quegli anni.

La tendenza ad isolarsi e ad evitare il più possibile il contatto con gli altri lo porta fin da subito ad interessarsi al disegno, chiudendosi per ore nella sua stanzetta ad effettuare scarabocchi o quelli che potremmo definire, forse un pò impropriamente, "studi" artistici.
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Nostradamus
Postato da spalato il Martedì, 09 maggio @ 16:28:19 CEST (1218 letture)
Letture varie I
Sono trascorsi oltre quattro secoli dalla sua morte, tuttavia il suo nome suscita ancora oggi una sorta di mistico timore e rispetto e la sua figura continua ad appassionare iniziati, aspiranti, saggi o semplici curiosi.

Nostradamus nasce in Francia a Saint-Remy-de-Provence, nella vallata del Baux, il 14 dicembre 1503, in pieno periodo Rinascimentale. Le origini di Michel de Notre-Dame sono ebree. La maggior parte dei suoi avi avevano esercitato l'attività di medici.
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UN MITO CINESE SULLA NASCITA DELLA LUNA
Postato da spalato il Martedì, 02 maggio @ 16:30:17 CEST (10965 letture)
Leggende e fiabe II

Il Signore dell'Eternità donò il Sole al Giorno, perché lo illuminasse con la sua luce, facesse maturare i frutti della terra e ricompensasse le fatiche degli uomini...

La Notte si offese, lei non ricevette nulla, e rimase tristemente avvolta dall'oscurità. Ma il gigante Ti-Nu volle consolarla: affondò le sue mani invulnerabili nel molle corpo del sole e ne staccò una porzione tondeggiante, poi la avvolse in una nuvola, per portarla alla Notte. Improvvisamente un cane rabbioso si avventò su di lui: per difendersi, il gigante Ti-Nu fuggì in tutta fretta. Ma la nuvola che avvolgeva la porzione di sole da donare alla Notte era piena di fenditure e, nella fuga, il suo prezioso contenuto fuoriusciva. Ti-Nu, ignaro, continuò a correre e non si accorse di spargere intorno a sè scintille luminose, di seminare fiorellini incandescenti. Corse così velocemente che inciampò nel secchio dove era stato versato il latte argenteo di una capra sacra : quella piccola porzione di sole che non si era dispersa nella fuga vi cadde dentro, e perse la sua luminosità.

Il gigante Ti-Nu si disperò. Il cane rabbioso continuò ad inseguirlo, Ti-Nu continuò a correre per fuggire, e, tutt'oggi, ancora corre e non sa di aver creato il firmamento, con le stelle scintillanti e la pallida luna, protettrice dei sogni.
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UNA SIRENA DI NOME PARTHENOPE
Postato da spalato il Sabato, 29 aprile @ 12:44:08 CEST (2774 letture)
Storia Alla penisola sorrentina era legata la leggendaria presenza delle Sirene. Dal nome di una sirena che vi sarebbe stata sepolta, Parthenope, deriva il nome di uno degli empori commerciali fondati sulla costa dagli abitanti di Cuma. Il promontorio su cui sorse il centro era già stato utilizzato come scalo marittimo e commerciale da popolazioni egee, dai Fenici e più tardi da navigatori rodii. Quando vi si stanziarono i Cumani, trovarono già un monumento funebre a Parthenope. In seguito l'emporio conobbe una fase di declino attorno al 550 a.C.
Così, quando neppure un secolo più tardi (470 a.C.) nacque un secondo centro a poca distanza dal primo, venne chiamato Neapolis (città nuova), per distinguerlo dalla "città vecchia" (Paleopolis). Nella nuova città si stabilirono, oltre ad abitanti di Cuma e Ischia, Siracusani e forse, più tardi, coloni provenienti dall'Attica.

