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L'ORIGINE DELL'UOMO - Mito Bantù
Postato da spalato il Sabato, 29 aprile @ 12:30:49 CEST (4688 letture)
Leggende e fiabe II Dio aveva già creato tutto il mondo, con montagne e laghi, con foreste, savane e deserti. Aveva anche creato tutti gli animali e le piante, ma mancava ancora l'uomo. Allora si recò nella savana e scavò due buchi nel suolo. Ed ecco che, dopo qualche istante, dal primo buco uscì un uomo e dal secondo una donna. Erano il primo uomo e la prima donna che fossero mai esistiti e non conoscevano proprio nulla. «Che cosa dobbiamo fare?» domandarono al Creatore. Il Creatore rispose: «Dovete lavorare la terra e seminarvi il miglio. Poi costruitevi una capanna per ritirarvi a dormire». «E con che cosa ci nutriremo?» domandarono ancora i due. «Quando il miglio sarà cresciuto, ne macinerete i semi e con la farina ottenuta farete il pane. Quello sarà il vostro cibo» disse Dio. L'uomo e la donna cominciarono a lavorare la terra e a seminarvi il miglio. Ma a ogni momento si fermavano, si asciugavano il sudore e brontolavano: «Oh, che fatica lavorare la terra! Che lavoro duro e ingrato!» Comunque sia, alla fine il miglio fu seminato e, poiché si era all'inizio del tempo, in breve germogliò e si trasformò in tante spighe mature. L'uomo e la donna avevano fame, per pigrizia non accesero il fuoco per far cuocere il miglio, così lo mangiarono crudo. Quando venne sera ebbero sonno e si consultarono: «È inutile costruire una capanna. Nella foresta ci sono tanti alberi, e su un ramo dormiremo benissimo senza dover ancora faticare!» Quando Dio li vide serenamente addormentati su un albero, s'infuriò. Chiamò una scimmia maschio e una scimmia femmina, e diede loro le stesse istruzioni che aveva dato agli uomini. Le scimmie si misero subito al lavoro. Seminarono il miglio e costruirono una bella capanna. Quindi accesero il fuoco, macinarono i semi delle spighe e li misero a cuocere, ottenendo degli ottimi pani. A sera andarono a riposare nella capanna. Quando il Creatore vide tutto ciò fu molto soddisfatto. Chiamò le due scimmie e staccò loro le code, quindi disse: «Siate uomini!» Poi chiamò l'uomo e la donna e attaccò sul fondo della loro schiena le code delle scimmie, dicendo: «D'ora in poi, siate scimmie!» Avvenne che da allora le scimmie, trasformate in uomini, abitarono nelle case, mentre i veri primi uomini continuano a dormire sugli alberi.
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LUONNOTAR
Postato da spalato il Sabato, 29 aprile @ 12:28:54 CEST (2732 letture)
Leggende e fiabe II Dal Caos emerse la bella dea finlandese della natura, Luonnotar. Un giorno scese dal cielo, incominciò a vagare sul mare, si adagiò sulle onde e si addormentò. Un'aquila enorme apparve nel cielo, discese e raggiunse Luonnotar e fece il suo nido su un ginocchio della dea. Vi depose sei uova d'oro e uno di ferro. La dea si mosse di colpo, le uova rotolarono e si ruppero. Nell'infinito universo accadde allora una cosa meravigliosa. Il guscio delle uova d'oro si ingrandì, si distese, formò la volta del cielo e la superficie ricurva della Terra; i rossi tuorli formarono gli astri: il sole, la luna, le stelle. I piccoli frammenti neri dell'uovo di ferro si convertirono in nubi che corsero rapide sui mari. Luonnotar toccò con le sue agili dita la terra molle e formò le insenature e le baie, calcò con i suoi piedi d'argento il suolo d'argilla e formò i monti e le valli. Si adagiò al sole ad asciugare i capelli intrisi di acqua e con le braccia distese formò le vaste pianure. Ma là dove la dea aveva posato il suo capo, i capelli grondanti formarono laghi e fiumi e cascate d'argento.
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TULUGAU il corvo padre - Mito eschimese
Postato da spalato il Sabato, 29 aprile @ 12:23:24 CEST (1234 letture)
Leggende e fiabe II C'erano solo le tenebre. Le tenebre e lui: Corvo, piccolo e debole. Ma non era bello star lì, nel buio e nel silenzio, senza far nulla; così Corvo, troppo giovane per volare, cominciò a saltellare intorno. E a ogni saltello nascevano montagne e foreste, fiumi e ruscelli. Corvo guardava stupito quelle meraviglie, senza capire che era lui stesso a crearle, e si spingeva sempre più lontano. A un tratto giunse alla fine del Gelo e sì trovò davanti a uno spaventoso baratro. Ebbe paura di cadere e apri le ali. In quel momento sentì che esse erano diventate grandi e forti, in grado di sostenerlo. Allora comprese che egli era Tulugau, il Corvo padre. Si lanciò in volo nell'abisso e ne raggiunse il fondo, ancora buio e vuoto. E Corvo creò in basso le stesse cose che aveva creato in alto. E chiamò Terra il mondo in basso e Cielo il mondo in alto. Poi Corvo prese un sasso lucente e lo lanciò nel Cielo. Subito il sasso divenne Sole e illuminò ogni cosa. Un giorno, mentre se ne andava in giro ad ammirare la sua creazione, vide una grande pianta di pisello, alta più di un albero, con baccelli enormi.
Corvo si fermò sorpreso e, ad un tratto un baccello s'aprì di colpo... e ne usci un uomo! Corvo, che non aveva mai visto una tale creatura, fece un balzo indietro. Ma anche l'uomo, che non aveva mai visto un corvo, si spaventò. Passata la sorpresa, Corvo chiese all'uomo: «Hai fame?» L'uomo di fame ne aveva, e anche tanta. Allora Corvo gli indicò un arbusto e gli disse: «Mangia le bacche di quell'arbusto!» L'uomo ci provò, ma dopo averle mangiate tutte aveva più fame di prima. Allora Corvo prese dell'argilla e modellò buoi muschiati e caribù, che subito si misero a galoppare per la prateria. Poi diede all'uomo arco e frecce per cacciare, dicendo: «Non uccidere troppi animali, altrimenti diverranno pochi e tu avrai di nuovo fame». L'uomo ebbe rispetto per gli animali creati dal Corvo, ed essi gli furono amici. Passarono molti anni. Gli uomini divennero avidi e uccidevano sempre più animali. Corvo osservava indignato, finché risalì alle praterie del Cielo e non scese mai più sulla Terra. Un giorno, quando gli uomini saranno di nuovo amici di buoi e caribù, Corvo tornerà.
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Le leggende dei vulcani
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 26 aprile @ 20:13:35 CEST (8743 letture)
Leggende e fiabe II I vulcani hanno da sempre intimorito, meravigliato e scatenato le fantasie dei popoli. I tremori dei terremoti, il fumo, le ceneri, il fuoco e la roccia fusa non possono che rappresentare l'anima tormentata della Terra.
Per gli antichi greci le eruzioni vulcaniche erano provocate dai Titani.
I Titani combattevano con gli déi dell'Olimpo e nelle loro tremende battaglie scuotevano la Terra, la quale in tutta risposta non poteva che vomitare il fuoco nascosto nelle proprie viscere.
Il più grande dei Titani era Tifone, figlio di Tartaro e di Gaia (il leggendario nome del pianeta Terra).
Gli déi, per punire la sua insolenza di volerli combattere, lo imprigionarono sotto il vulcano Etna.
Ma Titano non si diede per vinto. Le sue urla e i suoi gridi si sentivano lontano chilometri, si scuoteva e muoveva la terra per la rabbia, il suo alito incandescente fuoriusciva infine dalla bocca del vulcano.
Per la leggenda i vulcani nascondevano un'officina. Efesto, dio del fuoco e dei vulcani, sotto il mediterraneo fucinava le armi per gli déi. Fulmini per Giove e armi e scudo per Achille.
Infine i ciclopi, il cui loro unico occhio simboleggiava proprio la bocca di un vulcano mentre la loro statura e forza si paragonava a quella delle montagne.
Quello che fuoriusciva dai vulcani del Mediterraneo era perciò il fumo e le scintille provocate dal lavoro di Efesto e dei ciclopi.
Furono i greci antichi, mediante osservazioni e deduzioni logiche, a immaginare la vera natura dei vulcani, ma la civiltà fiorente di Creta, popolo di navigatori che controllava le principali coste, è stata scossa nel 1650 a.C. circa, da una potente eruzione del vulcano posto sull'isola di Santorini, coinvolgendo la capitale Cnosso.
Un primo strato di pomice eruttata dal vulcano elevò uno spessore di quattro metri prima di lasciare spazio a una breve calma.
Successivamente il vulcano esplose distruggendo anche sé stesso e seppellendo l'isola di Santorini sotto uno strato di pomice di circa sessanta metri.
Quello che restò del vulcano sprofondò infine nel mare, ma il maremoto conseguente ai sommovimenti tellurici, provocò ondate alte duecento metri che spazzarono via gli insediamenti costieri cretesi.
La vicenda venne successivamente descritta da Platone nella sua opera “Crizia” e ciò da probabilmente ebbe origine la leggenda di Atlantide.
I romani ereditarono quindi leggende e timori, dapprima sostituendo i nomi dei protagonisti: Tifone divenne Encelade ed Efesto fu Vulcano, dio romano del fuoco.
Perfino nel Vecchio Testamento, successivamente introdotto a Roma mediante la religione cristiana, si possono rinvenire tracce di vulcani.
Alcuni pensano che le famose piaghe d'Egitto descritte nella Bibbia siano la conseguenza dell'eruzione del vulcano di Santorini. Un'altra ipotesi riguarda la fuga dall'Egitto permessa dal ritiro delle acque del mar Rosso che potrebbe essere stata una conseguenza del maremoto provocato dallo stesso evento.
Altre suggestive immagini della Bibbia lasciano pensare facilmente ai vulcani: “La Maestà Divina si stabilì sul monte Sinai che fu avvolto per sei giorni dalle nuvole, il settimo da una nuvola il Signore chiamò Mosé.
Ora la Maestà divina apparve come un fuoco che divorava la sommità della montagna, mostrandosi alla vista dei figli di Israele” (Esodo XXIV, 16-17).
Ora, il terzo giorno, di mattina ci furono tuoni e fulmini, e una nube densa sulla montagna, e si udì un suono di corno molto intenso.
Tremarono tutti gli uomini nell'accampamento.
Mosé fece uscire tutti gli uomini al cospetto della divinità, ed essi si fermarono ai piedi della montagna.
E ora la montagna del Sinai divenne tutta fumante perché il Signore vi era disceso in mezzo alla sua fiamma; il suo fumo si innalzò come quello di una fornace e la montagna intera venne scossa violentemente.
Il suono del corno aumentò di intensità. Mosé parlò e la voce divina gli rispose” (Esodo XIX, 10-21).
Più recentemente i vulcani sono stati oggetto di romanzi e libri.
All'inizio del 900, un erudito scrittore M.P. Shiel redigeva “La nube purpurea”, in Italia edito da Adelphi, un romanzo in cui ipotizzava l'emissione di una nube di acido solfidrico da una serie di vulcani, che avrebbe praticamente distrutto l'intera umanità, lasciando sé stesso quasi unico testimone dell'evento.
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Ho sognato di volare - Dacia Maraini
Postato da Grazia01 il Martedì, 25 aprile @ 16:37:18 CEST (11788 letture)
Poesie d'autore I

