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“Un uomo in orbita. E sta bene…”
Postato da spalato il Mercoledì, 12 aprile @ 09:52:15 CEST (1330 letture)
Letture varie II “ATTENZIONE! UNA NOTIZIA CLAMOROSA: oggi, 12 aprile 1961, è nello spazio il primo uomo, Jurij Aleksejevich Gagarin. È in orbita attorno alla Terra, e sta bene”. Con questo annuncio, quarant’anni fa la voce di Jurij Levitan risuonò a Mosca, e nelle principali città dell’ex Unione Sovietica tramite i megafoni installati nelle piazze, informando dell’impresa straordinaria di un giovane ventiseienne, maggiore dell’aviazione russa, di nome Jurij Gagarin. Era lui il primo uomo ad entrare in orbita attorno alla Terra, e a completare un giro quasi completo in 108 minuti. Ed era lui il primo a rientrare sano e salvo sulla Terra, lanciandosi con un (edited)iolino eiettabile dalla sua capsula, la “Vostok 1”, per atterrare in un prato della pianura di Saratov.
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Chi ha inventato la cioccolata?
Postato da Antonio il Martedì, 11 aprile @ 21:56:25 CEST (1805 letture)
Invenzioni e origini I

Analisi effettuate da alcuni scienziati sui residui di una antica "teiera" di ceramica hanno dato un risultato inatteso: il popolo dei Maya, e probabilmente i loro stessi predecessori, si ingozzavano di cioccolata già oltre 2600 anni fa! La scoperta è appetitosa (in tutti i sensi) in quanto la più antica testimonianza verificata fino ad oggi di uso di cioccolata era di ben 1000 anni superiore! Dunque, si riapre clamorosamente l'acceso dibattito su chi abbia inventato la cioccolata. Michael Coe, co-autore del libro "The True History of Chocolate", in base a questa nuova scoperta e ad altre considerazioni di tipo linguistico, ritiene che le radici della cioccolata vadano molto indietro nel tempo, esattamente all'epoca della grande civiltà olmeca, immediatamente precedente a quella dei Maya. "I Maya derivarono gran parte della loro grande cultura da quella degli Olmechi. Anche la parola "Cacao" non è una parola originaria dei Maya, ma derivata dai loro predecessori." Gli Olmechi vissero nella zona meridionale del Golfo del Messico tra il 1500 ed il 500 a.C, e la loro zona d'influenza comprendeva il Guatemala, l'Honduras, Il Belize, la Costa Rica ed El Salvador. La cioccolata è ricavata dai semi della pianta del cacao, avvolti in una polpa collosa all'interno di gusci giallo-verdastri. I semi e la polpa vengono estratti dal guscio e lasciati a fermentare, fino a quando i semi acquisiscono un colore marrone scuro. A questo punto i semi vengono fatti essiccare e poi messi a cuocere, per produrre una spesso impasto di cioccolata. I Maya avevano abitudini alimentari che farebbero invidia a molti bambini di oggi. Era infatti la bevanda della gente comune e l'alimento dei capi e degli dei. Il nome scientifico della pianta del cacao è infatti "Theobroma Cacao", che significa "Cibo degli dei". Ma come hanno fatto gli scienziati a stabilire che la sostanza rinvenuta nell'antichissimo recipiente fosse realmente cioccolata? Sono stati prelevati dei campioni della sostanza ed inviati ad un istituto avanzato di analisi biochimica, l'Hershey Foods Technical Center di Hershey in Pennsylvania, dove è stato utilizzata una tecnica denominata cromatografia liquida insieme alla spettrografia di massa della ionizzazione chimica. La prima tecnica serve a separare tutti i componenti della miscela, l'altra misura il peso molecolare di ogni sostanza. Il cacao è una miscela costituita da ben oltre 500 composti chimici.

da www.encarta.it
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Specchio
Postato da Grazia01 il Martedì, 11 aprile @ 19:12:30 CEST (1085 letture)
Poesie sulla vita I ...e il volto che rimandano i bagliori
dello specchio sbilenco
mi guarda…
l’insulto del tempo
indifferente non mi ferisce
(l‘abitudine lenta ai guasti preserva
da improvvisi stupori…)
è la meraviglia assente dall’iride
aperta a visioni ormai note
è la lascivia dei giorni
che incomincia adesso
a scavare nel fondo
e mi aspetta in agguato
ridendo sguaiata
del mio terrore

maryama

da www.scrivi.com
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L'ombrello
Postato da Grazia01 il Martedì, 11 aprile @ 18:45:01 CEST (1359 letture)
Invenzioni e origini I

La semplice funzionalità di un accessorio come l’ombrello rende difficile conciliare la sua utilizzazione pratica con un’origine che sfiora il mito; eppure, pochi oggetti del nostro vivere quotidiano possono vantare radici così antiche e leggendarie. L’unico elemento certo è la provenienza non occidentale: la Cina, l’India e l’Egitto si proclamano infatti paese-culla del parasole, ciascuno con motivazioni più che valide. Queste "rivendicazioni" ci permettono di aggiungere un altro dato sicuro ad una storia priva di certezze: l’ombrello è, fin dal suo apparire, collegato alla rappresentazione simbolica del potere, quando non, addirittura, attributo della divinità. Fin dal XII secolo a.C., l’ombrello cerimoniale apparteneva alle insegne dell’Imperatore della Cina e tale rimase per circa trentadue secoli, fino alla scomparsa del Celeste Impero. All’incirca nello stesso periodo, i re persiani potevano, unici tra i mortali, ripararsi dal sole per mezzo di un ombrello, sorretto da qualche dignitario; più democraticamente in Egitto si concedeva tale privilegio a tutte le persone di nobile origine.
In questo paese nasce, forse, il mito più bello, la più profonda simbologia legata all’ombrello: la dea Nut era spesso rappresentate in forma di parasole, con il corpo arcuato a coprire la terra, in atto di protezione e di amore. Il forte significato di status symbol come prerogativa regale, o comunque di potere, assunto dall’ombrello, spiega la sua contemporanea comparsa nell’immaginario religioso. Come in Egitto, anche in India viene associato alle dee della fertilità e del raccolto o, in senso più lato, della morte e della rinascita: nella sua quinta reincarnazione, Vishnu aveva riportato dagli Inferi l’ombrello, dispensatore di pioggia. Alla sfera del mito dobbiamo l’introduzione nel mondo occidentale del nostro accessorio, che compare in Grecia legandosi al culto di Dionisio (un dio di probabile origine indiana), ma anche di dee come Pallade e Persefone, che tra i loro fedeli contavano soprattutto donne.
Sono le donne che, nelle feste dedicate a queste divinità, si riparano in loro onore con un parasole, passato nel III secolo a.C. anche nel mondo romano, dove viene descritto dai poeti come delicato e prezioso oggetto in mani femminili. Sembrerebbe quindi di avere delineato una storia completa: da simbolo di potere, umano e divino, a oggetto di lusso e di seduzione. Eppure, tra i tanti valori e segni di civiltà cancellati dalla scomparsa dell’Impero romani, ci fu anche l’ombrello, di cui non rimase traccia nei "secoli bui", se non per la sua sopravvivenza nel culto cattolico, inizialmente come insegna pontificale, poi nell’uso liturgico. Totalmente sconosciuta all’antichità fu perciò la principale funzione utilitaria dell’ombrello, quella di parapioggia. Mantelli, cappucci e cappelli di pelle risolsero il problema della pioggia nel mondo classico ed in quello medievale.



