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Il 21 maggio del 1867 nacque Sebastiano Satta
Postato da Grazia01 il Giovedì, 21 maggio @ 20:34:10 CEST (543 letture)
Ricerche d'autore


Il 29 novembre del 1914, a soli quarantasette anni, moriva a Nuoro il poeta e scrittore
Sebastiano Satta,




dopo un lungo periodo di immobilità dovuta a una paralisi che lo aveva colpito in giovane età.
Sebbene non considerato un personaggio di fama nazionale, ha di certo lasciato il segno nella sua terra,
la Sardegna, che lo ha amato e ancora lo ama per la sua grande vicinanza agli umili, al popolo,
alle persone semplici ma anche a quelle così fiere e coraggiose da ribellarsi alle regole non riconosciute.
Nato a Nuoro nil 21 maggio del 1867, Sebastiano Satta durante la sua breve vita
non nascose mai la sua comprensione e simpatia nei confronti dei banditi,
ovvero di coloro che per sfuggire a una giustizia in cui non credevano si davano alla latitanza,
nascondendosi nelle aspre e dure montagne della sua Barbagia. Li considerava non veri fuorilegge
bensì uomini oppressi e incompresi, costretti a trasformarsi in animali randagi
o ad agire contro una legge che non gli apparteneva.
Laureatosi in giurisprudenza a ventisette anni, fu un grande avvocato,
un poeta che ci ha lasciato significativi versi sulla sua terra,
ma anche un giornalista molto attivo: fondò infatti il quotidiano La Via,
la rivista La Terra dei Nuraghes, e scrisse articoli sia per i periodici isolani che per quelli della penisola,
compreso Il giornale d’Italia”.



Non fu di certo un uomo fortunato, poiché non solo vide la morte della sua primogenita Raimonda,
ancora neonata, ma colpito da paralisi a soli quarantun’anni, dovette lasciare l’avvocatura
perché oramai impossibilitato anche a parlare. Fu il suo amore per la scrittura
a mantenerlo vivo intellettualmente fino alla fine: influenzato da Pascoli e Carducci
– da lui tanto amati – e dalla sua visione personale della cultura barbaricina,
ci ha lasciato splendide poesie dedicate alla sua prima figlia, alla sua gente,
alla realtà isolana di quegli anni da lui considerati “anni di sconforto e di tenebra,
quando gli ovili erano deserti e tremende e tragiche suonavano le monodie delle prefiche,
e l’animo era smarrito e percosso da sciagure e odî nefandi”.



Sebastiano Satta ha spesso rivendicato per il suo popolo una maggiore giustizia sociale. In questa sua poesia i banditi appaiono come uomini colpiti dalla sventura, esclusi dalla convivenza con gli altri e, per questo, intristiti. Nella sera di Natale, che è un'occasione di festa e di incontro per chi vive normalmente (nei paesi si celebrano i riti religiosi, nelle case le famiglie si riuniscono per la cena tradizionale), i banditi si accorgono più dolorosamente di essere condannati ad una vita solitaria e furtiva sui monti.
L'immagine del Monte Spada ci permette di collocare le figure in un ambiente preciso e reale.. siamo nella zona montuosa del Gennargentu, nella Barbagia, una delle regioni interne più povere e desolate della Sardegna.




Banditi
da Canti barbaricini

Incappucciati, foschi, a passo lento
tre banditi ascendevano la strada
deserta e grigia, tra la selva rada
dei sughereti, sotto il ciel d'argento.

Non rumori di mandre, o voci, il vento
agitava per l'àlgida contrada.
Vasto silenzio. In fondo, Monte Spada
ridea bianco nel vespro sonnolento.

O vespro di Natale! Dentro il core
ai banditi piangea la nostalgia
di te, pur senza. udirne le campane:
e mesti eran, pensando al buon odore
del porchetto e del vino, e all'allegria
del ceppo nelle lor case lontane.



Questo giovane cavallo è presentato con immediatezza nello splendore del suo manto pezzato e in tutta la sua focosa baldanza. Nessuno fra i giovani, pur coraggiosi, ha l'ardire di cavalcarlo; un vecchio allora afferra la criniera, balza sulla groppa e il puledro galoppa via fremente. li: una descrizione piena di vigore e di immagini balenanti.


Il poledro


Maraviglia a vederlo! la cervice
stellante tra la nitida criniera
erse il poledro, schiusa la narice
ai soffi ardenti della primavera.
Nessun dei giovinetti, audace schiera
di ardimenti e di prove sfidatrice,
osava premer quella groppa nera
come il tormento e correr la pendice.
Gloria a chi primo lo cavalca! - disse
il vecchio: ai giovinetti tremò il cuore:
allor nella criniera gli confisse
egli l'artiglio e, saldo in groppa come
un drago, sparì via col corridore
dritto il bel capo tra le grigie chiome.

E' un canto in esaltazione della vita e si chiama appunto ditirambo in rimembranza degli antichi componimenti bacchici. Si sente nelle varie strofe un fremito di libertà e di gioia che trova nel richiamo d'amore un motivo popolare di indubbia efficacia e lo riveste di note nuove ed eleganti nella loro semplicità.



Ditirambo di giovinezza

Date l’acquavite alle mani,
Prendete la tasca e lo schioppo
E andiamo. Ohilà! che galoppo,
Che rombo tra l’urlo dei cani!

Prenderemo i cavalli che a frotte
Corron nitrendo le tanche,
Gli figgerem nel collo le branche,
Li avventeremo contro la notte.

Versatemi il vin di Marreri
Che mi apre le vene del cuore.
O donna, apparecchia i taglieri,
E poi… Hutalabi! col corridore.

Ho un sogno nell’anima torva,
O uccellin mio di primavera!
Vo’ traversar la Costera,
Vo’ entrar nell’aspra Bonorva.

Là nella chiesa, sul coro,
Vi è una santa d’oro, vi è!
Voglio portarti quella Santa d’oro:
Ruberò la Madonna per te!






A Vindiicino


Questa poesiola, dedicata da Sebastiano Satta al proprio figliolo Vindicino, è una deliziosa favola con cui il poeta sardo spiega al bambini perché cade la neve.Il grillo chiamato scherzosamente « zio », smette improvvisamente il suo verso all'alzarsi delle fredde nebbie, mentre un diavolino spenna le colombe del cielo e ne fa cadere le soffici piume che si trasformano in larghi fiocchi di neve. Dalla lettura di questi agili versi pare sprigionarsi la soave musica dei canti popolari sardi, mentre la nostra fantasia accompagna lo sguardo trasognato del piccolo che segue l'inatteso spettacolo della neve.



Zio Grillo nella vallata
ha smarrito gli agresti
pifferi tra la bruma.

Zio Grillo nella vallata. ..
Vedi? Il diavolo spiuma
le colombe celesti
e fa la nevicata.


Sebastiano Satta

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Ombre lucenti
Postato da Grazia01 il Martedì, 19 maggio @ 18:37:34 CEST (520 letture)
Le poesie e altro di Grazia VI










Ombre lucenti



E' coraggioso per sempre
chi ha vinto la paura una volta.
Cantiamo e balliamo
che sta arrivando la notte
con scrigni pieni di sorprese
colmi di realtà forse possibili
in riflessi incerti di gentilezze
e ombre di tragici rimpianti.
Su scogliere o terrazze
ci specchiamo in acque piovane
che ci rimandano altri volti.

Grazia



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Il 19 maggio del 1890 nacque a Lisbona Mário de Sá-Carneiro
Postato da Grazia01 il Martedì, 19 maggio @ 17:07:51 CEST (646 letture)
Ricerche d'autore




Il 19 maggio del 1890 nacque a Lisbona Mário de Sá-Carneiro,
poeta e drammaturgo portoghese († 1916)






E fuggisti… Che importa? Se lasciasti
il violetto ricordo che animasti,
dove la mia nostalgia è già Colore?






Quasi

Un poco più di sole – ed ero brace,
un poco più di azzurro – ero di là.
A riuscir, mi è mancato un colpo d’ala…
Potessi almeno rimanere qua…
Spavento o pace? No…Tutto svanito
in basso mare ingannator di spuma;
e il grande sogno ridestato in bruma,
il grande sogno – ahimè – quasi vissuto…
Quasi amor, quasi trionfo e fiamma,
quasi principio e fine – quasi espansione…
Ma nell’anima tutto mi si spande…
Intanto nulla fu solo illusione!
Tutto ha avuto un inizio…e è tutto errato…
– Oh il dolore infinito d’esser quasi… –
Mi mancai tra gli altri, mancai in me,
ala che si slanciò ma non volò…
Momenti d’anima che io dissipai…
Templi dove non posi mai un altare…
Fiumi che persi senza portarli al mare…
Ansie che furono ma che non fissai…
Se mi divago, trovo solo indizi…
Ogive verso il sol – le vedo chiuse;
mani d’eroe, senza fede, invilite,
misero grate sopra i precipizi…
In impeto diffuso di languore,
tutto intrapresi e nulla possedetti…
Oggi di me, non c’è che il disinganno
di cose che baciai ma che non vissi…
………………………………………..
………………………………………..
Un poco più di sole – e sarei brace,
un poco più di azzurro – e sarei là.
A riuscir, mi è mancato un colpo d’ala…
Potessi almeno rimanere qua…








(Poesia tratta da Dispersione del 1914)

RELITTO



Ah, che mi mettano sotto le coperte
e che non mi facciano nient'altro...
Che la porta della mia stanza resti sempre chiusa,
che né si apra per te se andrai là!