Ho sognato di volare
tante volte in una
una volta in tante,
leggera sopra i tetti
con un sospiro di gioia nera
posandomi sui cornicioni
seduta in bilico su un comignolo
quanto quanto quanto
ho camminato sulle vie
ariose dell'orizzonte
fra nuvole salate e raggi di sole
un gabbiano dal becco aguzzo
un passero dalle piume amare
erano le sole compagnie
di una coscienza addormentata
vorrei saper volare
ancora in sogno ancora,
come una rondine,
da una tegola all'altra
e poi sputare sulle teste
dei passanti e ridere
della loro sorpresa, piove?
O sono lacrime di un Dio ammalato?
Volo ancora, ma nelle tregue del sonno
il piede non più leggero
scivola via, una mano si aggrappa
alla grondaia che scappa
vorrei volando volare
e riempire di allegrie
le spine del buio.

Dacia Maraini
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Il Leone di San Babila
Postato da spalato il Lunedì, 24 aprile @ 17:23:15 CEST (1394 letture)
Leggende e fiabe II Circa cinque secoli fa i nobili veneziani discutevano di come poter attaccare e distruggere Milano; giunsero alla decisione di colpire la città all'improvviso, durante la notte, così che la sorpresa avrebbe sicuramente impedito ai milanesi d'organizzare una buona difesa. Oramai era tutto stabilito. Una sera, poco dopo il tramonto, i veneziani erano pronti e cominciarono ad avvicinarsi alle mura della città ad un certo punto però udirono un rumore simile al rullo di un tamburo. Spaventati e allo stesso tempo sconcertati dal fatto che i milanesi potessero aver previsto l'attacco, sospesero l'offensiva e inviarono una pattuglia in avanscoperta. In realtà il rumore che udirono proveniva da un panettiere intento ad abburattare la farina, che s'accorse in ogni caso della loro presenza e corse a dare l'allarme. I milanesi riuscirono a respingere l'attacco, e a far scappare in fretta e furia i veneziani, i quali, dalla fretta, abbandonarono sul campo di battaglia tutte le loro insegne, i loro stemmi, e un gigantesco leone in pietra, molto simile a quelli che ancora oggi si trovano in piazza San Marco, a Venezia. Il leone veneziano in pietra fu dichiarato bottino di guerra e sistemato su una colonna collocata in piazza San Babila.
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I miei giorni - Dacia Maraini
Postato da Antonio il Giovedì, 13 aprile @ 19:15:07 CEST (3230 letture)
Poesie d'autore I

I miei giorni
color delle ortensie
sotto portici ombrosi
e terrazze di lino,
ho a lungo abitato
dalle parti della desolazione
ora mi par di mangiare chicchi d'uva
troppo dolce rubandola alle vespe
torno a cercare quelle ombre
e trovo solo delle brillanti fotografie.

Dacia Maraini
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Se amando troppo - Dacia Maraini
Postato da Antonio il Giovedì, 13 aprile @ 18:54:16 CEST (5247 letture)
Poesie d'autore I

Se amando troppo
si finisce
per non amare affatto
io dico che
l'amore è una amara finzione
quegli occhi a vela
che vanno e vanno
su onde di latte
casa si nasconde mio Dio
dietro quelle palpebre azzurre
un pensiero di fuga
un progetto di sfida
una decisione di possesso?
La nave dalle vele nere
gira ora verso occidente
corre su onde di schiuma
fra ricci di neve
e gabbiani affamati
so già che su quel ponte
lascerò la scarpa, un dente
e buona parte di me.

Dacia Maraini
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Butch Cassidy - La leggenda del fuorilegge gentiluomo
Postato da spalato il Giovedì, 13 aprile @ 09:35:43 CEST (1190 letture)
Leggende e fiabe III Un vero fuorilegge, uno che aveva messo su una banda per rapinare le ferrovie e le banche nel sud-ovest degli Stati Uniti. Tuttavia, benché fosse uno dei banditi più ricercati d'America, divenne noto come una specie di "ladro gentiluomo"; una simpatica canaglia, come ce lo tramanda la tradizione, capace addirittura di farsi benvolere e di risultare simpatico. D'altronde la mitologia legata al personaggio racconta che non ha mai ucciso e che fosse una persona estremamente simpatica e alla mano.

Robert Leroy Parker, questo il suo nome all'anagrafe, nacque a Beaver nello Utah il 13 Aprile 1866. Ultimo di tredici figli di una famiglia di mormoni (e forse da questo si può far risalire la sua "mitezza"), trascorse la sua adolescenza presso il ranch di Circleville nello Utah. Qui conobbe un navigato cowboy chiamato Mike Cassidy, che ebbe una notevole influenza su di lui instradandolo all'arte della rapina.

Negli anni successivi Robert si allontanò da casa e lavorò in diversi ranch, seguì una strada che lo portò a essere un cowboy errante e un fuorilegge. Nel 1892 si fermò a Rock Spring nel Wyoming dove indossò il grembiule da garzone in una macelleria e proprio qui ottenne il soprannome "Butch" (Macellaio).