Museo dell'ombrello e del parasole a Gignese




Gignese (in origine Zinexium) è un comune di 784 abitanti della provincia del Verbano Cusio Ossola. È un rinomato centro di soggiorno estivo dell'alto Vergante, situato alle pendici del monte Mottarone, alla destra del torrente Grisana. L'abitato - prossimo al lago Maggiore e alla città di Stresa - offre ottimi scorci panoramici.


Nato da un progetto di Igino Ambrosini, figlio e fratello di ombrellai (1883 - 1955) già fondatore del Giardino Botanico Alpinia, il museo si insediò nel 1939 al piano superiore delle scuole elementari. L'allestimento ricchissimo di materiale e pieno di fascino era testimonianza dell'amore per il proprio paese e per il proprio lavoro.
Nel 1976 il Museo dell'Ombrello e del Parasole si trasferì nell'attuale edificio costruito grazie alla collaborazione del Comune e dell'Associazione "Amici del Museo" presieduta allora da Zaverio Guidetti, industriale (manco a dirlo) dell'ombrello di Novara. L'edificio, se si osserva dall'alto delle gradinate della Chiesa Parrocchiale di San Maurizio ha la pianta a forma di tre ombrelli aperti affiancati. L'attuale allestimento, dovuto all'architetto Bazzoni, risale alla seconda metà degli anni '80, ma già un nuovo progetto del Comune di Gignese in collaborazione con la Regione Piemonte, l'Ecomuseo Cusio Mottarone e l'Associazione degli ombrellai sta per essere attuato.
Il museo recupera usi e costumi assai radicati nel Vergante. Articolato su due piani, raccoglie al piano terra una collezione di circa trecento reperti (su oltre 1.500 catalogati) frutto dell'attività specializzata tipica fin da tempi antichi nella zona. Al secondo piano è ospitata una sala dedicata all'esposizione di materiale fotografico che ricorda le antiche fabbriche e il metodo lavorativo di questo particolare tipo di opifici. Il Museo dell'Ombrello e del Parasole di Gignese è visitato annualmente da 8-10 mila visitatori.

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Angoscia
Postato da Grazia01 il Martedì, 11 aprile @ 13:23:41 CEST (1400 letture)
Le poesie e altro di Grazia I


Il tempo si ripiega su stesso,
come lenzuola in un armadio,
il passato e il presente si toccano.
e persino si sovrappongono.
Tutto si dissolve
in un caleidoscopio incoerente
di scene frammentate,
i ricordi esplodono all'esterno
in ogni direzione
nella mente un suono
prima è un mormorio,
poi aumenta d’ intensità
e distinguo parole,
pensieri, domande disperate
e risposte senza forma.
E' un muro dentato di rumore
contro cui l'equilibrio si scontra
in modo insensato,
cercando di non sentire,
cercando di non ricordare.
Sono un fiocco di neve
che galleggia in un pozzo profondo,
Sono un grumo di fuliggine
caduto nel cielo offuscato di nebbia.
Sono un nulla,
intriso di dilaniante dolore.


Grazia
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La vita
Postato da spalato il Martedì, 11 aprile @ 13:20:32 CEST (1273 letture)
Le poesie e i racconti di Spalato


La vita

Passata ma non vissuta
Misteriosa, dura, troppo dura
A volte leggera come una farfalla
E non ti accorgi del suo tocco.
La vita
Un orologio che corre troppo
E il tempo manca per viverlo
Il vortice ti prende
E ti trascina dove vuole.
La vita
Uno sguardo da un treno velocissimo
Senza le fermate intermedie
In mezzo ad un deserto e solitudine
La vita mista morte.

spalato
Leggi Tutto... | 2 commenti | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 4


L'orco (favola toscana)
Postato da Antonio il Lunedì, 10 aprile @ 12:48:39 CEST (1391 letture)
Leggende e fiabe III