Lana rossa, letto soffice. Tutto ben tappato...
Nessun libro, nessun libro sul comodino...
solo fate che abbia accanto a me
dolci all'uovo e una bottiglia di Madeira.

No, non voglio altro; neppure dei giocattoli.
Per cosa? Anche se me li dessero non saprei giocare...
Che vogliono fare di me con questi turbamenti e paure?
Non sono fatto per le feste. Lasciatemi! Fatemi riposare!...

Sempre notte nella mia stanza. Le tende tirate,
e io rannicchiato a dormire, al calduccio - che amore!...
Sì: restare sempre a letto, senza muovermi, creare muffa -
almeno sarebbe il riposo assoluto...Storie! sarebbe la vita migliore.

Se mi fanno male i piedi e non so camminare dritto,
perché devo insistere ad andare nei salotti, da Lord?
Dai!, che la mia vita per una volta si accordi
con il mio corpo, e si rassegni a non avere grazia...

A che mi serve uscire, se mi costipo subito?
E chi posso aspettare, con la mia delicatezza?
Smetti di illuderti Mario! Un buon piumone, un fuoco -
e non pensare al resto. E' già abbastanza, con franchezza...

Lasciamo perdere. In nessun posto la mia ansia mi porterà.
Perché allora dovrei andare di qua e di là, in un'inutile corsa?
Abbiate pena di me, Accidenti! Portatemi all'infermeria!
Cioé: in una camera singola che mio padre pagherà.

Giusto. Una stanza d'ospedale, igienica, tutta bianca, moderna e tranquilla;
a Parigi, è preferibile, a causa della leggenda...
Da qui a vent'anni forse la mia letteratura si capirà;
e poi essere mezzo matto a Parigi va bene, ha un certo stile...

Quanto a te, amore mio, puoi venire il giovedì,
se vuoi essere gentile, domandare come sto.
Però nella mia stanza tu non entri, neanche con le migliori maniere:
niente da fare, mia cara. Il bambino dorme. Tutto il resto è finito.

(Traduzione di Alessandro Ghignoli)




L'originale in Portoghese:

Caranguejola

- Ah, que me metam entre cobertores,
E não me façam mais nada...
Que a porta do meu quarto fique para sempre fechada,
Que não se abra mesmo para ti se tu lá fores.

Lã vermelha, leito fofo. Tudo bem calafetado...
Nenhum livro, nenhum livro à cabeceira -
Façam apenas com que eu tenha sempre a meu lado,
Bolos de ovos e uma garrafa de Madeira.

Não, não estou para mais - não quero mesmo brinquedos.
Pra quê? Até se mos dessem não saberia brincar...
- Que querem fazer de mim com estes enleios e medos?
Não fui feito pra festas. Larguem-me! Deixem-me sossegar...

Noite sempre plo meu quarto. As cortinas corridas,
E eu aninhado a dormir, bem quentinho - que amor...
Sim: ficar sempre na cama, nunca mexer, criar bolor -
Plo menos era o sossego completo... Histórias! era a melhor das vidas...

Se me doem os pés e não sei andar direito,
Pra que hei-de teimar em ir para as salas, de Lord?
- Vamos, que a minha vida por uma vez se acorde
Com o meu corpo - e se resigne a não ter jeito...

De que me vale sair, se me constipo logo?
E quem posso eu esperar, com a minha delicadeza?...
Deixa-te de ilusões, Mário. Bom édredon, bom fogo -
E não penses no resto. É já bastante, com franqueza...

Desistamos. A nenhuma parte a minha ¦ansia me levará.
Pra que hei-de então andar aos tombos, numa inútil correria?
Tenham dó de mim. Co'a breca! levem-me prà enfermaria -
Isto é: pra um quarto particular que o meu Pai pagará.

Justo. Um quarto de hospital - higiénico, todo branco, moderno e tranquilo;
Em Paris, é preferível - por causa da legenda...
Daqui a vinte anos a minha literatura talvez se entenda -
E depois estar maluquinho em Paris, fica bem, tem certi estilo...

- Quanto a ti, meu amor, podes vir às quintas,
Se quiseres ser gentil, perguntar como eu estou.
Agora no meu quarto é que tu não entras, mesmo com as melhores maneiras:
Nada a fazer, minha rica. O menino dorme. Tudo o mais acabou.

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Tu vuoi piantare sul nostro balcone
Postato da Grazia01 il Lunedì, 18 maggio @ 18:09:41 CEST (321 letture)
Ricerche d'autore





Il 18 maggio del 1924 nacque a Milano, Mario Ramous,
poeta, saggista e traduttore italiano († 1999)




Tu vuoi piantare sul nostro balcone
un giardino tutto verde
perché ci faccia sentire vivi,
perché ci difenda dal vizio del sole sul cemento ,
perché ci riconduca ai giuochi dell'infanzia,
a quelli lontani delle paure d'amore ,
perché mangiare e bere vi siano legati,
perché ridere è più facile ,
perché se piove o di mattino riluce,
perché ci inganni sui luoghi che sono per noi natura,
perché assorba il puzzo dei nostri figli meccanici ,
perché gli occhi riposino,
perché così ci piace;
ma di plastica:
vedi dunque che non vi è nulla di vero
se non quello
che mi vuoi far credere e credi?


da Canzoniere dell'amore coniugale

Mario Ramous


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I PAPAVERI
Postato da Grazia01 il Sabato, 16 maggio @ 12:34:02 CEST (952 letture)
Poesie tematiche III











Un campo di papaveri rossi è un richiamo all'occhio che è impossibile ignorare.
Molti pittori e fotografi hanno cercato di cogliere e riprodurre la sensazione di stupore
che si prova davanti alla brillantezza del rosso del papavero.
Famosi sono i verdi campi di grano dipinti dai macchiaioli, con tante macchie rosse tipiche dei papaveri.



La specie, largamente diffusa in Italia, cresce normalmente in campi e sui bordi di strade e ferrovie
ed è considerata una pianta infestante.
Petali e semi possiedono leggere proprietà sedative:
il papavero è parente stretto del papavero da oppio, da cui si estrae la morfina.
Resiste all'acqua e al vento ma se colto perde subito i petali leggeri e muore.




Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.
Fabrizio De André




Chiazze di rosso
fra campi di grano..
ondeggiano papaveri
lunghi esili steli
dondolano corolle
di purpurea seta.
Par sussurrino
al vento
passione ed ardore
invitano gli amanti
ad amarsi finchè c’è tempo,
di non perdere l’occasione.
Ma al cuore, ferito d’amore,
ben altro è il lor significato…
fior della consolazione
il papavero è anche chiamato
per aver alleviato
con il sonno
di Demetra, la disperazione
sopendone il dolore.
Anonimo




Papaveri Rossi
Crescono preziosi,
in disadorni campi,
tra l'oro dell'erba assetata.
Nascono in boccioli,
troppo stretti per il loro vestito del color della porpora,
schiudendosi cosí,
già stropicciati e insonnoliti.
Falsamente caduchi,
vivono indifferenti ad acquazzoni e alle torride giornate.
Spettinati dal soffio del vento che infastidisce i prati,
si muovono in sinuose danze.
Non coglierli,
perché delicati, come candidi baci dati al morir del sole.
Non coglierli,
perché le loro entasi, ricordano il fondo dei tuoi occhi.
Non coglierli,
perché il papavero rosso sussurra “ti sto sognando”.

Anonimo


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Rosacdi maggio
Postato da Grazia01 il Martedì, 12 maggio @ 22:08:02 CEST (562 letture)
Poesie di Merini




Rosa di maggio


L’alba si è fatta
profumo di rose.
Rosa di maggio,
abbarbicata sul muro vetusto;
affresco di vita
corroso dagli scherni del tempo.
Tappeto di petali bianchi
sul selciato di dolci primavere.
Fra gli agrumi imbiancati dai fiori,
mano nella mano di mio padre,
stretta, stretta,
al richiamo del cuore di mamma,
ansioso, protettivo.
Diventeranno frutti copiosi,
allieteranno tavole imbandite
tra gli amici dell’allegria,
svaniti nei rivoli
del più salubre inganno.
In fondo, oltre la siepe,
scorgere i ceppi temprati dagli anni;
offrono ancora nuova vegetazione,
nuove foglie, tenere e indifese,
al soffio di vento.

Alda Merini

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Gentilezza...
Postato da Grazia01 il Lunedì, 11 maggio @ 17:07:09 CEST (538 letture)
Pensieri, aforismi e citazioni IV






Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla
Sii gentile. Sempre
(Platone)




Sii gentile quando possibile. È sempre possibile
(Dalai Lama)



Oggi regala a un estraneo uno dei tuoi sorrisi.
Potrebbe essere l’unico sole che vede durante il giorno.
(Anonimo)

Ovunque ci sia un essere umano, vi è la possibilità per una gentilezza.
(Seneca)

Una parola gentile è come un giorno di primavera.
(Proverbio russo)




Custodisci bene dentro te stesso questo tesoro, la gentilezza.
Impara a dare senza esitazione, come perdere senza dispiacere,
come acquisire senza grettezza.
(George Sand)




Sii un arcobaleno nella nuvola di qualcun altro.
(Maya Angelou)

Quando la misura e la gentilezza si aggiungono alla forza,
quest’ultima diventa irresistibile.
(Gandhi)




Per avere labbra attraenti, pronuncia parole gentili…
(Audrey Hepburn)

Io non conosco nessun altro segno di superiorità nell’ uomo che quello di essere gentile.
(Ludwig van Beethoven)



Le parole gentili non costano nulla. Non irritano mai la lingua o le labbra.
Rendono le altre persone di buon umore.
Proiettano la loro stessa immagine sulle anime delle persone, ed è una bella immagine.