L'impronta greca in Campania (che i Greci chiamavano Opicia) durò comunque ancora molti anni, anche dopo la conquista romana, e sembra che a Neapolis si continuasse a lungo a parlare greco. Nell'antico centro della città è del resto avvertibile ancora oggi, nel reticolo ortogonale delle vie, la struttura cardo-decumanica di una città greca del V-IV secolo. Fu infatti attraverso la Campania che Roma entrò in contatto con la cultura e l'arte greche, molto prima di diventare, con la presa di Corinto, la vera padrona del Mediterraneo.

Il Museo Nazionale di Napoli possiede a tutt'oggi, di questa complessa vicenda di sovrapposizioni di civiltà, la raccolta forse più articolata e ricca. A partire dai più antichi reperti di Pithekusa e Kyme, per giungere a quelli, scoperti a partire dal 1700, di Pompei ed Ercolano, il Museo conserva un numero incredibile di manufatti, notevoli non solo per quantità ma pure per qualità, spesso sbalorditiva.

Anche le città di Pompei, Stabia ed Ercolano conservarono un'impronta tipicamente campana e i loro abitanti continuarono a prediligere manufatti d'impronta greca: infatti alle opere eseguite da maestranze e artigiani locali si alternano spesso, in questi siti, opere di importazione provenienti da ricchi centri ellenistici, come Alessandria. E benchè sostanzialmente romani, i reperti pittorici, i soli che siano rimasti in tale quantità nel mondo classico, costituiscono le uniche tracce consistenti per ricostruire l'aspetto dei grandi capolavori perduti della pittura greca.
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KINTU E LA FIGLIA DEL CIELO
Postato da spalato il Sabato, 29 aprile @ 12:34:13 CEST (1019 letture)
Leggende e fiabe II Quando il giovane Kintu arrivò in Uganda, portava con sé solo una mucca e, non avendo altro da mangiare, si cibava del suo latte. Nambi, la figlia di Gulu dio del Cielo, s'innamorò di Kintu e lo voleva come marito, ma i fratelli la misero in guardia: «Uno che si ciba di solo latte non è un essere umano. Come può sposarti?» Nambi e i fratelli si recarono dal padre Gulu per chiedere consiglio, e il dio del Cielo disse: «Portiamogli via la mucca, se muore vuol dire che non è umano». Kíntu sopravvisse nutrendosi di foglie e di radici. Tuttavia Gulu non era convinto e volle sottoporlo a un'altra prova, Mandò la figlia Nambi sulla terra a dire a Kintu: «Io so dov'è la tua mucca. Vieni con me a riprenderla». Kintu sali nel Cielo e venne introdotto in una capanna dove era stato preparato un pasto per cento persone. «Devi mangiare tutto» gli disse Gulu «altrimenti non avrai né la mucca né mia figlia!» Kintu era disperato. Come poteva mangiare tutto quel cibo? A un tratto si aprì una grande buca nel pavimento della capanna: svelto Kintu vi gettò tutto il cibo. Quando i fratelli di Nambi vennero a controllare, riferirono a Gulu che Kintu era riuscito a mangiare tutto. Il dio del Cielo non era però convinto e pensò a un'altra prova. Diede a Kintu un'ascia e gli disse: «Vai a tagliare la roccia per accendere il fuoco; a me la legna non serve!» Kintu si allontanò, pensando: «Contro le rocce la scure si spezza. Che cosa devo fare, dunque?» Ma quando arrivò alla montagna, vide che molte rocce erano già spezzate. Le raccolse e le portò a Gulu. Tuttavia questi non era ancora persuaso che Kintu potesse essere uno sposo degno della sua divina figlia. Allora prese un vaso e gli ordinò: «Riempi questo vaso d'acqua. Ma che sia solo acqua di rugiada!» Kintu prese il vaso e sconsolato si recò nei prati. Come si può riempire un vaso con la rugiada? Ci pensò per tutta la notte, finché alle prime luci del mattino potè vedere che ogni filo d'erba era carico di rugiada, e che il suo vaso ne era colmo fino all'orlo! Adesso Gulu era convinto che Kintu meritasse di sposare Nambi, tuttavia desiderava che anche l'intera popolazione del Cielo ne fosse persuasa. Radunò la sua gente e annunciò: «Kintu è un grande uomo e potrà sposare mia figlia Nambi. Prima, però, dovrà ritrovare la sua mucca, che si è mescolata alle mie». Kintu sapeva bene che il dio del Cielo possedeva migliaia e migliaia di mucche, tutte uguali