C'era una volta un vecchio contadino che aveva tre figlie: Maria, Assunta e Caterina. Erano talmente poveri che non potevano permettersi neppure un tozzo di pane. Un giorno il padre, disperato, supplicò la figlia Maria di andare a rubare un po' di frutta e verdura nell'orto dell'Orco.
Maria andò nel giardino dell'Orco e riempì il suo paniere di frutta e ortaggi, ma, al momento di scavalcare il muro per tornare a casa, sentì una mano posarsi con violenza sulla sua spalla: era l'Orco !!!
L'Orco la catturò e la portò nel suo castello dove l e diede le chiavi delle cinquanta stanze dicendole che poteva visitarle tutte tranne una che le indicò. Le diede poi tre palle d'oro ordinandole di tenerle con cura perché al suo ritorno, doveva infatti partire, gliele avrebbe chieste. Al mattino, dopo la partenza dell'Orco, Maria, tenendo ben strette tra le mani le tre palle d'oro per paura di perderle, girò tutta la casa, aprì tutte le porte e visitò tutte le stanze, saloni, salotti, camere, cucine, finche arrivò davanti alla porta proibita. Incurante degli ordini ricevuti, spinta dalla curiosità, l'aprì ed entrò. Quando si fu abituata all'oscurità della stanza, scorse un vecchio armadio ricoperto di ragnatele. Mentre cercava di aprirlo, senza riuscirci, una delle tre palle d'oro le cadde di mano e rotolò sotto l'armadio. Maria si sdraiò per terra per cercarla, ma, quando la riebbe tra le mani, si accorse che era macchiata di sangue. Spaventata per quello che l'Orco avrebbe potuto dirle cercò di togliere la macchia, ma più strofinava e più la macchia s'ingrandiva. A sera, quando tornò e chiese le tre palle d'oro a Maria, l'Orco vide la macchia di sangue su una delle tre, afferrò la ragazza per i capelli, la trascinò nella stanza segreta e la gettò nell'armadio. Intanto i giorni passavano, Maria non tornava a casa e il padre era preoccupato. Chiamò la seconda figlia e le disse: - Assunta, se l'età me lo concedesse, scavalcherei il muro del giardino dell'Orco, ma non posso allora tocca a te andare a vedere cosa è successo a tua sorella.
Assunta, a mezzanotte, scavalcò il muro, entrò nel giardino e trovò il paniere della sorella. Cominciò allora a chiamarla sottovoce, ma nessuno rispondeva. Stava per tornare a casa, quando sentì sulla sua spalla il peso di una mano pelosa. Anche con lei l'Orco si comportò come aveva fatto con la sorella e anche lei, come Maria fu gettata nell'armadio della stanza proibita.
Intanto il povero contadino, disperato per aver perso due figlie, disse alla terza:- Caterina, ho mandato a morire le tue sorelle, ma tu resterai con me! Ma Caterina era coraggiosa e volle andare ugualmente a cercare le sorelle, scavalcò il muro e, girando per il giardino, le chiamava sommessamente.
Dopo aver chiamato e cercato inutilmente stava per tornarsene a casa, quando apparve l'Orco che l'afferrò e la portò dentro il castello. Anche a lei dette le chiavi delle cinquanta stanze, le disse dove poteva e non poteva andare e le consegnò le tre palle d'oro ordinandole di averne gran cura perché al suo ritorno, doveva infatti partire, gliele avrebbe richieste.
La mattina dopo, appena alzata, la saggia Caterina mise le tre palle d'oro al sicuro in un cassetto e poi cominciò a girare per casa. Arrivata alla stanza proibita entrò, riuscì ad aprire l'armadio e dentro, mamma mia, vide che c'era un pozzo buio e fondo. Mentre, tenendosi alle ante, si sporgeva per tentare di vederne il fondo, sentì una vocina che chiedeva aiuto e la riconobbe per quella di Maria. Tutta felice gridò dentro il pozzo:- Maria, Maria, sono Caterina! Ora ti tirerò fuori!
Con l'aiuto di una corda Caterina riuscì a tirare fuori le sorelle che le raccontarono di essere state tutto quel tempo in fondo al pozzo in mezzo a cadaveri e ossa umane senza bere e senza mangiare. Caterina, contenta di averle salvate, preparò loro un bagno caldo, le rifocillò, le nascose sotto un letto e si mise ad aspettare il ritorno dell'Orco.
La sera l'Orco tornò e, verificato che le tre palle d'oro erano senza macchie, si complimentò con Caterina perché gli aveva obbedito e la invitò a cenare con lui. Durante la cena, fidandosi ormai della ragazza, le rivelò il suo segreto: la sua anima era racchiusa in un guscio d'uovo che teneva ben nascosto perché, se si fosse rotto, lui sarebbe morto. Caterina gli chiese se l'uovo, così prezioso, e veramente al sicuro e se, soprattutto, era ben pulito perché anche la più piccola macchiolina avrebbe potuto far ammalare la sua anima.
L'Orco, senza supporre alcun inganno, andò ad un armadio, lo aprì: c'era uno scrigno d'argento, aprì anche quello e dentro, avvolto nell'ovatta, c'era l'uovo. - Vedi come è pulito? Disse mostrandolo a Caterina. - Ma no, disse lei c'è un puntolino nero qui sopra!
L'Orco si chinò per guardare e Caterina, svelta, prese una sedia e la sbatté sulla testa dell'Orco, e la testa dell'Orco schiacciò l'uovo e la sua anima ne uscì fuori e lui restò stecchito.
Allora Caterina chiamò le sorelle, insieme presero l'Orco e lo seppellirono nell'orto; poi fecero grandi pulizie nella casa che diventò un palazzo bellissimo, chiamarono il padre e vissero tutti e quattro felici e contenti.
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Sogno
Postato da Grazia01 il Domenica, 09 aprile @ 20:56:52 CEST (1184 letture)
Le poesie e i racconti di Spalato

Prato profumato dai mille colori,
Brezza marina nella calura estiva
Una farfalla variopinta
Ma anche i dolori.
Cinguettio dei passeri
Volo dell’aquila verso sole
Acqua trasparente del rio
Ma anche i pensieri.
Lento passare delle ore
Il suono delle campane
L’odore dei pini
Ecco, questo è amore.
Apro il cassetto
E prendo lo scrigno,
Scrigno dei sogni
Ma lo trovo vuoto.


Spalato
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Panorama
Postato da Grazia01 il Domenica, 09 aprile @ 20:52:04 CEST (1074 letture)
Le poesie e i racconti di Spalato

Una vallata forse come tante
Circondata dalle vette alte
Intrecciata dai rii
E rigogliose piante.
Un ruscello corre svelto
Salta canta sussurra
Racconta il passato e forse il futuro;
Per lui il tempo è lento.
Mi fermo e ascolto
Incantevole momento di magia
Io da sola e il mio ruscello
Che mi piace molto.
Ci parliamo e lui mi risponde
Con una tenerezza naturale
E con tutta sua allegria
Spesso mi confonde.
Ma che dici? Sarà vero?
Mi sposto per un passo
Ma la risposta appena sussurrata
Rimane un mistero.
Con lentezza mi allontano
E con sguardo fisso
Faccio una promessa
Solo con un gesto di mano.
Ritornerò…………


p.s. non sono tornata


Spalato
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Gea di Gea
Postato da Grazia01 il Domenica, 09 aprile @ 19:39:04 CEST (1115 letture)
Le poesie di Jack, Ahyme, Gea e Paola

Terra, amica dell’uomo
Rorida di vita
Rigeneri te stessa
Tra il gelo dell’indifferenza
Tra l’arsura infuocata
Risorgi
Al tocco di un tenero sole.
Terra, nel tuo seno
Accogli ogni cosa ti si affidi
Uguale a te stessa nel tuo divenire
Pressata
Sei roccia
Scavata
Morbida sabbia
Trascinata dalla vita.
Ecco
Tu sei uguale a me
Che rinasco
Alla carezza di un tenero amore
Allo stormire delle fronde in estate
Alla risacca lenta e continua delle onde
Al rosso dei miei tramonti
Allo scintillio di uno sguardo amico
Al tocco cercato e mai voluto
Delle tue mani.
Vivo la vita
Con la rabbia dell’ultimo giorno
Con l’intensità di un amplesso
Con la staticità del vulcano
Con la voluta incoscienza del sogno
Con tutta me stessa
E le mie contraddizioni
Per arrivare libera nell’Essere.