(Blaise Pascal)

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Le Mani della Madre
Postato da Grazia01 il Domenica, 10 maggio @ 21:58:48 CEST (548 letture)
Poesie d'autore II








Le Mani della Madre

Tu non sei più vicina a Dio
di noi; siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare in te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.

Rainer Maria Rilke

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Il 9 maggio 1938 nacque Charles Simić
Postato da Grazia01 il Sabato, 09 maggio @ 11:52:19 CEST (524 letture)
Ricerche d'autore








Charles Simić (vero nome Dušan Simić) (Belgrado, 9 maggio 1938) è un poeta statunitense, di origine serba. Iniziò la propria carriera nella prima metà degli anni settanta con uno stile letterario minimalista, nel tempo divenuto sempre più riconoscibile. Scrive di diversi argomenti, dal jazz all'arte alla filosofia. Nel 1990 è stato insignito del Premio Pulitzer per la poesia per l'opera The World Doesn't End.




Viaggiare




Mi tramuto in un sacco.
Un vecchio stracciaiolo
mi porta fuori all'alba.
Ci trasciniamo curvi.


Ecco qui, dice, la cravatta blu,
un uomo l'ha scalata mentre gli stava al collo.
Ora lassù singhiozza
perché non sa come calarsi giù.


Ma io non dico niente, cosa può dire un sacco?


Ecco qui, dice, il cappotto.
Il suo nome è Achab, i suoi sono i nostri stracci.
È in cerca del sarto che lo ha fatto.
Vuole strappare via tutti i suoi fili neri.


Ma io non dico niente, cosa può dire un sacco?


Ecco qui, dice, un paio di stivali,
mentre andavano a fondo, mentre andavano sotto
la loro vita videro in un lampo,
dovunque andremo si aggrapperanno a noi.


Ma io non dico niente, cosa può dire
un sacco rigonfio di stoppa fino al collo?





Paesaggio con grucce




Così tante grucce. Ora persino la luce del giorno
ne ha bisogno, persino il fumo che sale su. E le baracche –
una per cliente – che sene vanno
in fila indiana, con difficoltà,


dicevo, con un dannato sforzo...
e, dietro, gli alberi sul punto d'inciampare,
e le formiche sulle grucce giocattolo,
e il vento sulle grucce fantasma.


Non riesco a trovare pace qui intorno:
il pane sui suoi arti artificiali,
una bambola su una sedia a rotelle, senza testa,
e mia madre, proprio lei, che adopera i coltelli
come grucce mentre s'accoscia per pisciare.





Occhi cuciti con gli spilli




Quanto sodo lavori la morte
nessuno lo sa quanto lunga
sia la sua giornata.
Le stira la biancheria
il consorte lasciato a casa.
Le belle figlie
le apparecchiano la tavola per cena.
I vicini giocano
a pinnacolo in cortile
o bevono la birra
seduti sui gradini. E la morte
frattanto, in città,
in angoli remoti cerca
qualcuno con una brutta tosse,
ma l'indirizzo è, chissà perché, sbagliato,
nemmeno la morte può scovarlo
fra tutte quelle porte sprangate.
E comincia a cadere la pioggia.
l'aspetta una lunga notte di vento.
Non ha nemmeno un giornale
per coprirsi il capo, nemmeno
un gettone per chiamare chi si consuma,
l'uomo assonnato che piano si spoglia
e nudo si distende sul letto
dal lato che spetta alla morte.






Ragazzo prodigio

Sono cresciuto chino
su una scacchiera.


Amavo la parola scaccomatto.


Il che sembrava impensierire i miei cugini.


Era piccola la casa,
accanto a un cimitero romano.
I suoi vetri tremavano
per via di carri armati e caccia.


Fu un professore di astronomia in pensione
che m'insegnò a giocare.


L'anno, probabilmente, il '44.


Lo smalto dei pezzi che usavamo,
quelli neri,
era quasi del tutto scrostato.


Il re bianco andò perduto,
dovemmo sostituirlo.


Mi hanno detto, ma non credo che sia vero,
che quell'estate vidi
gente impiccata ai pali del telefono.


Ricordo che mia madre
spesso mi bendava gli occhi.
Con quel suo modo spiccio d'infilarmi
la testa sotto la falda del soprabito.


Anche negli scacchi, mi disse il professore,
i maestri giocano bendati,
i campioni, poi, su diverse scacchiere
contemporaneamente.







Così



Di diavoli azzurri
la più azzurra progenie.
mia moglie.


Dissi,
come Pascal
mia mogli eccelle
nel contemplare abissi.


Le sue ginocchia
ancora ricordano
la scala di marmo
di una contessa russa.


Tempo addietro a Parigi
raccoglieva le cicche
fuori dai caffè alla moda
per suo padre, disoccupato.


O nel Nuovo Mondo,
nuda davanti all'arcigno
dottore e all'infermiera,
con un soffio al cuore.


Tuttavia infila
l'estremità di un filo nero,
inumidita di saliva,
nell'occhio immobile dell'ago,
dodici ore al giorno.
Una sarta sublime,
un duro mestiere per la schiena
e la vista.


Nelle buie domeniche d'inverno
arduo mettere a fuoco
lettere e parole straniere
sui libri di testo della scuola serale.


Orecchie delle pagine ripiegate con cura,
brani evidenziati,
tutti quelli su uomini linciati, incatramati di piume,
sui roghi delle streghe –


davanti a una tazza di caffè –
quello nero che fanno gli zingari
quando si siedono a fissar la pioggia,
con le labbra che appena si muovono.





Salmo




Ci hai messo un bel po' a deciderti,
oh Signore, su questi pazzi
che governano il mondo. Arrivano dovunque
e i loro artigli devono averti spaventato.


Uno di loro mi scovò con la sua ombra.
Il giorno si era fatto freddo. Ondeggiai
fra il terrore e il coraggio
nell'angolo più buio della stanza di mio figlio.


Ho cercato con i miei occhi, Te in cui non credo.
Ti impegni a rendere graziosi i fiori,
a far sì che gli agnelli non smarriscano la madre,
o forse nemmeno di questo ti curi?


Era primavera. Gli assassini con un'aria sportiva
e allegra, e le tue divinità
al loro fianco per accertarsi
che i nostri addii venissero pronunciati bene.





Al tizio del piano di sopra




Capo di tutti i capi dell'universo.
Signor so-tutto, burattinaio intrigante,
e qualsiasi altra cosa tu sappia fare.
Avanti, smazza i tuoi zero questa notte.
Intingi nell'inchiostro code di comete.
Graffetta la notte con luci di stelle.


Meglio per te sarebbe leggere nei fondi di caffè,
o sfogliare l'Almanacco dell'Agricoltore.
Ma no! Ti piace darti arie,
e coltivare la tua rinomata serenità
mentre siedi alla grande scrivania
con niente di niente nel vassoio
della corrispondenza in arrivo o in partenza,
e tutta quell'eternità disseminata intorno.


non ti fa accapponare la pelle
sentirli supplicare in ginocchio,
farfugliando tenere parole come se tu
fossi una bambola gonfiabile a grandezza naturale?
Di' loro di rimettersi in sesto e andare a letto.
Basta fingerti troppo occupato per notarlo.


Le tue mani sono vuote e così i tuoi occhi.
Niente su cui apporre la tua firma,
anche se tu sapessi quale nome darti,
o credessi a quelli che continuo a inventare
mentre per te scarabocchio quest'appunto nel buio.


Charles Simic'

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Il 6 maggio del 1861 nacque Rabindranath Tagore
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 06 maggio @ 19:06:20 CEST (592 letture)
Poesie di Tagore





Rabindranath Tagore, chiamato talvolta anche con il titolo di Gurudev, è il nome anglicizzato di Rabíndranáth Thákhur (রবীন্দ্রনাথ ঠাকুর, रवीन्द्रनाथ ठाकुर; IPA: [ɾobin̪d̪ɾonat̪ʰ ʈʰakuɾ]) (Calcutta, 6 maggio 1861 – Santi Neketan, 7 agosto 1941), è stato un poeta, drammaturgo, scrittore e filosofo indiano.

« Per la profonda sensibilità, per la freschezza e bellezza dei versi che, con consumata capacità, riesce a rendere nella sua poeticità, espressa attraverso il suo linguaggio inglese, parte della letteratura dell'ovest. »
(Motivazione del Premio Nobel)« [...] Il piccolo, nudo, guardava il cielo, e nella sua mente smarrita salì una domanda: "Dove sarà mai la strada del paradiso?".
Il cielo non rispose, solo le stelle scintillavano, lacrime nella notte silenziosa. »

(Rabindranath Tagore, Domanda, da Lipika)
Poeta, prosatore, drammaturgo e filosofo indiano di lingua bengalese, nacque il 6 maggio del 1861 nell'antica residenza famigliare di Jorasanko, a Calcutta, da una famiglia appartenente ad una elevata aristocrazia che svolse un ruolo importante nella vita culturale, artistica, religiosa e politica del Bengala.