alla sua. Ritrovarla era dunque un'impresa disperata. In quel momento sentì che un'ape gli si era posata su una spalla e gli stava bisbigliando: «Non avere paura, Kintu, io ti aiuterò. La tua mucca e quella su cui io andrò a posarmi». La mattina dopo una mandria di mille mucche fu condotta davanti a Kintu. Kintu si guardò intorno e scorse l'ape che sostava tranquilla sul ramo di un albero lì vicino. Allora finse di cercare la sua mucca tra le altre, e infine disse: «Qui la mia mucca non c'è i servi di Gulu portarono una seconda mandria, dieci volte più numerosa della prima. Anche questa volta l'ape rimase ferma sul ramo e Kintu dopo un po' disse: «No, la mia mucca non è neppure qui!» Fu condotta una terza mandria, dieci volte più numerosa della seconda. Questa volta l'ape si levò in volo. Kintu la seguì, correndo nel mezzo di una foresta di corna. Alla fine l'ape si posò sul dorso di una grossa mucca. «Ecco!» esclamò Kintu. «Questa è la mia mucca!» Poi vide che l'ape era andata a posarsi su un vitellino. Kintu annunciò: «E questo è il piccolo della mia mucca, nato in questi giorni!» L'ape si posò ancora su un altro vitello e poi su un altro ancora. Kintu riconobbe anche questi come figli della sua mucca. Gulu era al colmo dell'entusiasmo. «Tu sei il grande Kintu e nessuno può ingannarti! Prendi in sposa mia figlia e conducila alla tua casa!» Kintu e Nambi scesero sulla Terra, portando con sé una capra, una pecora, una gallina, sementi per tutte le piante, e, naturalmente, la mucca con i vitellini! Kintu fu il primo e il più grande re dell'Uganda, e governò saggiamente con la sua sposa per lunghi e felici anni.
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L'ORIGINE DELL'UOMO - Mito Bantù
Postato da spalato il Sabato, 29 aprile @ 12:30:49 CEST (4600 letture)
Leggende e fiabe II Dio aveva già creato tutto il mondo, con montagne e laghi, con foreste, savane e deserti. Aveva anche creato tutti gli animali e le piante, ma mancava ancora l'uomo. Allora si recò nella savana e scavò due buchi nel suolo. Ed ecco che, dopo qualche istante, dal primo buco uscì un uomo e dal secondo una donna. Erano il primo uomo e la prima donna che fossero mai esistiti e non conoscevano proprio nulla. «Che cosa dobbiamo fare?» domandarono al Creatore. Il Creatore rispose: «Dovete lavorare la terra e seminarvi il miglio. Poi costruitevi una capanna per ritirarvi a dormire». «E con che cosa ci nutriremo?» domandarono ancora i due. «Quando il miglio sarà cresciuto, ne macinerete i semi e con la farina ottenuta farete il pane. Quello sarà il vostro cibo» disse Dio. L'uomo e la donna cominciarono a lavorare la terra e a seminarvi il miglio. Ma a ogni momento si fermavano, si asciugavano il sudore e brontolavano: «Oh, che fatica lavorare la terra! Che lavoro duro e ingrato!» Comunque sia, alla fine il miglio fu seminato e, poiché si era all'inizio del tempo, in breve germogliò e si trasformò in tante spighe mature. L'uomo e la donna avevano fame, per pigrizia non accesero il fuoco per far cuocere il miglio, così lo mangiarono crudo. Quando venne sera ebbero sonno e si consultarono: «È inutile costruire una capanna. Nella foresta ci sono tanti alberi, e su un ramo dormiremo benissimo senza dover ancora faticare!» Quando Dio li vide serenamente addormentati su un albero, s'infuriò. Chiamò una scimmia maschio e una scimmia femmina, e diede loro le stesse istruzioni che aveva dato agli uomini. Le scimmie si misero subito al lavoro. Seminarono il miglio e costruirono una bella capanna. Quindi accesero il fuoco, macinarono i semi delle spighe e li misero a cuocere, ottenendo degli ottimi pani. A sera andarono a riposare nella capanna. Quando il Creatore vide tutto ciò fu molto soddisfatto. Chiamò le due scimmie e staccò loro le code, quindi disse: «Siate uomini!» Poi chiamò l'uomo e la donna e attaccò sul fondo della loro schiena le code delle scimmie, dicendo: «D'ora in poi, siate scimmie!» Avvenne che da allora le scimmie, trasformate in uomini, abitarono nelle case, mentre i veri primi uomini continuano a dormire sugli alberi.
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LUONNOTAR