Gea
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A mio padre di Gea
Postato da Grazia01 il Domenica, 09 aprile @ 19:31:47 CEST (1287 letture)
Le poesie di Jack, Ahyme, Gea e Paola

Mi manchi padre
mi mancano quegli occhi di bimbo
pieni di cielo
quegli occhi che ridevano
prima delle tue labbra
quegli occhi che avevano conservato
il grigio del mare in tempesta
il desiderio di vivere la vita
nella ricerca d’amici sempre nuovi
ma mai dimenticati.

Mi mancano i tuoi racconti
spesso ripetuti
ma sempre con un particolare in più
quello delle tue fantasie.

Mi manca il dialogo
che non ho voluto
l’amore spesso rifiutato
dal mio spirito ribelle
tanto simile al tuo.

Mi manca
il tocco delle tue mani
che non ho mai stretto
per timidezza o per rispetto,
le braccia in cui
non mi sono mai rifugiata
per dimostrarti d’essere forte.

La paura di perderti
la certezza di averti deluso
la finta aridità
con cui ripagavo il tuo affetto
giorno dopo giorno
mi portarono lontano da te.

Ora
anche io vivo le tue delusioni
ora
mi manchi padre
tanto mi manchi!

GEA
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La Domenica delle Palme
Postato da Grazia01 il Domenica, 09 aprile @ 07:57:13 CEST (1461 letture)
Poesie di Pascoli

A' piedi del vecchio maniero
che ingombrano l'edera e il rovo;
dove abita un bruno sparviero,
non altro, di vivo;
che strilla e si leva, ed a spire
poi torna, turbato nel covo,
chi sa? dall'andare e venire
d'un vecchio balivo:
a' piedi dell'odio che, alfine,
solo è con le proprie rovine,
piantiamo l'ulivo!

l'ulivo che a gli uomini appresti
la bacca ch'è cibo e ch'è luce,
gremita, che alcuna ne resti
pel tordo sassello;
l'ulivo che ombreggi d'un glauco
pallore la rupe già truce,
dov'erri la pecora, e rauco
la chiami l'agnello;
l'ulivo che dia le vermene
pel figlio dell'uomo, che viene
sul mite asinello.

Portate il piccone; rimanga
l'aratro nell'ozio dell'aie.
Respinge il marrello e la vanga
lo sterile clivo.
Il clivo che ripido sale,
biancheggia di sassi e di ghiaie;
lo assordano l'ebbre cicale
col grido solivo.
Qui radichi e cresca! Non vuole,
per crescere, ch'aria, che sole,
che tempo, l'ulivo!

Nei massi le barbe, e nel cielo
le piccole foglie d'argento!
Serbate a più gracile stelo
più soffici zolle!
Tra i massi s'avvinchia, e non cede,
se i massi non cedono, al vento.
Lì, soffre, ma cresce, né chiede
più ciò che non volle.
L'ulivo che soffre ma bea,
che ciò ch'è più duro, ciò crea
che scorre più molle.

Per sé, c'è chi semina i biondi
solleciti grani cui copra
la neve del verno e cui mondi
lo zefiro estivo.
Per sé, c'è chi pianta l'alloro
che presto l'ombreggi e che sopra
lui regni, al sussurro canoro
del labile rivo.
Non male. Noi mèsse pei figli,
noi, ombra pei figli de' figli,
piantiamo l'ulivo!

Voi, alberi sùbiti, date
pur ombra a chi pianta ed innesta;
voi, frutto; e le brevi fiammate
col rombo seguace!
Tu, placido e pallido ulivo,
non dare a noi nulla; ma resta!
ma cresci, sicuro e tardivo,
nel tempo che tace!
ma nutri il lumino soletto
che, dopo, ci brilli sul letto
dell'ultima pace!

Giovanni Pascoli


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Giorgio Gaber
Postato da Grazia01 il Domenica, 09 aprile @ 07:50:07 CEST (1052 letture)
Testi canzoni I

Le elezioni

Generalmente mi ricordo
una domenica di sole,
una mattina molto bella,
un’aria già primaverile
in cui ti senti più pulito
anche la strada è più pulita
senza schiamazzi e senza suoni,
chissà perché non piove mai
quando ci sono le elezioni.

Una curiosa sensazione
che rassomiglia un po’ a un esame
di cui non senti la paura
ma una leggera eccitazione,
e poi le gente per la strada
li vedi tutti più educati
sembrano anche un po’ più buoni
ed è più bella anche la scuola
quando ci sono le elezioni.

Persino nei carabinieri
c’è un’aria più rassicurante
ma mi ci vuole un certo sforzo
per presentarmi con coraggio
c’è un gran silenzio nel mio seggio,
un senso d’ordine e di pulizia.
Democrazia.

Mi danno in mano un paio di schede
e una bellissima matita
lunga, sottile, marroncina,
perfettamente temperata
e vado verso la cabina
volutamente disinvolto
per non tradire le emozioni
e faccio un segno sul mio segno
come son giuste le elezioni.

E’ proprio vero che fa bene
un po’ di partecipazione,
con cura piego le due schede
e guardo ancora la matita
così perfetta è temperata
io quasi quasi mela porto via.
Democrazia.

Libertà

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Vorrei essere libero come un uomo.

Come un uomo appena nato
che ha di fronte solamente la natura
e cammina dentro un bosco
con la gioia di inseguire un’avventura.
Sempre libero e vitale
fa l’amore come fosse un animale
incosciente come un uomo
compiaciuto della propria libertà.