Mentre Gandhi, con la disobbedienza civile, organizzò il nazionalismo indiano sino a ricacciare in mare gli inglesi, Tagore si impegnò a creare una "nuova India", moderna ed indipendente; egli si proponeva di conciliare la cultura occidentale con quella orientale: era un profondo conoscitore della lingua inglese, e tradusse lui stesso le sue opere in inglese.

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Tocca ancora a te
Postato da Grazia01 il Martedì, 05 maggio @ 09:46:39 CEST (591 letture)
Le poesie e i pensieri di r.chesini II









Tocca ancora a te


Sembra ieri

ma il tempo non si è fermato.

Ho guardato nel mio passato

e rivedo te

con i tuoi occhi aperti al mondo

che cercano , che chiedono

perché :

perché ti ho cercato

perché avevo bisogno di te

della tua vita, del tuo esser donna

del tuo amore.

Ma cos’è l’amore senza la persona da amare

senza un domani

senza poter abbracciarla.

E così il tempo se ne è andato

ma ora tu sei ancora qui 

nel nostro presente

dove posso dirti che ti voglio bene

non come ieri ma più di ieri.

Nella gioia e nel dolore io ho scelto te

nel profondo del mio cuore io ho scelto te

abitatrice dei miei sogni immortali.


chesini roberto

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Milano ancora violata
Postato da Grazia01 il Domenica, 03 maggio @ 12:24:45 CEST (598 letture)
Milano mia I








Basta con il buonismo, siamo stufi di leggere chi giustifica o prova a giustificare il dissenso. Questa non è critica, è solo il desiderio di distruggere. Questo è il comportamento di gente insulsa, inutile. Questa è gente che non dovrebbe avere libertà di espressione. Non dovrebbe essere libera. Parlavano di figuraccia di Expo: ecco invece la vera figuraccia. Avere una città messa a ferro e fuoco da un'orda di imbecilli venuti da chissà dove che rovinano anche una giornata di festa. E come loro tutti quelli che li hanno aiutati a scappare e a muoversi liberamente dentro il corteo. D'ora in avanti qui non tollereremo più nessun tipo di affermazione o pensiero in linea con quello di questi delinquenti.


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Frantumi
Postato da Letty il Sabato, 02 maggio @ 12:37:20 CEST (459 letture)
Le poesie di Letty - II









Frantumi

Non so fare di me dolcezza,
so essere muro, orgoglio, pianto.
Non so fare di me tenerezza,
ho germogli bruciati dal vento.
Non so farmi diversa,
il mondo mi ha già plasmata percorso accidentato.
Puoi solo odiarmi o amarmi così, in frantumi.


Letty


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Primo maggio
Postato da Grazia01 il Venerdì, 01 maggio @ 09:34:04 CEST (762 letture)
Poesie tematiche III






Il lavoro è gioia
di Emile Deschamps


Provvido sempre iddio con le sue mani
spartir volle il lavoro tra gli uomni.
«Eccoti, figli miei - disse un tesoro
mille volte più nobile dell'oro».
All'opra, amici, e a chi più canterà
ben più lieve il lavoro sembrerà!
Senza sudar chi mai gustò i piaceri?
La gioia ci alternò gioie e doveri
perciò il fiaccone è sempre d'umor nero
Mentre chi sgobba ha il cuor libero e fiero.

All'opra amici, e a chi canterà
ben lieve il lavoro sembrerà!
Al nostro desco suol, tutte le sere,
ospite ambita, l'Allegria sedere;
e Dio parla dal ciel: «Lavoratore,
il pan che hai guadagnato è il pan migliore!».
All'opra amici, e a chi canterà
ben lieve il lavoro sembrerà.





I colori dei mestieri
di Gianni Rodari

Io so i colori dei mestieri:
sono bianchi i panettieri,
s'alzano prima degli uccelli
e han farina nei capelli;
sono neri gli spazzacamini,


di sette colori son gli imbianchini;
gli operai dell'officina
hanno una bella tuta azzurrina,
hanno le mani sporche di grasso:
i fannulloni vanno a spasso,
non si sporcano un dito
ma il loro mestiere non è pulito.






Il lavoro del..pastore..
di Giacomo Leopardi

Sopra l'erbetta tenera
sta un pastorello assiso,
e il gregge suo che pascola
guarda con lieto viso...





Anche quello dello scolaro è un lavoro
di Giovanni Pascoli


Il capo ad ora ad ora egli solleva
dalla catasta dei vocabolari,


come un galletto garrulo che beva,
Povero bimbo! di tra i libri via
appare il bruno capo tuo, scompare;
come di un rondinotto, quando spia
se torna mamma e porta le zanzare.




La vocazione del perdigiorno
di A. Novi

Vediamo un po':
che mestiere farò?
Il meccanico no,
perché ci si insudicia tutti
e così neri e brutti
e con la faccia scura
si fa brutta figura.

Vediamo un po':
che mestiere farò?
Il falegname no,
perché quando seghi di Iena
ti fa male la schiena,
e quando pialli
ti vengono i calli.

Vediamo un po':
che mestiere farò?
Il contadino no,
perché nella terra che è soda
la vanga s'inchioda,
e per bene zappare
bisogna faticare.

Vediamo un po':
che mestiere farò?
lo proprio non so,
ilsarto
lo scarto,
ilcuoco
può scottarsi col fuoco,
il muratore
può sciogliersi in sudore,
il calzolaio poi non mi va giù
per quel puzzo di cuoio e di caucciù,
e piuttosto di fare il parrucchiere
faccio un altro mestiere.

Ecco proprio non so
che mestiere farò.
Che non ci sia davvero
un mestiere leggero
In cui si possa stare
In pace a riposare?






Il più bel giorno
di Gianni Rodari

S'io facessi il fornaio
vorrei cuocere un pane

cosi grande da sfamare
tutta, tutta la gente
che non ha da mangiare.
Un pane pia grande del sole,
dorato, profumato
come le viole.
Un pane cosi
verrebbero a mangiarlo
dall'India e dal Chilì
i poveri, i bambini,
i vecchietti e gli uccellini.
Sarà una data da studiare a memoria:
un giorno senza fame!
Il più bel giorno di tutta la storia!






La bottega del fabbro
di Giacomo Zanella

Dall'alba a sera, di settimana
in settimana, sovra l'incude,


come i rintocchi d'una campana,
suonano i colpi del martel rude;
sulle stridenti braci, il ventoso
mantice anela senza riposo.
I fanciulletti, che dalla scuola
tornano, all'uscio fermano il passo
e contemplando senza parola
stanno il martello, che or alto or basso
fuor della soglia correre a mille,
come la pula, fa le scintille.


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Ciliegio
Postato da Letty il Domenica, 26 aprile @ 18:59:25 CEST (537 letture)
Le poesie di Letty - II








Esiste una stagione ribelle dentro me a cui lascio regolare l'orologio dei miei giorni,
è un ciliegio ostinatamente in fiore nell'inverno del mio cuore.


Letty


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Terremoto del Nepal
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 aprile @ 18:50:52 CEST (571 letture)
Riflessioni I







Scusatemi, ma non riesco a staccare il pensiero dall'immane tragedia del terremoto nel Nepal, è il più forte ad aver colpito il Paese negli ultimi 81 anni. Il sisma ha provocato danni anche negli Stati dell’India vicini e in Bangladesh. Si tratta del terremoto più devastante dal 15 gennaio del 1934, quando un sisma di magnitudo 8 devastò le città di Kathmandu, Munger e Muzaffarpur, con più di 11.000 morti, e lo Stato indiano del Bihar, dove persero la vita in oltre 7.000. Il terremoto fu avvertito da Lhasa a Bombay e a Calcutta crollò la cattedrale di San Paolo.

Un pensiero e una preghiera per quella povera gente.