Postato da spalato il Sabato, 29 aprile @ 12:28:54 CEST (2709 letture)
Leggende e fiabe II Dal Caos emerse la bella dea finlandese della natura, Luonnotar. Un giorno scese dal cielo, incominciò a vagare sul mare, si adagiò sulle onde e si addormentò. Un'aquila enorme apparve nel cielo, discese e raggiunse Luonnotar e fece il suo nido su un ginocchio della dea. Vi depose sei uova d'oro e uno di ferro. La dea si mosse di colpo, le uova rotolarono e si ruppero. Nell'infinito universo accadde allora una cosa meravigliosa. Il guscio delle uova d'oro si ingrandì, si distese, formò la volta del cielo e la superficie ricurva della Terra; i rossi tuorli formarono gli astri: il sole, la luna, le stelle. I piccoli frammenti neri dell'uovo di ferro si convertirono in nubi che corsero rapide sui mari. Luonnotar toccò con le sue agili dita la terra molle e formò le insenature e le baie, calcò con i suoi piedi d'argento il suolo d'argilla e formò i monti e le valli. Si adagiò al sole ad asciugare i capelli intrisi di acqua e con le braccia distese formò le vaste pianure. Ma là dove la dea aveva posato il suo capo, i capelli grondanti formarono laghi e fiumi e cascate d'argento.
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TULUGAU il corvo padre - Mito eschimese
Postato da spalato il Sabato, 29 aprile @ 12:23:24 CEST (1228 letture)
Leggende e fiabe II C'erano solo le tenebre. Le tenebre e lui: Corvo, piccolo e debole. Ma non era bello star lì, nel buio e nel silenzio, senza far nulla; così Corvo, troppo giovane per volare, cominciò a saltellare intorno. E a ogni saltello nascevano montagne e foreste, fiumi e ruscelli. Corvo guardava stupito quelle meraviglie, senza capire che era lui stesso a crearle, e si spingeva sempre più lontano. A un tratto giunse alla fine del Gelo e sì trovò davanti a uno spaventoso baratro. Ebbe paura di cadere e apri le ali. In quel momento sentì che esse erano diventate grandi e forti, in grado di sostenerlo. Allora comprese che egli era Tulugau, il Corvo padre. Si lanciò in volo nell'abisso e ne raggiunse il fondo, ancora buio e vuoto. E Corvo creò in basso le stesse cose che aveva creato in alto. E chiamò Terra il mondo in basso e Cielo il mondo in alto. Poi Corvo prese un sasso lucente e lo lanciò nel Cielo. Subito il sasso divenne Sole e illuminò ogni cosa. Un giorno, mentre se ne andava in giro ad ammirare la sua creazione, vide una grande pianta di pisello, alta più di un albero, con baccelli enormi.
Corvo si fermò sorpreso e, ad un tratto un baccello s'aprì di colpo... e ne usci un uomo! Corvo, che non aveva mai visto una tale creatura, fece un balzo indietro. Ma anche l'uomo, che non aveva mai visto un corvo, si spaventò. Passata la sorpresa, Corvo chiese all'uomo: «Hai fame?» L'uomo di fame ne aveva, e anche tanta. Allora Corvo gli indicò un arbusto e gli disse: «Mangia le bacche di quell'arbusto!» L'uomo ci provò, ma dopo averle mangiate tutte aveva più fame di prima. Allora Corvo prese dell'argilla e modellò buoi muschiati e caribù, che subito si misero a galoppare per la prateria. Poi diede all'uomo arco e frecce per cacciare, dicendo: «Non uccidere troppi animali, altrimenti diverranno pochi e tu avrai di nuovo fame». L'uomo ebbe rispetto per gli animali creati dal Corvo, ed essi gli furono amici. Passarono molti anni. Gli uomini divennero avidi e uccidevano sempre più animali. Corvo osservava indignato, finché risalì alle praterie del Cielo e non scese mai più sulla Terra. Un giorno, quando gli uomini saranno di nuovo amici di buoi e caribù, Corvo tornerà.
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Le leggende dei vulcani
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 26 aprile @ 20:13:35 CEST (8675 letture)
Leggende e fiabe II I vulcani hanno da sempre intimorito, meravigliato e scatenato le fantasie dei popoli. I tremori dei terremoti, il fumo, le ceneri, il fuoco e la roccia fusa non possono che rappresentare l'anima tormentata della Terra.
Per gli antichi greci le eruzioni vulcaniche erano provocate dai Titani.