Da allora decise di cambiare nome; assunse il cognome Cassidy in parte in onore di quell'uomo che ammirava tanto ma anche perché era il nome di un fuorilegge già conosciuto: agli occhi di Butch era un ottimo "biglietto da visita".

Il primo colpo della banda di Butch Cassidy, anche se fallito per via dell'intrepido impiegato che si rifiutò di aprire la cassaforte malgrado la minaccia delle armi, risale alla sera del 3 novembre 1887 alla ferrovia Rio Grande di Denver, nel Colorado. I componenti della banda avendo concordato di non spargere sangue si allontanarono a mani vuote.

Ci riprovarono il 30 marzo 1889, questa volta ai danni della First National Bank di Denver. La banda era composta da Butch Cassidy e Tom McCarty. Cassidy informò il direttore che era a conoscenza di un complotto per rapinare la banca e al direttore pallido e concitato che chiedeva lumi in merito rispose: "Come sono venuto a saperlo? Semplice sono io l'organizzatore." Estrasse una bottiglietta dicendo che era nitroglicerina e che sarebbe saltato tutto in aria: gli venne subito erogato un assegno di 21.000 dollari.
Butch Cassidy e Tom MacCarty uscirono dalla banca e Butch gettò in un cestino la bottiglietta che conteneva solo acqua.

Il primo crimine im(edited)to alla banda fu la rapina alla banca San Miguel a Telluride, Colorado, il 24 giugno 1889 compiuta insieme a Tom McCarty, Matt Warmer, e Bart Madden. Perfettamente riuscita, dopo aver immobilizzato il cassiere: prelevarono 10.000 dollari. La banda ne uscì senza spargimenti di sangue, trascorrendo l'inverno alla macchia.

Seguirono anni di scorrerie, rapine e momenti di "riposo", in cui Butch per far calmare le acque dopo un colpo, si dava anche a qualche lavoro onesto; poi estese la sua attività criminale anche al furto di cavalli.
Fra le altre cose questa sorta di Robin Hood del west, pare che si impegnasse a portare medicamenti e conforto a malati della zona.

Non mancarono fatti tragici con alcuni morti ammazzati fra gli uomini della banda. Nel 1894, dopo aver tentato una rapina a mano armata, venne sorpreso dallo sceriffo Ward che, dopo uno scontro a fuoco, riuscì a ferire il bandito e ad arrestarlo. Butch Cassify venne rinchiuso in gattabuia per due anni dove però non smise di architettare rapine e colpi definitivi.
Propositi puntualmente realizzati una volta aperte le porte del penitenziario.

Butch per l'occasione catalizzò intorno a sé un gruppo di criminali, una trentina di persone, che si erano ribattezzati Gruppo Selvaggio: subito ne divenne il nuovo capo (al suo fianco vi era anche il mitico compagno di avventure Sundance Kid).
La maggioranza dei crimini della banda avvenne tra il 1896 e il 1901 con colpi clamorosi, come quello del 1897 in cui si impadronirono degli stipendi dei minatori di Castle Gate.
Altri sconsiderati assalti seguirono, ma in particolare una rapina al treno della Union Pacific a Tipton, nel Wyoming, il 29 agosto 1900, contribuì a farlo identificare (venne riconosciuto dalle numerose persone a bordo).

Butch decise di andare in Sud America per respirare aria migliore ma servivano altri soldi: si procurò un bel malloppo a forza di svaligiare altre banche e treni. Poi scomparve dalla circolazione.

Di lui si sa che trascorse questa specie di esilio volontario, braccato, insieme all'inseparabile Sundance, fra Argentina, Bolivia e Cile, nel timido tentativo di lavorare come onesti allevatori.

In un cruento scontro a fuoco con le forze dell'ordine boliviane avvenuto il 6 novembre 1908 (data presunta) pare che Cassidy e Sundance siano morti. Pare, perché nessuno ha la certezza che fossero loro. Molti accettarono l'idea che i due "americanos" morirono nella sparatoria di San Vicente, ma la leggenda vuole che i due si lasciarono credere morti e che passarono la loro vecchiaia nel West sotto falso nome.
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Chi ha inventato la televisione?
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 12 aprile @ 18:58:13 CEST (1826 letture)
Invenzioni e origini I

L'idea di trasmettere a distanza immagini trasformate in segnale elettrico fu nel 1842 di un inventore scozzese, Alexander Bain.
Ma bisogna dire che alla realizzazione della televisione si è arrivati attraverso una serie di piccoli passi, tutti egualmente significativi.
La prima data da citare è il 1876: in quell'anno, il fisico tedesco Eugen Goldstein scoprì che in un tubo a vuoto (cioè un tubo di vetro svuotato dall'aria, nel quale le due estremità erano a un diverso potenziale elettrico) scorreva un flusso di radiazioni che andava dal polo negativo ("catodo") a quello positivo ("anodo").
Quelle radiazioni, che nel punto di arrivo generavano un fenomeno di fluorescenza, furono chiamate da Goldstein "raggi catodici".
Poi, nel 1888, il tedesco Heinrich Hertz scoprì le radioonde. Nel 1894 l'italiano Guglielmo Marconi scoprì che un lungo filo verticale collegato a un ricevitore di radioonde rendeva i segnali molto più forti e chiari: era stata inventata l'antenna.
Nel 1906 il fisico americano Reginald Fessenden realizzò la prima trasmissione radio a modulazione di ampiezza, e nel 1919 Edwin Armstrong costruì un più efficente ricevitore che negli anni Venti permise di dare il via alle trasmissioni radio pubbliche.
Nel frattempo, era stato scoperto che un fascio di raggi catodici modulato da un campo magnetico poteva "dipingere" un'immagine su uno schermo.
Nel 1923 l'inglese John Baird realizzò il primo impianto televisivo: sei anni dopo la BBC iniziò le trasmissioni.
La prima telecamera vera e propria venne inventata nel 1934, mentre la prima trasmissione a colori venne realizzata nel 1953, negli Stati Uniti.
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La "Topolino"
Postato da Antonio il Mercoledì, 12 aprile @ 12:00:23 CEST (1539 letture)
Invenzioni e origini I

La prima produzione di autovetture, datata 1900, avvenne con l'utilizzo di 150 operai nello stabilimento Fiat, in Corso Dante a Torino. Da lì uscirono 24 autoveicoli modello Fiat 3/12hp, di cui una curiosità era la mancanza della retromarcia. Ancora nel 1903 la produzione era limitata a 103 pezzi di auto. Al 1902 risale anche la prima affermazione della casa nelle competizioni automobilistiche, quando, con alla guida Vincenzo Lancia si aggiudica una gara locale piemontese la Torino Sassi-Superga.
Sempre al primo decennio del XX secolo risalgono le prime diversificazioni della Fiat nel campo dei veicoli commerciali, dei tram, degli autocarri e dei motori marini. La società inizia anche un'attività all'estero con la fondazione della Fiat Automobile Co negli Stati Uniti nel 1908; nel frattempo si amplia anche il numero delle persone occupate, giunte a 2500 unità nel 1906. Nel 1908 viene messa in produzione la Fiat 1 Fiacre, prima autovettura destinata alla funzione di taxi e di cui vennero esportati numerosi esemplari nelle più importanti città come Parigi, Londra e New York.
Poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale, la società torinese rinnova totalmente la gamma di autovetture in produzione con la presentazione dei modelli 1,2,3,4,5,6; di questi modelli va ricordata la presenza dei primi esempi di batteria e di trasmissione a cardano. Nel 1911 l'azienda si cimenta nella costruzione di un'autoveicolo specifico per battere il record mondiale di velocità: a tal fine costruisce la Fiat 300 hp Record, un'auto di quasi 29.000 cc e 290 cv di potenza, in grado di sfiorare i 300 kmh.
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“Un uomo in orbita. E sta bene…”
Postato da spalato il Mercoledì, 12 aprile @ 09:52:15 CEST (1301 letture)
Letture varie II “ATTENZIONE! UNA NOTIZIA CLAMOROSA: oggi, 12 aprile 1961, è nello spazio il primo uomo, Jurij Aleksejevich Gagarin. È in orbita attorno alla Terra, e sta bene”. Con questo annuncio, quarant’anni fa la voce di Jurij Levitan risuonò a Mosca, e nelle principali città dell’ex Unione Sovietica tramite i megafoni installati nelle piazze, informando dell’impresa straordinaria di un giovane ventiseienne, maggiore dell’aviazione russa, di nome Jurij Gagarin. Era lui il primo uomo ad entrare in orbita attorno alla Terra, e a completare un giro quasi completo in 108 minuti. Ed era lui il primo a rientrare sano e salvo sulla Terra, lanciandosi con un (edited)iolino eiettabile dalla sua capsula, la “Vostok 1”, per atterrare in un prato della pianura di Saratov.
Leggi Tutto... | 3467 bytes aggiuntivi | commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