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Terra ~ come farsi riconoscere da lei
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 aprile @ 11:23:21 CEST (404 letture)
Un pensiero al giorno






Terra - come farsi conoscere da lei


"L’universo nel quale viviamo non è chiuso per noi. Con lui facciamo scambi di ogni genere: scambi fisici, psichici, spirituali. Coscientemente o inconsciamente, noi vibriamo, respiriamo con lui e in lui. Ma allora perché gli esseri umani si sentono così spesso come stranieri sulla terra? Perché non sanno cosa bisogna fare per essere conosciuti da lei. La terra li porta, li nutre, ma essi vanno e vengono in ogni direzione lungo le sue strade e le sue vie, senza mai pensare a ciò che le devono.
Volete che la terra vi conosca, che vi sia amica? Quando andate a camminare nella natura, fermatevi ogni tanto, chinatevi oppure sedetevi, posate la vostra mano su di essa, accarezzatela e ditele: «O terra, madre mia, quanto apprezzo la tua stabilità, la tua solidità e la tua generosità! Attraverso il mio rispetto, la mia riconoscenza e il mio amore voglio renderti un poco di tutto quel che mi dai». E per un po' mantenete il contatto con lei. "

Omraam Mikhaël Aïvanhov

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Alì dagli Occhi Azzurri
Postato da Grazia01 il Venerdì, 24 aprile @ 19:34:46 CEST (13388 letture)
Poesie d'autore I









Alì dagli Occhi Azzurri


Alì dagli Occhi Azzurri
uno dei tanti figli di figli,
scenderà da Algeri, su navi
a vela e a remi.Saranno
con lui migliaia di uomini
coi corpicini e gli occhi
di poveri cani dei padri
sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sè i bambini,
e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua.
Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali.
Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,
a milioni, vestiti di stracci
asiatici,e di camicie americane.
Subito i Calabresi diranno,
come da malandrini a malandrini:
" Ecco i vecchi fratelli,
coi figli e il pane e formaggio!"
Da Crotone o Palmi saliranno
a Napoli, e da lì a Barcellona,
a Salonicco e a Marsiglia,
nelle Città della Malavita.
Anime e angeli, topi e pidocchi,
col germe della Storia Antica
voleranno davanti alle willaye.



Essi sempre umili
essi sempre deboli
essi sempre timidi
essi sempre infimi
essi sempre colpevoli
essi sempre sudditi
essi sempre piccoli,
essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare,
essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi
in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,
essi che si costruirono
leggi fuori dalla legge,
essi che si adattarono
a un mondo sotto il mondo
essi che credettero
in un Dio servo di Dio,
essi che cantavano
ai massacri dei re,
essi che ballavano
alle guerre borghesi,
essi che pregavano
alle lotte operaie...

Pier Paolo Pasolini


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Ogni giorno nasce un poeta - Luciana Frezza
Postato da Grazia01 il Venerdì, 17 aprile @ 21:43:07 CEST (783 letture)
Ricerche d'autore




Luciana Frezza nata il 17 aprile 1926





ALZIAMO I CALICI

Non crederli gigli appassiti
mi conforta anzi scintillanti
ancora i tuoi bicchieri alzati
voglia di gioia negata
impuntatura librata

per forza propria ape e fiore nell’aria
dove ancora salgono e il brutto
muso di lutto pret a porter che detestavi cade
come buccia dal frutto.



BISENSO

Il rogo ardente di Mosè era quasi
certamente un pozzo di petrolio
il petrolio è il prelievo
dai buchi dell’anima per farne poesia

il petrolio è pericolo
il petrolio è vicinissimo a Dio
da un capo della storia
ora dall’altro.



SPEZZATURA D’INVERNO

-Come invogliano
i fiori-
la vecchia signora con vista
annebbiata trascina
dolcemente il carrello
vogliosa della
nostalgia di quella
voglia più che dei fiori
che non fatica
hanno voluto me.





NOSTALGIA

Chissà in quale
canneto di carta o verde
fantasma errante coorte
falciata alla radice
al di là di quali porte
nell’andito scuro di botteghe
in disuso dietro quale
muro di eluso rione
giace il piccolo corpo
di Amore dopo l’ordita
esecuzione.





SVENDITA

Arroccata pettinessa a filettature dorate
la specchiera a ciocche trafitte dall’alto spillone

a conchiglia comò di ragazza il primo cassetto
celò lettere e voglie gli altri matassine di seta

ravvolte in velina d’ore vuote e matasse
di lana o sogno trasmesso come un gene nell’impianto

di quel comò giustamente perché pieno di cose vane
nulla avesti, madre, o quasi, o altro.




ANNI VENTI

Frantumata la coppia di levrieri
in amore le teste congiunte
come mani in preghiera o l’una
sull’altra affannosa
babele di carezze

guizzo unico il fianco
nell’irrimediabile
stretta del bianco
friabile bisquit






CHE NE FARÒ

Che ne farò di Alma
ritta in shorts
statuaria cotta di soli
serica senza una scalfitura
della vita riguardosa
di lei ritta con due foglie
di alloro due sole tra le dita
della folta spalliera
farfalle vive per il pesce
che farò di lei ferma
che dà la Buonasera
tarocco entrato nel gioco?





LA PERFEZIONE


A Vittorio Sereni


Nei party sull’erba
seminata di lustrini
pioggia recente o ventagli d’irrigazione
si possono comporre versi
nel padiglione di un orecchio
da sciogliere in riso
tintinnante col ghiaccio dei bicchieri

Ce n’è cose belle al mondo disse il sorriso
eppur muovendosi occhio
qua e là in perlustrazione
socchiuso affilato
sulla trama del tappeto sfumato
di sera dove l’errore
raccomandato

se è vera e quale
l’immunità promessa
da quel nonnulla di sbagliato se vale
anche per una qualche eternità.






FELICITÀ RAGGIUNTA SI CAMMINA


A Marisa Di Jorio


Qui il sogno lustra il pelo
uscito di clandestinità
muovendosi fa accadere pensieri
che si siedono ingombrando

il lungomare è ancora
un feudo sterminato che aspetta il suo signore

l’investitura cucita
alle spalle fluttuando
ombra in lungo di tulle
senza bagaglio sorpassa
verso il fondo apparizione

Vittoria Apuana, Agosto 1991




NEGATIVI

I contenitori di mistero anche se sono tuoi amici
li prenderesti volentieri a sberle

con sicumera apprendono festoni di frasi
ti addobbano di assurdità un locale estraneo

dove tempo dopo allo specchio dell’uscita
scoprì che hai fatto l’alba a ballare

circolano in borghese non esercitano
perché esercitano continuamente

hanno i loro guai non sono apostoli
gl’interessati li seguono come gatti di strada

rimuginando Non sa quello che dice il maledetto
e intanto imparano a memoria le frasi

le vecchie leggi di fisica scritte in corsivo
e il gabinetto degli esperimenti sempre in disuso

e in quel turbinio di palle da giocoliere
intercettano a volo la biglia che li riguarda

se piovono pugni sanno che è per farli rinvenire
mentre ignoravano di essere svenuti

se vengono afferrati e fatti passeggiare tutta la notte
con tazze di caffè e discorsi ripetitivi e insensati

è perché hanno voluto morire e possono riprovarci
ma prima di tradurre quel gergo bisogna obbedirgli.





SELF-SERVICE

Raramente si coglie la seconda occasione
anzi è la riconferma che non si poté non si volle

il bene era lampante ma c’era nell’inerzia
di lasciarlo sparire un piacere misto al dolore

e piacere e dolore sono lo strascico ornato
il ricordo della veste con cui si presentò la prima

la seconda occasione trabocca di meraviglia
e un senso di fatalità approfondisce la gioia

eppure esterrefatti ci si astiene dal gesto
per prenderla un’identica pania lo impedisce

anzi il nuovo strato stendendosi sull’antico
prolifera infrenabile di nuovi no senza più chance



VECCHI DISTICI

A Rosa
“Bien loin d’ici”

Il mio nome inciso tra spini
su una pala di ficodindia stilla nel sole

la campanula turchina mostra il cuore
dagli occhi umidi delle ragazze fugate

la gaggia spogliata di tutti i suoi zecchini
vive la lunga bugia degli anni luce

la polla è un occhio verde che aspetta di nuovo
una mano che smuova l’argilla del suo fondo

i cori a bocca chiusa degli uliveti
incagliati in secche di silenzio

i sismografi della pace sono guasti
la capra bianca ha sradicato il paletto

la Morte lancia coccole dal cipresso
senza colpire il canto della fontana

la mano del bambino è di marmo
la nutrice è più piccola del suo fazzoletto




IL DISINCANTO POSTMODERNO NELLA POESIA DI LUCIANA FREZZA

Luciana Frezza, fine traduttrice dei poeti simbolisti francesi per i maggiori editori italiani, è stata anche una poetessa dalle alte vette. In vita ha pubblicato 9 libri di poesia, più il libro postumo “Agenda”, del 1994, pubblicato allora da Scheiwiller, del quale qui propongo una piccola parte esemplificativa. La poesia della Frezza si evidenza e si contorna di un leit motiv pop, di un barocchismo frenetico, che spesso ha carattere eversivo, ed è proprio per il suo rigore ritmico e timbrico che la poesia della Frezza si equipaggia di un bagaglio emotivo non semplicistico, anzi, piuttosto cogitante, delle volte, in altre occasioni invece con carattere semi-mistico, per la sua parabola restringente che aspira alla profondità pur rimanendo sulla superficie piana del mondo, apparentemente, dato che è un mondo più colorato del solito, quello di Luciana Frezza, spesso incantato anche nel suo “disincanto postmoderno” , che tende a liberare piccoli mostri sul selciato del foglio, spesso vissuto come vero e proprio spessore metrico atto a vivere e sentire l’escursione verticale dell’eloquio poetico come vera occasione, di incontro o di distaccamento, a seconda dei casi. A poco più vent’anni dalla morte, tragicamente avvenuta nel 1992, si è raccolta, a fine 2013, l’opera poetica completa della Frezza in un corposo volume, edito dagli Editori Internazionali Riuniti di Roma (“Comunione col fuoco”, Luciana Frezza, Tutte le poesie, 806 pp., euro 30) che invito a leggere proprio per la sua proposta enigmatica e sorprendentemente attuale, frizzante, provocatoria. Una proposta che comprende anche questa raccolta postuma, dove si addensa tutta la peculiarità espressiva di una poetessa fine e complessa, grande traduttrice di poeti come Rimbaud, Verlaine, Baudelaire, Proust, Apollinaire, Laforgue, Mallarmé e tanti altri.Era nata il 17 aprile del 1926.