I Titani combattevano con gli déi dell'Olimpo e nelle loro tremende battaglie scuotevano la Terra, la quale in tutta risposta non poteva che vomitare il fuoco nascosto nelle proprie viscere.
Il più grande dei Titani era Tifone, figlio di Tartaro e di Gaia (il leggendario nome del pianeta Terra).
Gli déi, per punire la sua insolenza di volerli combattere, lo imprigionarono sotto il vulcano Etna.
Ma Titano non si diede per vinto. Le sue urla e i suoi gridi si sentivano lontano chilometri, si scuoteva e muoveva la terra per la rabbia, il suo alito incandescente fuoriusciva infine dalla bocca del vulcano.
Per la leggenda i vulcani nascondevano un'officina. Efesto, dio del fuoco e dei vulcani, sotto il mediterraneo fucinava le armi per gli déi. Fulmini per Giove e armi e scudo per Achille.
Infine i ciclopi, il cui loro unico occhio simboleggiava proprio la bocca di un vulcano mentre la loro statura e forza si paragonava a quella delle montagne.
Quello che fuoriusciva dai vulcani del Mediterraneo era perciò il fumo e le scintille provocate dal lavoro di Efesto e dei ciclopi.
Furono i greci antichi, mediante osservazioni e deduzioni logiche, a immaginare la vera natura dei vulcani, ma la civiltà fiorente di Creta, popolo di navigatori che controllava le principali coste, è stata scossa nel 1650 a.C. circa, da una potente eruzione del vulcano posto sull'isola di Santorini, coinvolgendo la capitale Cnosso.
Un primo strato di pomice eruttata dal vulcano elevò uno spessore di quattro metri prima di lasciare spazio a una breve calma.
Successivamente il vulcano esplose distruggendo anche sé stesso e seppellendo l'isola di Santorini sotto uno strato di pomice di circa sessanta metri.
Quello che restò del vulcano sprofondò infine nel mare, ma il maremoto conseguente ai sommovimenti tellurici, provocò ondate alte duecento metri che spazzarono via gli insediamenti costieri cretesi.
La vicenda venne successivamente descritta da Platone nella sua opera “Crizia” e ciò da probabilmente ebbe origine la leggenda di Atlantide.
I romani ereditarono quindi leggende e timori, dapprima sostituendo i nomi dei protagonisti: Tifone divenne Encelade ed Efesto fu Vulcano, dio romano del fuoco.
Perfino nel Vecchio Testamento, successivamente introdotto a Roma mediante la religione cristiana, si possono rinvenire tracce di vulcani.
Alcuni pensano che le famose piaghe d'Egitto descritte nella Bibbia siano la conseguenza dell'eruzione del vulcano di Santorini. Un'altra ipotesi riguarda la fuga dall'Egitto permessa dal ritiro delle acque del mar Rosso che potrebbe essere stata una conseguenza del maremoto provocato dallo stesso evento.
Altre suggestive immagini della Bibbia lasciano pensare facilmente ai vulcani: “La Maestà Divina si stabilì sul monte Sinai che fu avvolto per sei giorni dalle nuvole, il settimo da una nuvola il Signore chiamò Mosé.
Ora la Maestà divina apparve come un fuoco che divorava la sommità della montagna, mostrandosi alla vista dei figli di Israele” (Esodo XXIV, 16-17).
Ora, il terzo giorno, di mattina ci furono tuoni e fulmini, e una nube densa sulla montagna, e si udì un suono di corno molto intenso.
Tremarono tutti gli uomini nell'accampamento.
Mosé fece uscire tutti gli uomini al cospetto della divinità, ed essi si fermarono ai piedi della montagna.
E ora la montagna del Sinai divenne tutta fumante perché il Signore vi era disceso in mezzo alla sua fiamma; il suo fumo si innalzò come quello di una fornace e la montagna intera venne scossa violentemente.
Il suono del corno aumentò di intensità. Mosé parlò e la voce divina gli rispose” (Esodo XIX, 10-21).
Più recentemente i vulcani sono stati oggetto di romanzi e libri.
All'inizio del 900, un erudito scrittore M.P. Shiel redigeva “La nube purpurea”, in Italia edito da Adelphi, un romanzo in cui ipotizzava l'emissione di una nube di acido solfidrico da una serie di vulcani, che avrebbe praticamente distrutto l'intera umanità, lasciando sé stesso quasi unico testimone dell'evento.
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Ho sognato di volare - Dacia Maraini
Postato da Grazia01 il Martedì, 25 aprile @ 16:37:18 CEST (11079 letture)
Poesie d'autore I