La libertà non è star sopra un albero
non è neanche il volo di un moscone
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come un uomo che ha bisogno
di spaziare con la propria fantasia
e che trova questo spazio
solamente nella sua democrazia.
Che ha il diritto di votare
e che passa la sua vita a delegare
e nel farsi comandare
ha trovato la sua nuova libertà.

La libertà non è star sopra un albero
non è neanche avere un’opinione
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero
non è neanche il volo di un moscone
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come l’uomo più evoluto
che si innalza con la propria intelligenza
e che sfida la natura
con la forza incontrastata della scienza
con addosso l’entusiasmo
di spaziare senza limiti nel cosmo
e convinto che la forza del pensiero
sia la sola libertà.

La libertà non è star sopra un albero
non è neanche un gesto o un’invenzione
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero
non è neanche il volo di un moscone
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.
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Domenica delle Palme
Postato da Grazia01 il Sabato, 08 aprile @ 19:13:32 CEST (6301 letture)
Letture varie II

La Quaresima si chiude con la Settimana Santa.
La Settimana Santa si apre con la Domenica delle Palme.
Nella Domenica delle Palme si ricorda l'ingresso
trionfale di Gesù nella città di Gerusalemme
sei giorni prima della Sua Passione.
Il Suo ingresso nella città fu accolto da una folla
di gente semplice e di fanciulli con in mano palme
e ulivi in segno di gioia, pace e saluto.
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La forchetta
Postato da spalato il Venerdì, 07 aprile @ 19:10:48 CEST (1369 letture)
Invenzioni e origini I Premesso che con il termine forchetta (cioè piccola forca dal latino furca-m, ma pervenutoci attraverso il francese fourchette) in italiano si intende quel piccolo arnese di metallo o altro materiale provvisto di tre o piú rebbi o denti, col quale si infilza il cibo per portarlo alla bocca,arnese che venne probabilmente inventato in Oriente, nell'ambiente di Bisanzio, dove comparve sulle tavole elegantemente imbandite addirittura tra l'VIII ed il X secolo. Di qui emigrò con una certa facilità immediatamente dopo in Italia, dove ebbe la sua definitiva sistemazione, così come la conosciamo e di lì invase un po’ tutta l’Europa occidentale.