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Ogni giorno nasce un poeta - lio Filippo Accrocca
Postato da Grazia01 il Venerdì, 17 aprile @ 21:10:50 CEST (1072 letture)
Ricerche d'autore







Elio Filippo Accrocca nato il 17 aprile 1923





Portonaccio

Portonaccio è un ponte sulla ferrovia,
è un quartiere di povera gente.
Gli uomini, da vivi lo ignorano,
da morti lo abitano.

È questo il ponte che conduce all’isola
dei prati dove muore la città
d’uomini vivi, dove vive il campo
santo dei morti tra convogli radi
al fischio delle fabbriche.
A notte i morti crescono coi tufi
che ardono alla luna.
È questo il ponte che conduce all’isola
dei morti dove vive la pietà
degli uomini che vegliano nel grigio
di queste loro case in miniatura
sepolte dentro gli orti.
A notte i treni passano sui morti
che ridono alla luna.


Ho dormito l’ultima notte
nella casa di mio padre
al quartiere proletario.
La guerra, aborto d’uomini
dementi, è passata sulla
mia casa di San Lorenzo.
Il cuore ha le sue distruzioni
come le macerie di spettri,
eppure il cuore ancora grida,
geme, dispera, ma vive
come la madonna di Raffaello
salvata tra i sassi della mia casa
e un paio di calzoni grigioverdi.

Mi si e’ seccata l’anima,
mi si son logorate le mani
a ricercare il corpo dei miei morti
sepolti senza grida.

Ho chiuso il mio tormento
su questi sassi che a me
celano segreti di morte.
Chi mi staccherà dalle macerie arse,
chi mi quieterà?
San Lorenzo ha sofferto col mio cuore
i suoi vivi e i suoi morti hanno lasciato
in me una strada aperta.

(da Portonaccio)





Figlio, tu non farai certo il poeta

Figlio, tu non farai certo il poeta
denigrato mestiere, bene raro
che in sé racchiude una perla segreta:
moneta antica dal valore amaro.
Il tuo malfermo passo ad altre mura
io guiderò, ma se la mala pianta
dentro il tuo cuore rinverdisse, oh, quanta
radice estirperei… Altra natura,
figlio, ti fiorirà nel sangue e nuova
vita t’allieterà i futuri anni
che s’aprono al tuo sguardo, altra ventura
avrai, diversa sorte,
lontano dagli affanni
dell’inconsulta vita che dà morte.
Tu non conoscerai la zona dove
si giuoca l’amicizia ai tristi dadi.
Se un giorno passerai in mezzo ai radi
poeti, a te il ricordo non sovvenga
del paterno sgomento.
E rifuggir dovrai
le mura, il ponte e il vasto casamento
e la corrotta aria dei quartieri
che accolsero il mio cuore un tempo (ieri)
così remoto che non fa memoria.
Né tu conoscerai le amene dispute
e i disinganni e i falsi ingegni e i queruli
lamenti, né l’incorrisposto affetto;
né familiari ti saranno i nomi,
o figlio mio felice
ad altre rive vòlto,
degli sconvolti amici di tuo padre
pronti alla guerra ed alla insofferenza
per una voce che raggela l’eco
della loro incantata maldicenza.

Maggio 1956
(da Ritorno a Portonaccio)





Chiarificazione

Inviando a Zanzotto
alcuni “Sonetti del carattere”

Zanzotto, d’altra specie è quel tuo cielo
non corrotto da preci e fatto mitico
da pregi in trascendenza. Tu che abiuri
dalle consuete lettere, viva monade,
sai l’inallettevole paesaggio
della mente, anelante vendemmia.

Solìgo, finestra sul tuo orto
indiscusso, la pieve, ecloga (vita
silenziosa), la 2, la tua migliore
sorte che a foglie inverdirà di quercia
resistente sull’orlo…

Andrea,
diamo nomi agli anonimi concetti,
diamo corrente ai fili…

luglio 1962
(da Innestogrammi-Corrispondenze)





La guida

Vorrei essere insensibile
come un oggetto,
una cosa scartata dal destino.

A passo d’uomo
ho ripercorso l’ultima tua strada
per ritrovare l’ombra di un tuo gesto.

Eri tanto, eri tutto:
l’universo si rifletteva in te;
ora che non sei evanescenza: nulla.

Tua madre ha fatto il bucato
con le lenzuola dove dormisti
l’ultima notte: portano il tuo fiato.

Hai compiuto con noi un breve tratto,
ora osserviamo il vuoto che hai lasciato,
occupato soltanto dal ricordo.

Oggi che hai vent’anni
ti ricreiamo con la fantasia
nel luogo che conserva la tua voce.

Mi metto le tue scarpe, i tuoi calzini,
ricammino con te,
ma non so chi dei due sia la guida.

6 luglio 1975
(da Il superfluo)







Il ritorno

Non riesco ad abituarmi
a non vederti più, a non sentirti:
è forse la condanna per chi resta?

Se avessi potuto raccogliere
nel cavo della mano la tua voce,
avrei almeno un’eco del respiro…

La tua aurora ancora scrive: è il fiato
d’una parola che rimane, il segno
della tua presenza indecifrabile.

Oggi due moto per le vie di Roma
(la stessa marca, stessa cilindrata):
ho chiamato, ma hanno accelerato.

Se ripercorro quella litoranea
o sollevo la sabbia di Lavinio,
tra le dita riaffiora il tuo profilo.

La filigrana del viso
torna a emergere dal vuoto,
come a un’estrema lente di follia…

2 settembre 1975
(da Il superfluo)






L’impronta

Se potessi portarti
qualche cosa di quello che hai lasciato
di qua…fammi sapere che desìderi.

Beato chi non sa, chi non ricorda:
la memoria è da uccidere, non l’uomo.
Altro che un dono, la memoria è un peso.

Però se mi mancasse pure lei,
oltre che te, mi resterebbe il nulla:
la condanna sarebbe più straziante.

Le tue cose, gli oggetti col tuo nome
sono tappe del vivere
che ci danno l’impronta dei tuoi passi.
(da Il Superfluo)







Sulla scia di Joyce

… era lui, che dubbio hai?
era Joyce per le strade di Dublino
al pub con l’irish-coffee da bere in coppa
o in quell’altro pub con la guinnes
scura davanti agli occhi
smaltata con quattro centimetri di biacca
panna schiumosa
due panne schiumose
tre panne, quante pinte
sullo stomaco di prima mattina…
Anche il Liffey è ricolmo di biacca
che scorre lenta nel grasso canale
il sole strafottente è di marca nazionale,
sempre un po’ su di giri
la gente di Dublino
con doppia scrittura
e lui gaelico sui manifesti
“torna indietro…”
la torre sul mare di scogli
tra i gabbiani di Dalkey
che sanno di verderame,

da qui comincia la cara e sporca città
con musica da camera in versi
per mischiarsi alla folla irrequieta
con lo schiamazzo facile
e l’ombra di Ulisse che annotta…

Dublino, novembre 1974
(da Bagage)




Elio Filippo Accrocca (Cori, Latina, 17 aprile 1923 – Roma, 1996).
Allievo di Ungaretti, risolse la lezione ermetica in una lirica dai toni prevalentemente realistici,
con punte patetiche e populiste, per aderire poi alla neoavanguardia e praticare una marcata
sperimentazione linguistica: Portonaccio (1949), Innestogrammi-Corrispondenze (1966),
Due parole dall’al di qua (1973), Il superfluo (1980, sulla morte del figlio), Esercizi radical (1984,
Videogrammi della prolunga (1984), Contromano (1986) e le raccolte La distanza degli ann (1988) e Lo sdraiato di pietra (1991). Pubblicò una serie di Ritratti su misura di scrittori italian (1960) e, con V. Volpini, curò una Antologia poetica della resistenza italiana (1955)

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Speranza
Postato da Grazia01 il Giovedì, 16 aprile @ 20:11:07 CEST (781 letture)
Un pensiero al giorno










La facoltà di sperare è il fattore più significativo della vita.
Vale a dotare il genere umano di uno scopo,
gli conferisce la forza necessaria per mettersi in moto.

Norman Cousins

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Coccole di primavera
Postato da rosarossa il Martedì, 14 aprile @ 19:07:32 CEST (1075 letture)
Le poesie e i pensieri di Rosarossa IX







COCCOLE DI PRIMAVERA

Primavera che tutti coccoli nel dolce tuo tepore,
semina gioia regali fantasia e ad ognuno dai
un raggio di sole.
Il tuo cuore è colmo di vitalità e sorrisi, a
chiunque incontri porgi un filo
di speranza,
un alito di vita,
un palpito d'amore!
I prati copri di margheritine,
giardini e alberi di splendidi fiori.