Ho sognato di volare
tante volte in una
una volta in tante,
leggera sopra i tetti
con un sospiro di gioia nera
posandomi sui cornicioni
seduta in bilico su un comignolo
quanto quanto quanto
ho camminato sulle vie
ariose dell'orizzonte
fra nuvole salate e raggi di sole
un gabbiano dal becco aguzzo
un passero dalle piume amare
erano le sole compagnie
di una coscienza addormentata
vorrei saper volare
ancora in sogno ancora,
come una rondine,
da una tegola all'altra
e poi sputare sulle teste
dei passanti e ridere
della loro sorpresa, piove?
O sono lacrime di un Dio ammalato?
Volo ancora, ma nelle tregue del sonno
il piede non più leggero
scivola via, una mano si aggrappa
alla grondaia che scappa
vorrei volando volare
e riempire di allegrie
le spine del buio.

Dacia Maraini
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Il Leone di San Babila
Postato da spalato il Lunedì, 24 aprile @ 17:23:15 CEST (1372 letture)
Leggende e fiabe II Circa cinque secoli fa i nobili veneziani discutevano di come poter attaccare e distruggere Milano; giunsero alla decisione di colpire la città all'improvviso, durante la notte, così che la sorpresa avrebbe sicuramente impedito ai milanesi d'organizzare una buona difesa. Oramai era tutto stabilito. Una sera, poco dopo il tramonto, i veneziani erano pronti e cominciarono ad avvicinarsi alle mura della città ad un certo punto però udirono un rumore simile al rullo di un tamburo. Spaventati e allo stesso tempo sconcertati dal fatto che i milanesi potessero aver previsto l'attacco, sospesero l'offensiva e inviarono una pattuglia in avanscoperta. In realtà il rumore che udirono proveniva da un panettiere intento ad abburattare la farina, che s'accorse in ogni caso della loro presenza e corse a dare l'allarme. I milanesi riuscirono a respingere l'attacco, e a far scappare in fretta e furia i veneziani, i quali, dalla fretta, abbandonarono sul campo di battaglia tutte le loro insegne, i loro stemmi, e un gigantesco leone in pietra, molto simile a quelli che ancora oggi si trovano in piazza San Marco, a Venezia. Il leone veneziano in pietra fu dichiarato bottino di guerra e sistemato su una colonna collocata in piazza San Babila.
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I miei giorni - Dacia Maraini
Postato da Antonio il Giovedì, 13 aprile @ 19:15:07 CEST (2887 letture)
Poesie d'autore I