Chi ha inventato la cioccolata?
Postato da Antonio il Martedì, 11 aprile @ 21:56:25 CEST (1773 letture)
Invenzioni e origini I

Analisi effettuate da alcuni scienziati sui residui di una antica "teiera" di ceramica hanno dato un risultato inatteso: il popolo dei Maya, e probabilmente i loro stessi predecessori, si ingozzavano di cioccolata già oltre 2600 anni fa! La scoperta è appetitosa (in tutti i sensi) in quanto la più antica testimonianza verificata fino ad oggi di uso di cioccolata era di ben 1000 anni superiore! Dunque, si riapre clamorosamente l'acceso dibattito su chi abbia inventato la cioccolata. Michael Coe, co-autore del libro "The True History of Chocolate", in base a questa nuova scoperta e ad altre considerazioni di tipo linguistico, ritiene che le radici della cioccolata vadano molto indietro nel tempo, esattamente all'epoca della grande civiltà olmeca, immediatamente precedente a quella dei Maya. "I Maya derivarono gran parte della loro grande cultura da quella degli Olmechi. Anche la parola "Cacao" non è una parola originaria dei Maya, ma derivata dai loro predecessori." Gli Olmechi vissero nella zona meridionale del Golfo del Messico tra il 1500 ed il 500 a.C, e la loro zona d'influenza comprendeva il Guatemala, l'Honduras, Il Belize, la Costa Rica ed El Salvador. La cioccolata è ricavata dai semi della pianta del cacao, avvolti in una polpa collosa all'interno di gusci giallo-verdastri. I semi e la polpa vengono estratti dal guscio e lasciati a fermentare, fino a quando i semi acquisiscono un colore marrone scuro. A questo punto i semi vengono fatti essiccare e poi messi a cuocere, per produrre una spesso impasto di cioccolata. I Maya avevano abitudini alimentari che farebbero invidia a molti bambini di oggi. Era infatti la bevanda della gente comune e l'alimento dei capi e degli dei. Il nome scientifico della pianta del cacao è infatti "Theobroma Cacao", che significa "Cibo degli dei". Ma come hanno fatto gli scienziati a stabilire che la sostanza rinvenuta nell'antichissimo recipiente fosse realmente cioccolata? Sono stati prelevati dei campioni della sostanza ed inviati ad un istituto avanzato di analisi biochimica, l'Hershey Foods Technical Center di Hershey in Pennsylvania, dove è stato utilizzata una tecnica denominata cromatografia liquida insieme alla spettrografia di massa della ionizzazione chimica. La prima tecnica serve a separare tutti i componenti della miscela, l'altra misura il peso molecolare di ogni sostanza. Il cacao è una miscela costituita da ben oltre 500 composti chimici.

da www.encarta.it
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Specchio
Postato da Grazia01 il Martedì, 11 aprile @ 19:12:30 CEST (1052 letture)
Poesie sulla vita I ...e il volto che rimandano i bagliori
dello specchio sbilenco
mi guarda…
l’insulto del tempo
indifferente non mi ferisce
(l‘abitudine lenta ai guasti preserva
da improvvisi stupori…)
è la meraviglia assente dall’iride
aperta a visioni ormai note
è la lascivia dei giorni
che incomincia adesso
a scavare nel fondo
e mi aspetta in agguato
ridendo sguaiata
del mio terrore

maryama

da www.scrivi.com
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L'ombrello
Postato da Grazia01 il Martedì, 11 aprile @ 18:45:01 CEST (1338 letture)
Invenzioni e origini I

La semplice funzionalità di un accessorio come l’ombrello rende difficile conciliare la sua utilizzazione pratica con un’origine che sfiora il mito; eppure, pochi oggetti del nostro vivere quotidiano possono vantare radici così antiche e leggendarie. L’unico elemento certo è la provenienza non occidentale: la Cina, l’India e l’Egitto si proclamano infatti paese-culla del parasole, ciascuno con motivazioni più che valide. Queste "rivendicazioni" ci permettono di aggiungere un altro dato sicuro ad una storia priva di certezze: l’ombrello è, fin dal suo apparire, collegato alla rappresentazione simbolica del potere, quando non, addirittura, attributo della divinità. Fin dal XII secolo a.C., l’ombrello cerimoniale apparteneva alle insegne dell’Imperatore della Cina e tale rimase per circa trentadue secoli, fino alla scomparsa del Celeste Impero. All’incirca nello stesso periodo, i re persiani potevano, unici tra i mortali, ripararsi dal sole per mezzo di un ombrello, sorretto da qualche dignitario; più democraticamente in Egitto si concedeva tale privilegio a tutte le persone di nobile origine.
In questo paese nasce, forse, il mito più bello, la più profonda simbologia legata all’ombrello: la dea Nut era spesso rappresentate in forma di parasole, con il corpo arcuato a coprire la terra, in atto di protezione e di amore. Il forte significato di status symbol come prerogativa regale, o comunque di potere, assunto dall’ombrello, spiega la sua contemporanea comparsa nell’immaginario religioso. Come in Egitto, anche in India viene associato alle dee della fertilità e del raccolto o, in senso più lato, della morte e della rinascita: nella sua quinta reincarnazione, Vishnu aveva riportato dagli Inferi l’ombrello, dispensatore di pioggia. Alla sfera del mito dobbiamo l’introduzione nel mondo occidentale del nostro accessorio, che compare in Grecia legandosi al culto di Dionisio (un dio di probabile origine indiana), ma anche di dee come Pallade e Persefone, che tra i loro fedeli contavano soprattutto donne.
Sono le donne che, nelle feste dedicate a queste divinità, si riparano in loro onore con un parasole, passato nel III secolo a.C. anche nel mondo romano, dove viene descritto dai poeti come delicato e prezioso oggetto in mani femminili. Sembrerebbe quindi di avere delineato una storia completa: da simbolo di potere, umano e divino, a oggetto di lusso e di seduzione. Eppure, tra i tanti valori e segni di civiltà cancellati dalla scomparsa dell’Impero romani, ci fu anche l’ombrello, di cui non rimase traccia nei "secoli bui", se non per la sua sopravvivenza nel culto cattolico, inizialmente come insegna pontificale, poi nell’uso liturgico. Totalmente sconosciuta all’antichità fu perciò la principale funzione utilitaria dell’ombrello, quella di parapioggia. Mantelli, cappucci e cappelli di pelle risolsero il problema della pioggia nel mondo classico ed in quello medievale.



Museo dell'ombrello e del parasole a Gignese




Gignese (in origine Zinexium) è un comune di 784 abitanti della provincia del Verbano Cusio Ossola. È un rinomato centro di soggiorno estivo dell'alto Vergante, situato alle pendici del monte Mottarone, alla destra del torrente Grisana. L'abitato - prossimo al lago Maggiore e alla città di Stresa - offre ottimi scorci panoramici.


Nato da un progetto di Igino Ambrosini, figlio e fratello di ombrellai (1883 - 1955) già fondatore del Giardino Botanico Alpinia, il museo si insediò nel 1939 al piano superiore delle scuole elementari. L'allestimento ricchissimo di materiale e pieno di fascino era testimonianza dell'amore per il proprio paese e per il proprio lavoro.
Nel 1976 il Museo dell'Ombrello e del Parasole si trasferì nell'attuale edificio costruito grazie alla collaborazione del Comune e dell'Associazione "Amici del Museo" presieduta allora da Zaverio Guidetti, industriale (manco a dirlo) dell'ombrello di Novara. L'edificio, se si osserva dall'alto delle gradinate della Chiesa Parrocchiale di San Maurizio ha la pianta a forma di tre ombrelli aperti affiancati. L'attuale allestimento, dovuto all'architetto Bazzoni, risale alla seconda metà degli anni '80, ma già un nuovo progetto del Comune di Gignese in collaborazione con la Regione Piemonte, l'Ecomuseo Cusio Mottarone e l'Associazione degli ombrellai sta per essere attuato.
Il museo recupera usi e costumi assai radicati nel Vergante. Articolato su due piani, raccoglie al piano terra una collezione di circa trecento reperti (su oltre 1.500 catalogati) frutto dell'attività specializzata tipica fin da tempi antichi nella zona. Al secondo piano è ospitata una sala dedicata all'esposizione di materiale fotografico che ricorda le antiche fabbriche e il metodo lavorativo di questo particolare tipo di opifici. Il Museo dell'Ombrello e del Parasole di Gignese è visitato annualmente da 8-10 mila visitatori.