Rosarossa


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13 aprile 2000 Quindici anni fa l'addio a Giorgio Bassani
Postato da Grazia01 il Lunedì, 13 aprile @ 21:49:10 CEST (11863 letture)
In ricordo



13 aprile 2000 Quindici anni fa l'addio a Giorgio Bassani




Muore a Roma lo scrittore Giorgio Bassani. Era nato a Bologna nel 1916 da una famiglia di origine ebraica. Mostra da subito mostra un vivo interesse per la musica, ma presto rinuncia a questa passione per dedicarsi alla letteratura. Un'altra passione che l'accompagnerà tutta la vita è il tennis.
Nel 1935 si iscrive alla facoltà di Lettere dell'Università di Bologna, che frequenta da pendolare e dove, nonostante le leggi razziali, si laurea nel 1939 con una tesi su Niccolò Tommaseo. Nel 1940 esce la sua prima opera "Una città di pianura", che pubblica sotto lo pseudonimo di Giacomo Marchi. Insegna italiano e storia agli studenti ebrei espulsi dalle scuole pubbliche, preparati privatamente nella scuola ebraica di via Vignatagliata, e si trasforma in attivista politico clandestino. Probabilmente il suo romanzo più celebre è "Il giardino dei Finzi Contini" che fa parte del ciclo "Il romanzo di Ferrara" insieme a "Cinque storie ferraresi", "Gli occhiali d'oro", "Dietro la porta", "L'airone" e "L'odore del fieno".



La paura è sempre una pessima consigliera.





I luoghi dove si ha pianto, dove si ha sofferto, e dove si trovarono molte risorse interne per sperare e resistere, sono proprio quelli a cui ci si affeziona di più.





Certo, che sono di origine borghese. Però, siccome non sono un borghese decadente, ed ho il senso delle mie responsabilità, proprio per questo milito in un partito di sinistra






Dopo Freud, l'origine di tutto quanto accade nel nostro cuore non ha più nulla di misterioso. Il meccanismo è quello che è, certo. Eppure lo Spirito, l'Amore, anche se sono il prodotto di quel meccanismo stesso, esistono di per sé, ben di là dal nostro cuore e dal nostro ventre. Come una volta, prima della rivoluzione freudiana, continuano imperterriti a rappresentare un valore autonomo, assoluto: l'unico in fondo davvero esistente






DOVE VIVI?

Dove vivi? - mi chiede corrugando la
fronte e stringendo le palpebre – Dov’è
che diavolo stai?

A Roma? A Ferrara? Laggiù a
Maratea? Oppure nuovamente
altrove?

Nessuno pensando a te saprebbe darti oggi il più
piccolo posto un po’ tuo- concludo – proprio tu che fino
all’altro ieri soltanto
non ne hai abitato in fondo che
uno

Giorgio Bassani






a MOMI

Gli anni – quaranta almeno dei tuoi sessanta – tutti una ritmica
alternanza d’autunnali nebbie ineffabili di inverni
del pari inesprimibili nelle opache loro o fulgenti
nevi urbane e collinari d’estati
anch’esse da non dirsi nei loro padani
polverosi ori
supremi


o nel frattempo tu sempre lì in attesa di un’improbabile
inaudita primavera giammai
avere tu fretta anzi marcissero
in te cose ed eventi prossimi sempre a una mirabile
epifania ad una imminente
caduta….


Era alla Poesia che tiravi a quella

Giorgio Bassani


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Noi
Postato da Grazia01 il Lunedì, 13 aprile @ 12:56:59 CEST (820 letture)
Le poesie e altro di Grazia VI










Noi


E' scesa la sera
lo vedo nel tuo volto segnato
nella mia pelle sottile
che mostra le strade vitali.
Ma siamo sempre noi
vecchi ragazzi
sempre cuori grandi
di sogni e speranze
anime unite
dai primi raggi della primavera,
e ancora rami intrecciati.

Grazia

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Benvenuta Valentina
Postato da Grazia01 il Venerdì, 10 aprile @ 12:23:44 CEST (3711 letture)
Messaggi II


Un cordiale benvenuto a Valentina, ora Casatea è anche casa tua.
In attesa di vedere quanto vorrai proporre, ti porgo i miei migliori saluti.

Grazia
a nome dello staff

PS: per postare clicca su "proponi un tuo lavoro" nel menu principale,
nel forum sono inserite le istruzioni,
per qualsiasi domanda, sono a tua disposizione

puoi scrivere qui come commento

oppure

a maktea @ tiscali.it

Ciao
Grazia
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Pensiero della sera
Postato da Grazia01 il Lunedì, 06 aprile @ 20:13:10 CEST (871 letture)
Un pensiero al giorno












Il giorno è il padre del lavoro e la notte è la madre dei pensieri.
(Proverbio)


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Anniversario della nascita di Algernon Swinburne
Postato da Grazia01 il Domenica, 05 aprile @ 21:11:42 CEST (7114 letture)
Ricerche d'autore









Anniversario della nascita di Algernon Swinburne

Algernon Swinburne nacque il 5 aprile del 1937, è stato un poeta inglese dell’epoca vittoriana. La sua poesia è sempre stata molto controversa, soprattutto per via dei temi che trattava (come sadomasochismo, pulsione di morte, lesbismo, irreligiosità) tanto da essere candidato al premio Nobel per la Letteratura dal 1903 al 1909 senza mai vincerlo. Morì nel
1909.






Nel mutar degli anni

Nel mutar degli anni, nella spirale delle cose,
nel clamore, nel rumore della vita futura,
noi, bevendo amore alle più lontane fonti,
protetti dall'amore come da un albero,
saremmo divenuti simili agli angeli, lassù,
pieni d'amore dal cuore alle labbra,
stretti nella sua mano, nel calore delle sue ali,
o amore, mio amore, se tu mi avessi amato!

Fermi come le stelle saremmo stati,
e ci saremmo mossi come si muove la luna,
che ama il mondo; avremmo visto
il dolore sparire come cosa rifiutata,
e la morte consumarsi come una cosa triste.
Due metà di un cuore perfetto, un'anima
Stretta all'altra dinanzi al cadere degli anni;
se una volta mi avessi amato, ma non mi hai amato;
se avessimo avuto fortuna, ma non l'abbiamo avuta.

Andrò per la mia strada, sul mio cammino,
riempirò i giorni del mio quotidiano respiro
con effimere cose di cui non far tesoro,
farò come fa il mondo, dirò quello che dice.
Ma se non ci fossimo amati...
Se tu avessi sentito sotto i tuoi piedi,
il mio cuore battere forte dal piacere
e calpestato farsi polvere e morire,
non avrei accettato la mia vita e dato
tutto quello che la vita e gli anni concedono,
il vino e il miele, il balsamo e il lievito,
i sogni elevati e le speranze cadute.
Vieni vita, vieni morte, e basta parole!
Dovrei perderti vivendo e morto tormentarti?
Non te lo dirò sulla terra, mai; e in cielo,
se allora griderò a te, tu sentirai o saprai?

Imponente, nobile, benevolo amico
degnati di sederti a me vicino
e volgere gli occhi gloriosi
che sorridono e fiammeggiano,
occhi d’oro, splendido dono d’amore,
simili all’orlo dorato
delle pagine di questo mio libro.






Gatti al potere


Con tutta la tua mirabile folta pelliccia
bruna e bella
come seta felpata, soffice e lucente
come le nubi e i bagliori della notte
sei compenso alla mia gentile carezza
con amichevole dolcezza.

I cani fanno le feste pressoché a tutti
al loro arrivo;
tu invece, amico di alto sentire,
sei dono di gentilezza solo agli amici;
la tua zampa nel premere sulla mia mano
dimostra il valore
di un’amicizia libera di scegliere







Il giardino di Proserpina

Qua, dove il mondo non è che languore,
dove ogni affanno in una rissa affonda
di esausti venti ed ogni onda muore
in sogno che in incerto sogno esonda,
io crescere guardo il verde dei campi
per chi seminando o mietendo stampi
qua le orme, senza che il sole avvampi,
di correnti una plaga sonnibonda.

Sono stanco di lacrime e di risa,
stanco di chi che sia in riso o in pianto,
come degli uomini, cui il fato ha arriso,
che gettan seme per averne tanto.
Sono stanco dei giorni e delle ore,
di gemma in boccio o di sterile fiore,
di sogni e desideri e di vigore,
di tutto a cui il letargo non fa manto.

Qua la vita ha la morte per amica,
lungi da occhi e orecchi umido vento
insieme al flutto cereo si affatica,
spiriti vanno in frale bastimento
alla deriva e ignorano la forza
che li spinge: ogni onda qua si smorza,
ogni cosa che cresce non fa scorza…
Vanno dove non sanno, senza vento.

Qua cespuglio non cresce né brughiera,
né la vigna né l’erica fiorisce,
ma Proserpina ha verdi vigne a schiera,
il papavero in boccio si avvilisce,
coltre di giunchi flessuosa, grigia,
dove foglia non spunta e arrossa, stigia,
se non questa dalla quale ella pigia
ai morti un morto vino, che sfinisce.

Pallidi, senza numero né nome,
per i campi mai di spighe fecondi
vanno e tra loro chinano le chiome e
si accasciano in sonno, finché non sgrondi
un albore, e com’è senza compagna
un’anima negl’inferi, ristagna
fra nubi e brume una luce terragna
nella foschia, con raggi vagabondi.