È quasi certo infatti che la forchetta fu vista per la prima volta su una tavola dell'Europa occidentale, in Italia, durante il famoso banchetto di nozze tra la principessa greca Argillo e il figlio del doge di Venezia, svoltosi nel 955. La tradizione vuole che in quell'occasione, mentre tutti erano intenti a mangiare con le mani, la raffinata principessa si portasse alla bocca il cibo aiutandosi con una forchetta d'oro a due rebbi. Evidentemente nella cerchia bizantina l'uso di questa posata era già diffuso, ma a Venezia ciò suscitò un tremendo scandalo: secondo le cronache dell'epoca tale novità parve un segno di raffinatezza talmente eccessivo, quasi d’ispirazione demoniaca, che la dogaressa fu severamente disapprovata dai preti, i quali invocarono su di lei la collera divina. Poco tempo dopo fu colta da una malattia innominabile, e san Bonaventura non esitò a dichiarare, assai poco caritatevolmente, ed assai poco correttamente alla luce degli insegnamenti ecclesiali, che s’ era trattato di un castigo di Dio. L’uso comunque di quella posata si diffuse rapidamente anche per merito della raffinata Caterina de’ Medici e di suo figlio Enrico III, che pare ne impose l’uso generalizzato ed invase tutta l’Europa soprattuto sulle tavole dei nobili e sulle mense di tutte le corti europee e l’uso summenzionato della forchetta a due o tre rebbi durò varî secoli, fino a tutto il 1850, quando alla corte di Napoli il re Ferdinando II Borbone delle Due Sicilie, che era golosissimo di maccheroni, anche di quelli a trafila lunga e sottile detti vermicelli che la plebe era solito consumare per istrada portandoli alla bocca con le mani, stanco di non poter farsi servire nei pranzi di corte codesti amati maccheroni (che con le posate ordinarie era difficilissimo consumare),diede mandato al suo ciambellano (e non maggiordomo, come erroneamente talvolta si riporta) Gennaro Spadaccini di risolvergli, pena il licenziamento, la faccenda; e lo Spadaccini, adeguatamente poi remunerato, ebbe un’idea semplice, ma geniale: portò da tre a quattro e poi a cinque i rebbi della forchetta, per modo che fosse possibile ammatassare con facilità i vermicelli, che da quel momento furono serviti ai pranzi di corte, accontendando il goloso sovrano.
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Che origine ha il dollaro?
Postato da spalato il Venerdì, 07 aprile @ 13:16:47 CEST (1063 letture)
Invenzioni e origini II La parola dollaro è nata nel territorio dell’odierna Repubblica Ceca. Nel 1519 una miniera d’argento vicino alla città di Joachimstaler cominciò a coniare una moneta chiamata appunto Joachimstaler e poi abbreviata in taler (tallero). In basso tedesco però la “t” si addolciva in “d” e così l’inglese “dollar” deriva dal basso tedesco “daler”. Inizialmente nelle colonie americane la moneta più diffusa era il peso spagnolo, che i coloni usavano chiamare dollaro. Quando nel 1785 il Congresso dovette stabilire il nome della prima vera valuta statunitense, adottò quindi quel nome, anche perché era ormai diffuso.
Quanto al simbolo, ci sono varie ipotesi: una sostiene che all’inizio si trattava di una U sovrapposta a una S, sigle per United States. Poi la base della U si cancellò a causa di una cattiva coniazione e così rimase la S con due segmenti verticali.
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L' Orient-Express
Postato da spalato il Venerdì, 07 aprile @ 13:15:34 CEST (1056 letture)
Invenzioni e origini I La nascita e lo sviluppo dei treni a vapore e delle ferrovie aveva avuto luogo gia all'inizio del 1800 ma per la realizzazione di una linea ferroviaria trans-continentale ci vollero ancora quasi 100 anni. Nei primi anni Settanta del secolo scorso, Georges Nagelmackers, giovane erede di una ricca famiglia di banchieri belgi, allestì per conto di alcune ferrovie europee una serie di treni con vagoni-letto secondo uno stile simile a quello adottato negli Stati Uniti da George Pullman. Nel dicembre 1876 fondò la International Wagons-Lits Company e, dopo il successo di un primo treno Parigi-Vienna, estese il servizio con l'Orient Express, inaugurato nel giugno 1883 sulla tratta Parigi-Istanbul (allora Costantinopoli). In un primo tempo i passeggeri dovevano attraversare il Danubio per mezzo di imbarcazioni e, una volta giunti in Bulgaria, concludevano il viaggio a bordo di una nave di linea sul Mar Nero. Solo a partire dal 1888 l'Orient Express poté raggiungere la destinazione senza interruzioni, superando Vienna e passando per Budapest (Ungheria), Belgrado, Nis (nell'attuale Serbia) e Sofia (Bulgaria). La durata del viaggio da Parigi superava di poco le 67 ore, contro le oltre 81 ore necessarie con altri treni. Dopo la sospensione del servizio durante la prima guerra mondiale, nel 1921 venne riattivata la linea fino a Budapest. Nel frattempo, a seguito della richiesta presentata dai governi alleati per un nuovo servizio che collegasse i Balcani, nel 1919 era stato inaugurato il Simplon-Orient Express che, da Parigi, giungeva a Istanbul attraversando la galleria transalpina del Sempione (aperta nel 1906) e passando per Milano, Venezia, Trieste e Belgrado.
Nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, la compagnia Wagons-Lits sviluppò una rete di treni di lusso che collegavano il Nord Europa con la regione dei Balcani e del Levante: a partire dal 1932, alla stazione di Belgrado il Simplon-Orient Express scambiava le carrozze dirette a Bucarest con quelle provenienti da Berlino, Ostenda, Amsterdam, Vienna o Praga; a Nis, infine lasciava una porzione del convoglio diretta ad Atene.
Fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, l'Orient Express e il Simplon-Orient Express erano composti esclusivamente da vagoni-letto e vetture ristorante sontuosamente arredati, rinomati per l'elevata qualità della cucina e dei servizi; le uniche carrozze di servizio erano quelle adibite al trasporto dei bagagli e al servizio postale. I treni, frequentati da nobili, diplomatici e uomini d'affari europei e levantini, erano emblema di un mondo raffinato che ispirò numerosi artisti, scrittori e produttori cinematografici. Dopo il 1945, tuttavia, i treni non riguadagnarono il prestigio di cui godevano prima della guerra. Le carrozze di lusso della Wagons-Lits vennero perlopiù sostituite con normali carrozze. Oggi, in Europa, il nome Orient Express indica un servizio lungo la linea Parigi-Vienna-Budapest che ha ben poco del leggendario treno originale; il nome Simplon-Orient Express scomparve invece nel 1962.
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Milano e l'acqua
Postato da Grazia01 il Giovedì, 06 aprile @ 21:10:28 CEST (1575 letture)
Milano mia I
Milano sorge “in mezzo a molte acque”, tanto che da più parti si è cercato di interpretare il suo nome “medio-lanum” proprio come un’indicazione di questa sua posizione intermedia tra i corsi d’acqua. Una carta dei fiumi che le scorrono più da vicino ci mostra come sia posta tra il Ticino e l’Adda, tra l’Olona e il Lambro, tra il Nirone e il Seveso, in una strana successione di coppie di corsi d’acqua che vanno progressivamente diminuendo d’importanza avvicinandosi al cuore dell’antico centro celtico e poi romano.
Molta parte della storia di Milano, antica e moderna, si può interpretare come una lotta con l’acqua che si svolge attraverso i secoli vedendo prevalere ora la tenacia dei Milanesi, ora la resistenza dell’acqua ad assoggettarsi al loro volere. I benefici dell’acqua sono sempre stati molteplici, prevalendo l’uno o l’altro nelle diverse epoche storiche. In epoca romana l’acqua serviva soprattutto per le fognature della città e per facilitare i trasporti. Nel XII secolo diventa un elemento difensivo, al quale subito si affianca un utilizzo sempre più ampio come bene economico per l’agricoltura (irrigazione) e per l’industria (mulini). Dalla fine del Trecento, quando le ambizioni dei Milanesi diventano smisurate come la loro nuova cattedrale, l’acqua viene vista sempre più come un mezzo per trasportare persone e cose e da quel momento la costruzione dei canali navigabili (navigli) sarà un loro cruccio costante, un assillo che è ancora presente ai nostri giorni.
Percorrendo questo lungo viaggio nella storia di Milano capiremo perché l’acqua è ancora oggi qualcosa di speciale per questa città, tanto da giustificare strane leggende e una profonda nostalgia nei confronti di una scomparsa “città acquatica” simboleggiata dalle innumerevoli vedute dei Navigli che rappresentano per i Milanesi una sorta di paradiso perduto da rimpiangere o da riconquistare.
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Giuseppe Ungaretti
Postato da Grazia01 il Giovedì, 06 aprile @ 21:00:27 CEST (16601 letture)
Biografie I