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Angoscia
Postato da Grazia01 il Martedì, 11 aprile @ 13:23:41 CEST (1376 letture)
Le poesie e altro di Grazia I


Il tempo si ripiega su stesso,
come lenzuola in un armadio,
il passato e il presente si toccano.
e persino si sovrappongono.
Tutto si dissolve
in un caleidoscopio incoerente
di scene frammentate,
i ricordi esplodono all'esterno
in ogni direzione
nella mente un suono
prima è un mormorio,
poi aumenta d’ intensità
e distinguo parole,
pensieri, domande disperate
e risposte senza forma.
E' un muro dentato di rumore
contro cui l'equilibrio si scontra
in modo insensato,
cercando di non sentire,
cercando di non ricordare.
Sono un fiocco di neve
che galleggia in un pozzo profondo,
Sono un grumo di fuliggine
caduto nel cielo offuscato di nebbia.
Sono un nulla,
intriso di dilaniante dolore.


Grazia
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La vita
Postato da spalato il Martedì, 11 aprile @ 13:20:32 CEST (1233 letture)
Le poesie e i racconti di Spalato


La vita

Passata ma non vissuta
Misteriosa, dura, troppo dura
A volte leggera come una farfalla
E non ti accorgi del suo tocco.
La vita
Un orologio che corre troppo
E il tempo manca per viverlo
Il vortice ti prende
E ti trascina dove vuole.
La vita
Uno sguardo da un treno velocissimo
Senza le fermate intermedie
In mezzo ad un deserto e solitudine
La vita mista morte.

spalato
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L'orco (favola toscana)
Postato da Antonio il Lunedì, 10 aprile @ 12:48:39 CEST (1365 letture)
Leggende e fiabe III

C'era una volta un vecchio contadino che aveva tre figlie: Maria, Assunta e Caterina. Erano talmente poveri che non potevano permettersi neppure un tozzo di pane. Un giorno il padre, disperato, supplicò la figlia Maria di andare a rubare un po' di frutta e verdura nell'orto dell'Orco.
Maria andò nel giardino dell'Orco e riempì il suo paniere di frutta e ortaggi, ma, al momento di scavalcare il muro per tornare a casa, sentì una mano posarsi con violenza sulla sua spalla: era l'Orco !!!
L'Orco la catturò e la portò nel suo castello dove l e diede le chiavi delle cinquanta stanze dicendole che poteva visitarle tutte tranne una che le indicò. Le diede poi tre palle d'oro ordinandole di tenerle con cura perché al suo ritorno, doveva infatti partire, gliele avrebbe chieste. Al mattino, dopo la partenza dell'Orco, Maria, tenendo ben strette tra le mani le tre palle d'oro per paura di perderle, girò tutta la casa, aprì tutte le porte e visitò tutte le stanze, saloni, salotti, camere, cucine, finche arrivò davanti alla porta proibita. Incurante degli ordini ricevuti, spinta dalla curiosità, l'aprì ed entrò. Quando si fu abituata all'oscurità della stanza, scorse un vecchio armadio ricoperto di ragnatele. Mentre cercava di aprirlo, senza riuscirci, una delle tre palle d'oro le cadde di mano e rotolò sotto l'armadio. Maria si sdraiò per terra per cercarla, ma, quando la riebbe tra le mani, si accorse che era macchiata di sangue. Spaventata per quello che l'Orco avrebbe potuto dirle cercò di togliere la macchia, ma più strofinava e più la macchia s'ingrandiva. A sera, quando tornò e chiese le tre palle d'oro a Maria, l'Orco vide la macchia di sangue su una delle tre, afferrò la ragazza per i capelli, la trascinò nella stanza segreta e la gettò nell'armadio. Intanto i giorni passavano, Maria non tornava a casa e il padre era preoccupato. Chiamò la seconda figlia e le disse: - Assunta, se l'età me lo concedesse, scavalcherei il muro del giardino dell'Orco, ma non posso allora tocca a te andare a vedere cosa è successo a tua sorella.
Assunta, a mezzanotte, scavalcò il muro, entrò nel giardino e trovò il paniere della sorella. Cominciò allora a chiamarla sottovoce, ma nessuno rispondeva. Stava per tornare a casa, quando sentì sulla sua spalla il peso di una mano pelosa. Anche con lei l'Orco si comportò come aveva fatto con la sorella e anche lei, come Maria fu gettata nell'armadio della stanza proibita.
Intanto il povero contadino, disperato per aver perso due figlie, disse alla terza:- Caterina, ho mandato a morire le tue sorelle, ma tu resterai con me! Ma Caterina era coraggiosa e volle andare ugualmente a cercare le sorelle, scavalcò il muro e, girando per il giardino, le chiamava sommessamente.
Dopo aver chiamato e cercato inutilmente stava per tornarsene a casa, quando apparve l'Orco che l'afferrò e la portò dentro il castello. Anche a lei dette le chiavi delle cinquanta stanze, le disse dove poteva e non poteva andare e le consegnò le tre palle d'oro ordinandole di averne gran cura perché al suo ritorno, doveva infatti partire, gliele avrebbe richieste.
La mattina dopo, appena alzata, la saggia Caterina mise le tre palle d'oro al sicuro in un cassetto e poi cominciò a girare per casa. Arrivata alla stanza proibita entrò, riuscì ad aprire l'armadio e dentro, mamma mia, vide che c'era un pozzo buio e fondo. Mentre, tenendosi alle ante, si sporgeva per tentare di vederne il fondo, sentì una vocina che chiedeva aiuto e la riconobbe per quella di Maria. Tutta felice gridò dentro il pozzo:- Maria, Maria, sono Caterina! Ora ti tirerò fuori!
Con l'aiuto di una corda Caterina riuscì a tirare fuori le sorelle che le raccontarono di essere state tutto quel tempo in fondo al pozzo in mezzo a cadaveri e ossa umane senza bere e senza mangiare. Caterina, contenta di averle salvate, preparò loro un bagno caldo, le rifocillò, le nascose sotto un letto e si mise ad aspettare il ritorno dell'Orco.
La sera l'Orco tornò e, verificato che le tre palle d'oro erano senza macchie, si complimentò con Caterina perché gli aveva obbedito e la invitò a cenare con lui. Durante la cena, fidandosi ormai della ragazza, le rivelò il suo segreto: la sua anima era racchiusa in un guscio d'uovo che teneva ben nascosto perché, se si fosse rotto, lui sarebbe morto. Caterina gli chiese se l'uovo, così prezioso, e veramente al sicuro e se, soprattutto, era ben pulito perché anche la più piccola macchiolina avrebbe potuto far ammalare la sua anima.
L'Orco, senza supporre alcun inganno, andò ad un armadio, lo aprì: c'era uno scrigno d'argento, aprì anche quello e dentro, avvolto nell'ovatta, c'era l'uovo. - Vedi come è pulito? Disse mostrandolo a Caterina. - Ma no, disse lei c'è un puntolino nero qui sopra!
L'Orco si chinò per guardare e Caterina, svelta, prese una sedia e la sbatté sulla testa dell'Orco, e la testa dell'Orco schiacciò l'uovo e la sua anima ne uscì fuori e lui restò stecchito.
Allora Caterina chiamò le sorelle, insieme presero l'Orco e lo seppellirono nell'orto; poi fecero grandi pulizie nella casa che diventò un palazzo bellissimo, chiamarono il padre e vissero tutti e quattro felici e contenti.
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Sogno
Postato da Grazia01 il Domenica, 09 aprile @ 20:56:52 CEST (1121 letture)
Le poesie e i racconti di Spalato

Prato profumato dai mille colori,
Brezza marina nella calura estiva
Una farfalla variopinta
Ma anche i dolori.
Cinguettio dei passeri
Volo dell’aquila verso sole
Acqua trasparente del rio
Ma anche i pensieri.
Lento passare delle ore
Il suono delle campane
L’odore dei pini
Ecco, questo è amore.
Apro il cassetto
E prendo lo scrigno,
Scrigno dei sogni
Ma lo trovo vuoto.