I miei giorni
color delle ortensie
sotto portici ombrosi
e terrazze di lino,
ho a lungo abitato
dalle parti della desolazione
ora mi par di mangiare chicchi d'uva
troppo dolce rubandola alle vespe
torno a cercare quelle ombre
e trovo solo delle brillanti fotografie.

Dacia Maraini
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Se amando troppo - Dacia Maraini
Postato da Antonio il Giovedì, 13 aprile @ 18:54:16 CEST (4908 letture)
Poesie d'autore I

Se amando troppo
si finisce
per non amare affatto
io dico che
l'amore è una amara finzione
quegli occhi a vela
che vanno e vanno
su onde di latte
casa si nasconde mio Dio
dietro quelle palpebre azzurre
un pensiero di fuga
un progetto di sfida
una decisione di possesso?
La nave dalle vele nere
gira ora verso occidente
corre su onde di schiuma
fra ricci di neve
e gabbiani affamati
so già che su quel ponte
lascerò la scarpa, un dente
e buona parte di me.

Dacia Maraini
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Butch Cassidy - La leggenda del fuorilegge gentiluomo
Postato da spalato il Giovedì, 13 aprile @ 09:35:43 CEST (1181 letture)
Leggende e fiabe III Un vero fuorilegge, uno che aveva messo su una banda per rapinare le ferrovie e le banche nel sud-ovest degli Stati Uniti. Tuttavia, benché fosse uno dei banditi più ricercati d'America, divenne noto come una specie di "ladro gentiluomo"; una simpatica canaglia, come ce lo tramanda la tradizione, capace addirittura di farsi benvolere e di risultare simpatico. D'altronde la mitologia legata al personaggio racconta che non ha mai ucciso e che fosse una persona estremamente simpatica e alla mano.

Robert Leroy Parker, questo il suo nome all'anagrafe, nacque a Beaver nello Utah il 13 Aprile 1866. Ultimo di tredici figli di una famiglia di mormoni (e forse da questo si può far risalire la sua "mitezza"), trascorse la sua adolescenza presso il ranch di Circleville nello Utah. Qui conobbe un navigato cowboy chiamato Mike Cassidy, che ebbe una notevole influenza su di lui instradandolo all'arte della rapina.

Negli anni successivi Robert si allontanò da casa e lavorò in diversi ranch, seguì una strada che lo portò a essere un cowboy errante e un fuorilegge. Nel 1892 si fermò a Rock Spring nel Wyoming dove indossò il grembiule da garzone in una macelleria e proprio qui ottenne il soprannome "Butch" (Macellaio).

Da allora decise di cambiare nome; assunse il cognome Cassidy in parte in onore di quell'uomo che ammirava tanto ma anche perché era il nome di un fuorilegge già conosciuto: agli occhi di Butch era un ottimo "biglietto da visita".