L'8 febbraio 1888 nasce ad Alessandria d'Egitto il grande poeta Giuseppe Ungaretti, da Antonio Ungaretti e Maria Lunardini entrambi lucchesi. Nella città natale trascorre l'infanzia e i primi anni della giovinezza. La famiglia si era infatti trasferita in Africa per ragioni di lavoro. Suo padre, però, che lavorava come operaio alla costruzione del canale di Suez, muore in un incidente; la madre è così cotretta ad arrangiarsi ma riesce a mandare avanti la famiglia grazie ai guadagni di un negozio della periferia di Alessandria. Il piccolo Giuseppe viene dunque allevato dalla madre, da una balia sudanese e da Anna, un'anziana croata, adorabile narratrice di favole.
Ormai cresciuto, Frequenta l'Ecole Suisse Jacot, dove viene a contatto per la prima volta con la letteratura europea. Frequenta anche, nel tempo libero, la Baracca rossa, un ritrovo internazionale di anarchici, che ha il fervente organizzatore in Enrico Pea, versiliese, trasferito a lavorare in Egitto.
Si trasferisce in Italia con l'intenzione di compiere studi di diritto a Parigi per poi tornare in Egitto. A poche settimane di distanza si reca finalmente a Parigi, raggiunto poi da Mohammed Sceab, che muore però suicida qualche mese dopo. Si iscrive alla facoltà di lettere della Sorbona e prende alloggio in un alberghetto in rue Des Carmes. Frequenta i maggiori caffè letterari di Parigi e diventa amico di Apollinaire, al quale si lega di profondo affetto.
Malgrado la sua lontananza dall'Italia, rimane comunque in contatto con il gruppo fiorentino che, staccatosi dalla Voce, ha dato vita a Lacerba. Nel 1915 pubblica proprio su Lacerba le prime liriche. Viene però richiamato e inviato sul fronte del Carso e su quello francese dello Champagne. La prima poesia dal fronte è datata 22 dicembre 1915. Trascorre l'intero anno successivo tra prima linea e retrovie; scrive tutto il "Porto Sepolto", che viene pubblicato presso una tipografia di Udine. Curatore degli ottanta esemplari è "il gentile Ettore Serra", giovane tenente. Ungaretti si rivela poeta rivoluzionario, aprendo la strada all'ermetismo. Le liriche sono brevi, a volte ridotte ad una sola preposizione, ed esprimono forti sentimenti.
Torna a Roma e, su incarico del Ministero degli Esteri, si dedica alla stesura del bollettino informativo quotidiano. Intanto, collabora alle riviste La Ronda, Tribuna, Commerce. La moglie nel frattempo insegna francese. La difficile condizione economica lo induce a trasferirsi a Marino nei Castelli Romani. Pubblica a La Spezia, una nuova edizione de "L'Allegria"; include le liriche composte tra il 1919 e il 1922 e la prima parte del "Sentimento del Tempo". La prefazione è di Benito Mussolini. ". La raccolta segna l'inizio della sua seconda fase poetica. Le liriche sono più lunghe e le parole più ricercate.
Con il premio del Gondoliere del 1932, assegnato a Venezia, la sua poesia ha il primo riconoscimento ufficiale. Si aprono le porte dei grandi editori. Pubblica ad esempio con Vallecchi "Sentimento del Tempo" (con un saggio di Gargiulo) e dà alle stampe il volume "Quaderno di traduzioni" che comprende testi di Gòngora, Blake, Eliot, Rilke, Esenin. Il Pen Club lo invita a tenere una serie di lezioni in Sud America. In Brasile gli viene assegnata la cattedra di Letteratura Italiana presso l'Università di San Paolo, che terrà fino al 1942. Esce l'edizione compiuta del "Sentimento del Tempo".
Nel 1937 una prima tragedia familiare colpisce Ungaretti: muore il fratello Costantino, per il quale scrive le liriche "Se tu mio fratello" e "Tutto ho perduto", apparse successivamente in francese in "Vie d'un homme".
Da lì a poco, muore in Brasile, per un attacco di appendicite malcurato, anche il figlio Antonietto, di soli nove anni.
Rientrato in patria, è nominato Accademico d'Italia e gli viene conferito un insegnamento universitario a Roma per "chiara fama". Mondadori inizia la pubblicazione delle sue opere sotto il titolo generale "Vita d'un uomo".
Gli viene consegnato da Alcide De Gasperi il premio Roma; escono il volume di prosa "Il povero nella città" e alcuni abbozzi di "La Terra Promessa". La rivista Inventario pubblica il suo saggio "Ragioni di una poesia".
Gli ultimi anni di vita del poeta sono intensissimi. E' eletto presidente della Comunità europea degli scrittori e tiene, come visiting professor presso la Columbia University, una serie di lezioni, stringendo fra l'altro amicizia con letterati e pittori beats del Village newyorkese.
In occasione degli ottant'anni riceve solenni onoranze da parte del governo italiano: a Palazzo Chigi è festeggiato dal presidente del Consiglio Moro e da Montale e Quasimodo, con tanti amici attorno. Escono due edizioni rare: "Dialogo", (libro accompagnato da una "combustione" di Burri), piccola raccolta di poesie d'amore e "Morte delle stagioni", illustrata da Manzù, che raccoglie unite le stagioni della "Terra Promessa", del "Taccuino del Vecchio" e gli ultimi versi fino al '66.
Viaggia negli Stati Uniti, in Svezia, in Germania. Nel settembre esce il volume mondadoriano che comprende Tutte le poesie, con note, saggi, apparati delle varianti, a cura di Leone Piccioni.
Nella notte tra il 31 dicembre '69 e il primo gennaio '70 scrive l'ultima poesia "L'impietrito e il velluto". Torna negli Stati Uniti per ricevere un premio all'Università di Oklahoma. A New York s'ammala e viene ricoverato in clinica. Rientra in Italia e si stabilisce per curarsi a Salsomaggiore. Muore a Milano la notte tra l'1 e il 2 giugno.
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La preghera
Postato da Antonio il Giovedì, 06 aprile @ 18:59:37 CEST (1138 letture)
Poesie di Ungaretti Come dolce prima dell'uomo
Doveva andare il mondo.

L'uomo ne cavò beffe di demòni,
La sua lussuria disse cielo,
La sua illusione decretò creatice,
Suppose immortale il momento.

La vita gli è di peso enorme
Come liggiù quell'ale d'ape morta
Alla formicola che la trascina.

Da ciò che dura a ciò che passa,
Signore, sogno fermo,
Fa' che torni a correre un patto.

Oh! rasserena questi figli.

Fa' che l'uomo torni a sentire
Che, uomo, fino a te salisti
Per l'infinita sofferenza.

Sii la misura, sii il mistero.

Purificante amore,
Fa' ancora che sia la scala di riscatto
La carne ingannatrice.

Vorrei di nuovo udirti dire
Che in te finalmente annullate
Le anime s'uniranno
E lassù formeranno,
Eterna umanità,
Il tuo sonno felice.

Ungaretti
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Mondo
Postato da Antonio il Giovedì, 06 aprile @ 18:57:49 CEST (1111 letture)
Poesie di Ungaretti Attonimento
in una gita folle
di pupille amorose

In una gita che se ne va in fumo
col sonno
e se incontra la morte
è il dormire più vero.

Ungaretti
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Malinconia
Postato da Antonio il Giovedì, 06 aprile @ 18:56:17 CEST (1632 letture)
Poesie di Ungaretti Calante melinconia lungo il corpo avvinto
al suo destino

Calante notturno abbandono
di corpi a pien'anima presi
nel silenzio vasto
che gli occhi non guardano
ma un'apprensione

Abbandono dolce di corpi
pesanti d'amaro
labbra rapprese
in tornitura di labbra lontane
voluttà crudele di corpi estinti
in voglie inappagabili.