Spalato
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Panorama
Postato da Grazia01 il Domenica, 09 aprile @ 20:52:04 CEST (1040 letture)
Le poesie e i racconti di Spalato

Una vallata forse come tante
Circondata dalle vette alte
Intrecciata dai rii
E rigogliose piante.
Un ruscello corre svelto
Salta canta sussurra
Racconta il passato e forse il futuro;
Per lui il tempo è lento.
Mi fermo e ascolto
Incantevole momento di magia
Io da sola e il mio ruscello
Che mi piace molto.
Ci parliamo e lui mi risponde
Con una tenerezza naturale
E con tutta sua allegria
Spesso mi confonde.
Ma che dici? Sarà vero?
Mi sposto per un passo
Ma la risposta appena sussurrata
Rimane un mistero.
Con lentezza mi allontano
E con sguardo fisso
Faccio una promessa
Solo con un gesto di mano.
Ritornerò…………


p.s. non sono tornata


Spalato
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Gea di Gea
Postato da Grazia01 il Domenica, 09 aprile @ 19:39:04 CEST (1097 letture)
Le poesie di Jack, Ahyme, Gea e Paola

Terra, amica dell’uomo
Rorida di vita
Rigeneri te stessa
Tra il gelo dell’indifferenza
Tra l’arsura infuocata
Risorgi
Al tocco di un tenero sole.
Terra, nel tuo seno
Accogli ogni cosa ti si affidi
Uguale a te stessa nel tuo divenire
Pressata
Sei roccia
Scavata
Morbida sabbia
Trascinata dalla vita.
Ecco
Tu sei uguale a me
Che rinasco
Alla carezza di un tenero amore
Allo stormire delle fronde in estate
Alla risacca lenta e continua delle onde
Al rosso dei miei tramonti
Allo scintillio di uno sguardo amico
Al tocco cercato e mai voluto
Delle tue mani.
Vivo la vita
Con la rabbia dell’ultimo giorno
Con l’intensità di un amplesso
Con la staticità del vulcano
Con la voluta incoscienza del sogno
Con tutta me stessa
E le mie contraddizioni
Per arrivare libera nell’Essere.


Gea
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A mio padre di Gea
Postato da Grazia01 il Domenica, 09 aprile @ 19:31:47 CEST (1242 letture)
Le poesie di Jack, Ahyme, Gea e Paola

Mi manchi padre
mi mancano quegli occhi di bimbo
pieni di cielo
quegli occhi che ridevano
prima delle tue labbra
quegli occhi che avevano conservato
il grigio del mare in tempesta
il desiderio di vivere la vita
nella ricerca d’amici sempre nuovi
ma mai dimenticati.

Mi mancano i tuoi racconti
spesso ripetuti
ma sempre con un particolare in più
quello delle tue fantasie.

Mi manca il dialogo
che non ho voluto
l’amore spesso rifiutato
dal mio spirito ribelle
tanto simile al tuo.

Mi manca
il tocco delle tue mani
che non ho mai stretto
per timidezza o per rispetto,
le braccia in cui
non mi sono mai rifugiata
per dimostrarti d’essere forte.

La paura di perderti
la certezza di averti deluso
la finta aridità
con cui ripagavo il tuo affetto
giorno dopo giorno
mi portarono lontano da te.

Ora
anche io vivo le tue delusioni
ora
mi manchi padre
tanto mi manchi!

GEA
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La Domenica delle Palme
Postato da Grazia01 il Domenica, 09 aprile @ 07:57:13 CEST (1422 letture)
Poesie di Pascoli

A' piedi del vecchio maniero
che ingombrano l'edera e il rovo;
dove abita un bruno sparviero,
non altro, di vivo;
che strilla e si leva, ed a spire
poi torna, turbato nel covo,
chi sa? dall'andare e venire
d'un vecchio balivo:
a' piedi dell'odio che, alfine,
solo è con le proprie rovine,
piantiamo l'ulivo!

l'ulivo che a gli uomini appresti
la bacca ch'è cibo e ch'è luce,
gremita, che alcuna ne resti
pel tordo sassello;
l'ulivo che ombreggi d'un glauco
pallore la rupe già truce,
dov'erri la pecora, e rauco
la chiami l'agnello;
l'ulivo che dia le vermene
pel figlio dell'uomo, che viene
sul mite asinello.

Portate il piccone; rimanga
l'aratro nell'ozio dell'aie.
Respinge il marrello e la vanga
lo sterile clivo.
Il clivo che ripido sale,
biancheggia di sassi e di ghiaie;
lo assordano l'ebbre cicale
col grido solivo.
Qui radichi e cresca! Non vuole,
per crescere, ch'aria, che sole,
che tempo, l'ulivo!

Nei massi le barbe, e nel cielo
le piccole foglie d'argento!
Serbate a più gracile stelo
più soffici zolle!
Tra i massi s'avvinchia, e non cede,
se i massi non cedono, al vento.
Lì, soffre, ma cresce, né chiede
più ciò che non volle.
L'ulivo che soffre ma bea,
che ciò ch'è più duro, ciò crea
che scorre più molle.

Per sé, c'è chi semina i biondi
solleciti grani cui copra
la neve del verno e cui mondi
lo zefiro estivo.
Per sé, c'è chi pianta l'alloro
che presto l'ombreggi e che sopra
lui regni, al sussurro canoro
del labile rivo.
Non male. Noi mèsse pei figli,
noi, ombra pei figli de' figli,
piantiamo l'ulivo!

Voi, alberi sùbiti, date
pur ombra a chi pianta ed innesta;
voi, frutto; e le brevi fiammate
col rombo seguace!
Tu, placido e pallido ulivo,
non dare a noi nulla; ma resta!
ma cresci, sicuro e tardivo,
nel tempo che tace!
ma nutri il lumino soletto
che, dopo, ci brilli sul letto
dell'ultima pace!

Giovanni Pascoli


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Giorgio Gaber
Postato da Grazia01 il Domenica, 09 aprile @ 07:50:07 CEST (1019 letture)
Testi canzoni I

Le elezioni

Generalmente mi ricordo
una domenica di sole,
una mattina molto bella,
un’aria già primaverile
in cui ti senti più pulito
anche la strada è più pulita
senza schiamazzi e senza suoni,
chissà perché non piove mai
quando ci sono le elezioni.

Una curiosa sensazione
che rassomiglia un po’ a un esame
di cui non senti la paura
ma una leggera eccitazione,
e poi le gente per la strada
li vedi tutti più educati
sembrano anche un po’ più buoni
ed è più bella anche la scuola
quando ci sono le elezioni.

Persino nei carabinieri
c’è un’aria più rassicurante
ma mi ci vuole un certo sforzo
per presentarmi con coraggio
c’è un gran silenzio nel mio seggio,
un senso d’ordine e di pulizia.
Democrazia.

Mi danno in mano un paio di schede
e una bellissima matita
lunga, sottile, marroncina,
perfettamente temperata
e vado verso la cabina
volutamente disinvolto
per non tradire le emozioni
e faccio un segno sul mio segno
come son giuste le elezioni.

E’ proprio vero che fa bene
un po’ di partecipazione,
con cura piego le due schede
e guardo ancora la matita
così perfetta è temperata
io quasi quasi mela porto via.
Democrazia.

Libertà

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Vorrei essere libero come un uomo.

Come un uomo appena nato
che ha di fronte solamente la natura
e cammina dentro un bosco
con la gioia di inseguire un’avventura.
Sempre libero e vitale
fa l’amore come fosse un animale
incosciente come un uomo
compiaciuto della propria libertà.

La libertà non è star sopra un albero
non è neanche il volo di un moscone
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come un uomo che ha bisogno
di spaziare con la propria fantasia
e che trova questo spazio
solamente nella sua democrazia.
Che ha il diritto di votare
e che passa la sua vita a delegare
e nel farsi comandare
ha trovato la sua nuova libertà.