Il primo colpo della banda di Butch Cassidy, anche se fallito per via dell'intrepido impiegato che si rifiutò di aprire la cassaforte malgrado la minaccia delle armi, risale alla sera del 3 novembre 1887 alla ferrovia Rio Grande di Denver, nel Colorado. I componenti della banda avendo concordato di non spargere sangue si allontanarono a mani vuote.

Ci riprovarono il 30 marzo 1889, questa volta ai danni della First National Bank di Denver. La banda era composta da Butch Cassidy e Tom McCarty. Cassidy informò il direttore che era a conoscenza di un complotto per rapinare la banca e al direttore pallido e concitato che chiedeva lumi in merito rispose: "Come sono venuto a saperlo? Semplice sono io l'organizzatore." Estrasse una bottiglietta dicendo che era nitroglicerina e che sarebbe saltato tutto in aria: gli venne subito erogato un assegno di 21.000 dollari.
Butch Cassidy e Tom MacCarty uscirono dalla banca e Butch gettò in un cestino la bottiglietta che conteneva solo acqua.

Il primo crimine im(edited)to alla banda fu la rapina alla banca San Miguel a Telluride, Colorado, il 24 giugno 1889 compiuta insieme a Tom McCarty, Matt Warmer, e Bart Madden. Perfettamente riuscita, dopo aver immobilizzato il cassiere: prelevarono 10.000 dollari. La banda ne uscì senza spargimenti di sangue, trascorrendo l'inverno alla macchia.

Seguirono anni di scorrerie, rapine e momenti di "riposo", in cui Butch per far calmare le acque dopo un colpo, si dava anche a qualche lavoro onesto; poi estese la sua attività criminale anche al furto di cavalli.
Fra le altre cose questa sorta di Robin Hood del west, pare che si impegnasse a portare medicamenti e conforto a malati della zona.

Non mancarono fatti tragici con alcuni morti ammazzati fra gli uomini della banda. Nel 1894, dopo aver tentato una rapina a mano armata, venne sorpreso dallo sceriffo Ward che, dopo uno scontro a fuoco, riuscì a ferire il bandito e ad arrestarlo. Butch Cassify venne rinchiuso in gattabuia per due anni dove però non smise di architettare rapine e colpi definitivi.
Propositi puntualmente realizzati una volta aperte le porte del penitenziario.

Butch per l'occasione catalizzò intorno a sé un gruppo di criminali, una trentina di persone, che si erano ribattezzati Gruppo Selvaggio: subito ne divenne il nuovo capo (al suo fianco vi era anche il mitico compagno di avventure Sundance Kid).
La maggioranza dei crimini della banda avvenne tra il 1896 e il 1901 con colpi clamorosi, come quello del 1897 in cui si impadronirono degli stipendi dei minatori di Castle Gate.
Altri sconsiderati assalti seguirono, ma in particolare una rapina al treno della Union Pacific a Tipton, nel Wyoming, il 29 agosto 1900, contribuì a farlo identificare (venne riconosciuto dalle numerose persone a bordo).

Butch decise di andare in Sud America per respirare aria migliore ma servivano altri soldi: si procurò un bel malloppo a forza di svaligiare altre banche e treni. Poi scomparve dalla circolazione.

Di lui si sa che trascorse questa specie di esilio volontario, braccato, insieme all'inseparabile Sundance, fra Argentina, Bolivia e Cile, nel timido tentativo di lavorare come onesti allevatori.

In un cruento scontro a fuoco con le forze dell'ordine boliviane avvenuto il 6 novembre 1908 (data presunta) pare che Cassidy e Sundance siano morti. Pare, perché nessuno ha la certezza che fossero loro. Molti accettarono l'idea che i due "americanos" morirono nella sparatoria di San Vicente, ma la leggenda vuole che i due si lasciarono credere morti e che passarono la loro vecchiaia nel West sotto falso nome.
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