Ungaretti
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Nostalgia
Postato da Antonio il Giovedì, 06 aprile @ 18:54:30 CEST (1560 letture)
Poesie di Ungaretti Quando
la notte è a svanire
poco prima di primavera
e di rado
qualcuno passa

Su Parigi s'addensa
un oscuro colore
di pianto

In un canto
di ponte
comtemplo
l'illimitato silenzio
di una ragazza
tenue

Le nostre
malattie
si fondono

E come portati via
si rimane.

Ungaretti
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Stelle
Postato da Antonio il Giovedì, 06 aprile @ 18:52:52 CEST (1447 letture)
Poesie di Ungaretti Tornano in alto ad ardere le favole.

Cadranno colle foglie al primovento.

Ma venga un altro soffio,
Ritornerà scintillamento nuovo.

Ungaretti
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Veglia
Postato da Antonio il Giovedì, 06 aprile @ 18:51:08 CEST (1122 letture)
Poesie di Ungaretti Un'intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore.
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita.

Ungaretti
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Silenzio
Postato da Antonio il Giovedì, 06 aprile @ 18:49:49 CEST (1258 letture)
Poesie di Ungaretti Conosco una città
che ogni giorno s'empie di sole
e tutto è rapito in quel momento

Me ne sono andato una sera

Nel cuore durava il limio
delle cicale

Dal bastimento
verniciato di bianco
ho visto
la mia città sparire
lasciando
un poco
un abbraccio di lumi nell'aria torbida
sospesi.

Ungaretti
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La tartaruga
Postato da Antonio il Giovedì, 06 aprile @ 18:34:46 CEST (2482 letture)
Poesie di Trilussa Mentre, una notte, se n'annava a spasso,
la vecchia tartaruga fece er passo
più lungo de la gamba e cascò giù
co' la casa vortata sottinsù.
Un rospo je strillò: Scema che sei !
Queste so' scappatelle
Che costeno la pelle...
Lo so -rispose lei -
Ma prima de morì vedo le stelle!

Trilussa

Biografia
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Stella cadente
Postato da Antonio il Giovedì, 06 aprile @ 18:33:36 CEST (1728 letture)
Poesie di Trilussa Quanno me godo da la loggia mia
quele sere d'agosto tanto belle
ch'er celo troppo carico de stelle
se pija er lusso de buttalle via,
ad ognuna che casca penso spesso
a le speranze che se porta appresso.
Perchè la gente immagina sur serio
che chi se sbriga a chiede qualche cosa
finchè la striscia resta luminosa,
la stella je soddisfa er desiderio;
ma, se se smorza prima, bonanotte:
la speranzella se ne va a fa' fotte.
Jersera, ar Pincio, in via d'esperimento,
guardai la stella e chiesi:"Bramerei
de ritrovamme a tuppertù co' lei
come trent'anni fa: per un momento.
Come starà Lullù? Dov'è finita
la donna ch'ho più amato ne la vita?"
Allora chiusi gli occhi e ripensai
a le gioje, a le pene, a li rimorsi,
ar primo giorno quanno ce discorsi,
a quela sera che ce liticai..
E rivedevo tutto a mano a mano,
in un nebbione piucchemmai lontano.
Ma ner ricordo debbole e confuso
ecco che m'è riapparsa la biondina
Quanno venne da me quela mattina,
giovene, bella, dritta come un fuso,
che me diceva sottovoce:"E' tanto
che sospiravo de tornatte accanto!"
Er fatto me pareva così vero
che feci fra de me:- Questa è la prova
che la gioja passata se ritrova
solo nel labirinto der pensiero.
Qualunquesia speranza è un brutto tiro
de l'illusione che ce pija in giro - .
Però ce fu la mano der Destino:
perchè doppo nemmanco un quarto d'ora,
giro la testa e vedo una signora
ch'annava a spasso con un cagnolino.
Una de quelle bionde ossiggenate
che perloppiù ricicceno d'estate.
- Chissà - pensai - che pure 'sta grassona
co' quer po' po' de robba che je balla
nun sia stata carina? - E ner guardalla
trovai ch'assomigliava a 'na persona...
Speciarmente er nasino pe' l'insù
me ricordava quello de Lullù...
Era lei? Nu' lo so. Da certe mosse,
da la maniera de guardà la gente,
avrei detto: - E' Lullù sicuramente...
- Ma ner dubbio che fosse o che nun fosse
richiusi l'occhi e ritornai da quella
ch'avevo combinato co' la stella.


Trilussa

Biografia
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'E' "BLUE MOON", UN PIENO DI LUNA - Alda Merini
Postato da Antonio il Giovedì, 06 aprile @ 18:31:50 CEST (1310 letture)
Poesie di Merini


Andasse via la luna
anche questa doppia luna
al mio eterno moroso
e tanto timoroso
che non bacia alcuno.
Andasse via la luna
ma noi come facciamo
poeti e sospirosi
e sempre ansiosi
senza questa speranza
notevole distanza
di una luna
che tutti
vorrebbero sorella.
Almeno ci sia quella
a rischiarar le rime
che poverette assai
si sono messe nei guai
per malaccorte cime.

Alda Merini

Biografia
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Quello - Jorge Luis Borges
Postato da Antonio il Giovedì, 06 aprile @ 18:30:25 CEST (1002 letture)
Poesie d'autore I Oh giorni consacrati all'inutile
impegno di obliare la biografia
di un poeta minore dell'emisfero
australe, cui la sorte o gli astri
diedero un corpo che non lascia un figlio
e la cecità, che è penombra e carcere,
e la vecchiaia, aurora della morte
e la fama, che nessuno merita,
e il vizio di ordire endecasillabi
e il vecchio amore delle enciclopedie
e delle fini mappe calligrafiche
e del sottile avorio e un'incurabile
nostalgia del latino e frammentarie
memorie di Edimburgo e di Ginevra
e l'oblio delle date e dei nomi
e il culto dell'Oriente al quale i popoli
del miscellaneo Oriente non partecipano,
e vigilie di tremula speranza
e l'abuso dell'etimologia
e il ferro delle sillabe sassoni
e la luna, che sempre ci sorprende
e quel brutto vizio, Buenos Aires,
e il sapore delle uve e dell'acqua
e del cacao, delizia messicana,
ed alcune monete e una clessidra
e che una sera, uguale a tante altre,
si rassegna a questi versi.
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