La libertà non è star sopra un albero
non è neanche avere un’opinione
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero
non è neanche il volo di un moscone
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come l’uomo più evoluto
che si innalza con la propria intelligenza
e che sfida la natura
con la forza incontrastata della scienza
con addosso l’entusiasmo
di spaziare senza limiti nel cosmo
e convinto che la forza del pensiero
sia la sola libertà.

La libertà non è star sopra un albero
non è neanche un gesto o un’invenzione
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero
non è neanche il volo di un moscone
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.
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Domenica delle Palme
Postato da Grazia01 il Sabato, 08 aprile @ 19:13:32 CEST (6239 letture)
Letture varie II

La Quaresima si chiude con la Settimana Santa.
La Settimana Santa si apre con la Domenica delle Palme.
Nella Domenica delle Palme si ricorda l'ingresso
trionfale di Gesù nella città di Gerusalemme
sei giorni prima della Sua Passione.
Il Suo ingresso nella città fu accolto da una folla
di gente semplice e di fanciulli con in mano palme
e ulivi in segno di gioia, pace e saluto.
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La forchetta
Postato da spalato il Venerdì, 07 aprile @ 19:10:48 CEST (1325 letture)
Invenzioni e origini I Premesso che con il termine forchetta (cioè piccola forca dal latino furca-m, ma pervenutoci attraverso il francese fourchette) in italiano si intende quel piccolo arnese di metallo o altro materiale provvisto di tre o piú rebbi o denti, col quale si infilza il cibo per portarlo alla bocca,arnese che venne probabilmente inventato in Oriente, nell'ambiente di Bisanzio, dove comparve sulle tavole elegantemente imbandite addirittura tra l'VIII ed il X secolo. Di qui emigrò con una certa facilità immediatamente dopo in Italia, dove ebbe la sua definitiva sistemazione, così come la conosciamo e di lì invase un po’ tutta l’Europa occidentale.

È quasi certo infatti che la forchetta fu vista per la prima volta su una tavola dell'Europa occidentale, in Italia, durante il famoso banchetto di nozze tra la principessa greca Argillo e il figlio del doge di Venezia, svoltosi nel 955. La tradizione vuole che in quell'occasione, mentre tutti erano intenti a mangiare con le mani, la raffinata principessa si portasse alla bocca il cibo aiutandosi con una forchetta d'oro a due rebbi. Evidentemente nella cerchia bizantina l'uso di questa posata era già diffuso, ma a Venezia ciò suscitò un tremendo scandalo: secondo le cronache dell'epoca tale novità parve un segno di raffinatezza talmente eccessivo, quasi d’ispirazione demoniaca, che la dogaressa fu severamente disapprovata dai preti, i quali invocarono su di lei la collera divina. Poco tempo dopo fu colta da una malattia innominabile, e san Bonaventura non esitò a dichiarare, assai poco caritatevolmente, ed assai poco correttamente alla luce degli insegnamenti ecclesiali, che s’ era trattato di un castigo di Dio. L’uso comunque di quella posata si diffuse rapidamente anche per merito della raffinata Caterina de’ Medici e di suo figlio Enrico III, che pare ne impose l’uso generalizzato ed invase tutta l’Europa soprattuto sulle tavole dei nobili e sulle mense di tutte le corti europee e l’uso summenzionato della forchetta a due o tre rebbi durò varî secoli, fino a tutto il 1850, quando alla corte di Napoli il re Ferdinando II Borbone delle Due Sicilie, che era golosissimo di maccheroni, anche di quelli a trafila lunga e sottile detti vermicelli che la plebe era solito consumare per istrada portandoli alla bocca con le mani, stanco di non poter farsi servire nei pranzi di corte codesti amati maccheroni (che con le posate ordinarie era difficilissimo consumare),diede mandato al suo ciambellano (e non maggiordomo, come erroneamente talvolta si riporta) Gennaro Spadaccini di risolvergli, pena il licenziamento, la faccenda; e lo Spadaccini, adeguatamente poi remunerato, ebbe un’idea semplice, ma geniale: portò da tre a quattro e poi a cinque i rebbi della forchetta, per modo che fosse possibile ammatassare con facilità i vermicelli, che da quel momento furono serviti ai pranzi di corte, accontendando il goloso sovrano.
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Che origine ha il dollaro?
Postato da spalato il Venerdì, 07 aprile @ 13:16:47 CEST (1043 letture)
Invenzioni e origini II La parola dollaro è nata nel territorio dell’odierna Repubblica Ceca. Nel 1519 una miniera d’argento vicino alla città di Joachimstaler cominciò a coniare una moneta chiamata appunto Joachimstaler e poi abbreviata in taler (tallero). In basso tedesco però la “t” si addolciva in “d” e così l’inglese “dollar” deriva dal basso tedesco “daler”. Inizialmente nelle colonie americane la moneta più diffusa era il peso spagnolo, che i coloni usavano chiamare dollaro. Quando nel 1785 il Congresso dovette stabilire il nome della prima vera valuta statunitense, adottò quindi quel nome, anche perché era ormai diffuso.
Quanto al simbolo, ci sono varie ipotesi: una sostiene che all’inizio si trattava di una U sovrapposta a una S, sigle per United States. Poi la base della U si cancellò a causa di una cattiva coniazione e così rimase la S con due segmenti verticali.
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L' Orient-Express
Postato da spalato il Venerdì, 07 aprile @ 13:15:34 CEST (1037 letture)
Invenzioni e origini I La nascita e lo sviluppo dei treni a vapore e delle ferrovie aveva avuto luogo gia all'inizio del 1800 ma per la realizzazione di una linea ferroviaria trans-continentale ci vollero ancora quasi 100 anni. Nei primi anni Settanta del secolo scorso, Georges Nagelmackers, giovane erede di una ricca famiglia di banchieri belgi, allestì per conto di alcune ferrovie europee una serie di treni con vagoni-letto secondo uno stile simile a quello adottato negli Stati Uniti da George Pullman. Nel dicembre 1876 fondò la International Wagons-Lits Company e, dopo il successo di un primo treno Parigi-Vienna, estese il servizio con l'Orient Express, inaugurato nel giugno 1883 sulla tratta Parigi-Istanbul (allora Costantinopoli). In un primo tempo i passeggeri dovevano attraversare il Danubio per mezzo di imbarcazioni e, una volta giunti in Bulgaria, concludevano il viaggio a bordo di una nave di linea sul Mar Nero. Solo a partire dal 1888 l'Orient Express poté raggiungere la destinazione senza interruzioni, superando Vienna e passando per Budapest (Ungheria), Belgrado, Nis (nell'attuale Serbia) e Sofia (Bulgaria). La durata del viaggio da Parigi superava di poco le 67 ore, contro le oltre 81 ore necessarie con altri treni. Dopo la sospensione del servizio durante la prima guerra mondiale, nel 1921 venne riattivata la linea fino a Budapest. Nel frattempo, a seguito della richiesta presentata dai governi alleati per un nuovo servizio che collegasse i Balcani, nel 1919 era stato inaugurato il Simplon-Orient Express che, da Parigi, giungeva a Istanbul attraversando la galleria transalpina del Sempione (aperta nel 1906) e passando per Milano, Venezia, Trieste e Belgrado.
Nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, la compagnia Wagons-Lits sviluppò una rete di treni di lusso che collegavano il Nord Europa con la regione dei Balcani e del Levante: a partire dal 1932, alla stazione di Belgrado il Simplon-Orient Express scambiava le carrozze dirette a Bucarest con quelle provenienti da Berlino, Ostenda, Amsterdam, Vienna o Praga; a Nis, infine lasciava una porzione del convoglio diretta ad Atene.
Fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, l'Orient Express e il Simplon-Orient Express erano composti esclusivamente da vagoni-letto e vetture ristorante sontuosamente arredati, rinomati per l'elevata qualità della cucina e dei servizi; le uniche carrozze di servizio erano quelle adibite al trasporto dei bagagli e al servizio postale. I treni, frequentati da nobili, diplomatici e uomini d'affari europei e levantini, erano emblema di un mondo raffinato che ispirò numerosi artisti, scrittori e produttori cinematografici. Dopo il 1945, tuttavia, i treni non riguadagnarono il prestigio di cui godevano prima della guerra. Le carrozze di lusso della Wagons-Lits vennero perlopiù sostituite con normali carrozze. Oggi, in Europa, il nome Orient Express indica un servizio lungo la linea Parigi-Vienna-Budapest che ha ben poco del leggendario treno originale; il nome Simplon-Orient Express scomparve invece nel 1962.
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Milano e l'acqua
Postato da Grazia01 il Giovedì, 06 aprile @ 21:10:28 CEST (1550 letture)
Milano mia I
Milano sorge “in mezzo a molte acque”, tanto che da più parti si è cercato di interpretare il suo nome “medio-lanum” proprio come un’indicazione di questa sua posizione intermedia tra i corsi d’acqua. Una carta dei fiumi che le scorrono più da vicino ci mostra come sia posta tra il Ticino e l’Adda, tra l’Olona e il Lambro, tra il Nirone e il Seveso, in una strana successione di coppie di corsi d’acqua che vanno progressivamente diminuendo d’importanza avvicinandosi al cuore dell’antico centro celtico e poi romano.
Molta parte della storia di Milano, antica e moderna, si può interpretare come una lotta con l’acqua che si svolge attraverso i secoli vedendo prevalere ora la tenacia dei Milanesi, ora la resistenza dell’acqua ad assoggettarsi al loro volere. I benefici dell’acqua sono sempre stati molteplici, prevalendo l’uno o l’altro nelle diverse epoche storiche. In epoca romana l’acqua serviva soprattutto per le fognature della città e per facilitare i trasporti. Nel XII secolo diventa un elemento difensivo, al quale subito si affianca un utilizzo sempre più ampio come bene economico per l’agricoltura (irrigazione) e per l’industria (mulini). Dalla fine del Trecento, quando le ambizioni dei Milanesi diventano smisurate come la loro nuova cattedrale, l’acqua viene vista sempre più come un mezzo per trasportare persone e cose e da quel momento la costruzione dei canali navigabili (navigli) sarà un loro cruccio costante, un assillo che è ancora presente ai nostri giorni.
Percorrendo questo lungo viaggio nella storia di Milano capiremo perché l’acqua è ancora oggi qualcosa di speciale per questa città, tanto da giustificare strane leggende e una profonda nostalgia nei confronti di una scomparsa “città acquatica” simboleggiata dalle innumerevoli vedute dei Navigli che rappresentano per i Milanesi una sorta di paradiso perduto da rimpiangere o da riconquistare.
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Giuseppe Ungaretti
Postato da Grazia01 il Giovedì, 06 aprile @ 21:00:27 CEST (15815 letture)
Biografie I

L'8 febbraio 1888 nasce ad Alessandria d'Egitto il grande poeta Giuseppe Ungaretti, da Antonio Ungaretti e Maria Lunardini entrambi lucchesi. Nella città natale trascorre l'infanzia e i primi anni della giovinezza. La famiglia si era infatti trasferita in Africa per ragioni di lavoro. Suo padre, però, che lavorava come operaio alla costruzione del canale di Suez, muore in un incidente; la madre è così cotretta ad arrangiarsi ma riesce a mandare avanti la famiglia grazie ai guadagni di un negozio della periferia di Alessandria. Il piccolo Giuseppe viene dunque allevato dalla madre, da una balia sudanese e da Anna, un'anziana croata, adorabile narratrice di favole.
Ormai cresciuto, Frequenta l'Ecole Suisse Jacot, dove viene a contatto per la prima volta con la letteratura europea. Frequenta anche, nel tempo libero, la Baracca rossa, un ritrovo internazionale di anarchici, che ha il fervente organizzatore in Enrico Pea, versiliese, trasferito a lavorare in Egitto.
Si trasferisce in Italia con l'intenzione di compiere studi di diritto a Parigi per poi tornare in Egitto. A poche settimane di distanza si reca finalmente a Parigi, raggiunto poi da Mohammed Sceab, che muore però suicida qualche mese dopo. Si iscrive alla facoltà di lettere della Sorbona e prende alloggio in un alberghetto in rue Des Carmes. Frequenta i maggiori caffè letterari di Parigi e diventa amico di Apollinaire, al quale si lega di profondo affetto.
Malgrado la sua lontananza dall'Italia, rimane comunque in contatto con il gruppo fiorentino che, staccatosi dalla Voce, ha dato vita a Lacerba. Nel 1915 pubblica proprio su Lacerba le prime liriche. Viene però richiamato e inviato sul fronte del Carso e su quello francese dello Champagne. La prima poesia dal fronte è datata 22 dicembre 1915. Trascorre l'intero anno successivo tra prima linea e retrovie; scrive tutto il "Porto Sepolto", che viene pubblicato presso una tipografia di Udine. Curatore degli ottanta esemplari è "il gentile Ettore Serra", giovane tenente. Ungaretti si rivela poeta rivoluzionario, aprendo la strada all'ermetismo. Le liriche sono brevi, a volte ridotte ad una sola preposizione, ed esprimono forti sentimenti.
Torna a Roma e, su incarico del Ministero degli Esteri, si dedica alla stesura del bollettino informativo quotidiano. Intanto, collabora alle riviste La Ronda, Tribuna, Commerce. La moglie nel frattempo insegna francese. La difficile condizione economica lo induce a trasferirsi a Marino nei Castelli Romani. Pubblica a La Spezia, una nuova edizione de "L'Allegria"; include le liriche composte tra il 1919 e il 1922 e la prima parte del "Sentimento del Tempo". La prefazione è di Benito Mussolini. ". La raccolta segna l'inizio della sua seconda fase poetica. Le liriche sono più lunghe e le parole più ricercate.
Con il premio del Gondoliere del 1932, assegnato a Venezia, la sua poesia ha il primo riconoscimento ufficiale. Si aprono le porte dei grandi editori. Pubblica ad esempio con Vallecchi "Sentimento del Tempo" (con un saggio di Gargiulo) e dà alle stampe il volume "Quaderno di traduzioni" che comprende testi di Gòngora, Blake, Eliot, Rilke, Esenin. Il Pen Club lo invita a tenere una serie di lezioni in Sud America. In Brasile gli viene assegnata la cattedra di Letteratura Italiana presso l'Università di San Paolo, che terrà fino al 1942. Esce l'edizione compiuta del "Sentimento del Tempo".
Nel 1937 una prima tragedia familiare colpisce Ungaretti: muore il fratello Costantino, per il quale scrive le liriche "Se tu mio fratello" e "Tutto ho perduto", apparse successivamente in francese in "Vie d'un homme".
Da lì a poco, muore in Brasile, per un attacco di appendicite malcurato, anche il figlio Antonietto, di soli nove anni.
Rientrato in patria, è nominato Accademico d'Italia e gli viene conferito un insegnamento universitario a Roma per "chiara fama". Mondadori inizia la pubblicazione delle sue opere sotto il titolo generale "Vita d'un uomo".
Gli viene consegnato da Alcide De Gasperi il premio Roma; escono il volume di prosa "Il povero nella città" e alcuni abbozzi di "La Terra Promessa". La rivista Inventario pubblica il suo saggio "Ragioni di una poesia".
Gli ultimi anni di vita del poeta sono intensissimi. E' eletto presidente della Comunità europea degli scrittori e tiene, come visiting professor presso la Columbia University, una serie di lezioni, stringendo fra l'altro amicizia con letterati e pittori beats del Village newyorkese.
In occasione degli ottant'anni riceve solenni onoranze da parte del governo italiano: a Palazzo Chigi è festeggiato dal presidente del Consiglio Moro e da Montale e Quasimodo, con tanti amici attorno. Escono due edizioni rare: "Dialogo", (libro accompagnato da una "combustione" di Burri), piccola raccolta di poesie d'amore e "Morte delle stagioni", illustrata da Manzù, che raccoglie unite le stagioni della "Terra Promessa", del "Taccuino del Vecchio" e gli ultimi versi fino al '66.
Viaggia negli Stati Uniti, in Svezia, in Germania. Nel settembre esce il volume mondadoriano che comprende Tutte le poesie, con note, saggi, apparati delle varianti, a cura di Leone Piccioni.
Nella notte tra il 31 dicembre '69 e il primo gennaio '70 scrive l'ultima poesia "L'impietrito e il velluto". Torna negli Stati Uniti per ricevere un premio all'Università di Oklahoma. A New York s'ammala e viene ricoverato in clinica. Rientra in Italia e si stabilisce per curarsi a Salsomaggiore. Muore a Milano la notte tra l'1 e il 2 giugno.
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