Se di sette tu avessi anche il vigore,
pur le soglie varcherai della morte,
né con ali ti desterai al chiarore
dei cieli, né tormenti avrai per sorte;
anche se la bellezza hai di una rosa,
svanirà come nube sfarsi acquosa,
anche se un amore con te riposa,
nessun bene alla fine resta forte.

Pallida, oltre il portico e il portale,
d’inerti foglie incoronata, siede
colei che coglie ogni cosa mortale
con fredde mani immortali, e non cede;
più soavi ha le labbra di languore
che non son quelle offerte per amore,
che la teme, per chi le rende onore
e in tempi e in luoghi vari ebbe egli sede.

Ella attende chiunque e mai non serra
la sua maestà a chi è nato, ch’ella attende;
la sua madre dimentica, la Terra,
la spiga che si erge e il frutto che pende,
la rondine e il seme che a primavera
volano a lei, dove non è foriera
di canti mai l’estate e sempre è sera,
dove, vi fosse, ogni fiore si arrende.

Là se ne vanno gli amori appassiti,
quei vecchi amori con le ali pesanti,
là tutti gli anni che sono finiti,
ogni cosa che il disastro ha davanti;
morti sogni di giorni abbandonati,
boccioli dalla neve castigati,
fogliami dai venti ai boschi strappati,
di verdi fasti rossi stracci erranti.

Del dolore non siamo mai sicuri
e sicuri nemmeno della gioia;
i dì presenti non saran futuri;
delle umane lusinghe il tempo ha noia;
e l’amore, irritabile e ormai fiacco,
sospira senza rimpianti un distacco,
con occhi smemorati di ogni scacco
piange, e si chiede perché presto muoia.

Da un amore eccessivo per la vita,
da speranze e timori liberati,
con un rapido grazie dipartita
prendiamo dagli Dei, noti o ignorati,
perché vita non c’è che sempre duri,
perché i morti non tornan perituri,
perché anche il fiume che di più perduri
scioglie al mare i meandri suoi spossati.

Allora più né stella né più aurora
ci desterà, né di luce il cangiare,
né il rumorio d’acque croscianti, allora,
né altro mai da vedere o da ascoltare;
foglie non più a primavera o d’inverno,
né di giorni e di notti il gioco alterno;
solo un sopore eterno, in un eterno
non luogo, straniero, crepuscolare.






TUTTE LE FRASI DI ALGERNON CHARLES SWINBURNE


“I piedi di un bambino,
come conchiglie rosa potrebbero tentare,
dovesse vederli giungere il cielo,
le labbra di un angelo per baciarli,
noi pensiamo,
i piedi di un bambino.”





“Alla porta della vita, ai cancelli del respiro,
Ci sono cose peggiori della morte che attendono gli uomini.”





“Non esiste salvaguardia contro il senso naturale dell'attrazione.”




“Non cresce
Nessun erba per guarire un cuore codardo.”




“Celami in te dove cose più dolci son celate,
fra le radici delle rose e delle spezie.”





“Dal troppo amore per la vita,
Dalle speranze e paure liberati,
Rendiamo grazie con una breve preghiera,
A qualunque divinità possa esserci,
Che nessun uomo viva nell'eternità,
Che i morti non tornino mai più qua;
Che anche il fiume più stanco,
Sfoci sicuro da qualche parte in mare.”

Algernon Swinburne

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Auguri
Postato da Grazia01 il Sabato, 04 aprile @ 22:24:19 CEST (3628 letture)
Messaggi II
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Venerdì Santo
Postato da Grazia01 il Venerdì, 03 aprile @ 21:02:11 CEST (1134 letture)
Poesie tematiche III




Venerdì Santo








Nulla, credi, è più dolce per i nostri
occhi di questo giorno senza sole,
con i monti velati di viole
perché la primavera non si mostri…
Venerdì Santo! E ieri sera tu
ti rimendavi quest’abito, tutto
grigio, un abito come a mezzo lutto
per la morte del povero Gesù…
Traevi dalla tua cassa di noce
qualche grigio merletto secolare:
così vestita, accoglierà l’altare
la buona amante con le mani in croce…
Prega per me, prega per te, pel nostro amore,
per nostra cristiana tenerezza,
per la casa malata di tristezza,
e per il grigio Venerdì che muore:
Venerdì Santo, entrato in agonia,
non ha la sua campana che lo pianga…
come un mendico, cui nulla rimanga,
rassegnato si muore sulla via…
Prega, e ricorda nella tua preghiera
tutte le cose che ci lasceranno:
anche il ramo d’olivo che l’altr’anno
ci donò, per la Pasqua, Primavera.
Quante volte l’olivo benedetto
vide noi moribondi nel piacere,
e vide le nostre due anime, in nere
vesti, per noi pregare a capo al letto!
E pregavamo, come se morisse
qualcuno: un poco, sempre, morivamo:
Ma sempre sull’aurora nuova, il ramo
d’olivo i liei amanti benedisse!
Ora col nuovo tu lo cambierai:
anche devi pregare per gli specchi
velati, per i libri, per i vecchi
abiti che tu più non vestirai…
E’ sera: un riso labile si perde
sulle tue labbra, mentre t’inginocchi:
io guardo, dietro la veletta, gli occhi…
due perle nere in una rete verde.

Fausto Maria Martini







Venerdì Santo, prima di sera, c’era l’odore di primavera;
Venerdì Santo, le chiese aperte mostrano in viola che Cristo è morto;
Venerdì Santo, piene d’incenso sono le vecchie strade del centro
o forse è polvere che in primavera sembra bruciare come la cera.

Venerdì Santo, stanchi di gente, siamo in un buio fatto di niente
Venerdì Santo, anche l’amore sembra languore di penitenza
Venerdì Santo, muore il Signore, tu muori amore fra le mie braccia,
poi viene sera resta soltanto dolce un ricordo: Venerdì Santo…


Guccini




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POESIE DI GASPARA STAMPA
Postato da Grazia01 il Giovedì, 02 aprile @ 14:17:19 CEST (8758 letture)
Ricerche d'autore








POESIE DI GASPARA STAMPA



- Quasi vago e purpureo giacinto -
Quasi vago e purpureo giacinto,
che ‘n verde prato, in piaggia aprica e lieta,
crescendo ai raggi del più bel pianeta,
che lo mantien degli onor suoi dipinto,

subito torna languidetto e vinto,
sì che mai non si vide tanta pièta,
se di veder gli usati rai gli vieta
nube, che ‘l sol abbia coperto e cinto;

tal la mia speme, ch’ognor s’erge e cresce,
dinanzi a‘ rai de la beltà infinita,
onde ogni sua virtute e vigor esce.

Ma la ritorna poi fiacca e smarrita
oscura tema, che con lei si mesce,
che la sua luce tosto fia sparita.





- Voi vi partite, conte, ed io, qual soglio -
Voi vi partite, conte, ed io, qual soglio,
mi rimango di duol preda e di morte,
e questa o quello ingiurioso e forte
userà contra me l'usato orgoglio.

Né potrò farmi a' colpi loro scoglio
non avendo con me chi mi conforte,
il vostro viso e le due fide scorte,
che ne' perigli per iscudo toglio.

Deh, foss'io certa almen che di due cose
seguisse l'una: voi tornaste presto,
o fossero anche in voi fiamme amorose!

Che mi sarebbe schermo e quello e questo
in far meno l'assenzie mie penose,
e 'l vostro dipartir meno molesto.



- Piangete, donne, e con voi pianga Amore -
Piangete, donne, e con voi pianga Amore,
poi che non piange lui, che m'ha ferita
sì, che l'alma farà tosto partita
da questo corpo tormentato fuore.

E, se mai da pietoso e gentil core
l'estrema voce altrui fu essaudita,
dapoi ch'io sarò morta e sepelita,
scrivete la cagion del mio dolore:

«Per amar molto ed esser poco amata
visse e morì infelice, ed or qui giace
la più fidel amante che sia stata.

Pregale, viator, riposo e pace,
ed impara da lei, sì mal trattata,
a non seguir un cor crudo e fugace».





Altri mai foco, stral, prigione o nodo
sì vivo e acuto, e sì aspra e sì stretto
non arse, impiagò, tenne e strinse il petto,
quanto 'l mì ardente, acuto, acerba e sodo.
Né qual io moro e nasco, e peno e godo,
mor'altra e nasce, e pena ed ha diletto,
per fermo e vario e bello e crudo aspetto,
che 'n voci e 'n carte spesso accuso e lodo.
Né fûro ad altrui mai le gioie care,
quanto è a me, quando mi doglio e sfaccio,
mirando a le mie luci or fosche or chiare.
Mi dorrà sol, se mi trarrà d'impaccio,
fin che potrò e viver ed amare,
lo stral e 'l foco e la prigione e 'l laccio.
Gaspara Stampa





Arbor felice, aventuroso e chiaro.
Onde i due rami sono al mondo nati,
che vanno in alto, e son già tanto alzati,
quanto raro altri rami unqua s'alzâro:
rami che vanno ai grandi Scipi a paro,
o s'altri fûr di lor mai più lodati
(ben lo sanno i miei occhi fortunati,
che per bearsi in un d'essi miraro),
a te, tronco, a voi rami, sempre il cielo
piova rugiada, sì che non v'offenda
per avversa stagion caldo, né gelo.
La chioma vostra e l'ombra s'apra e stenda
verde per tutto; e d'onorato zelo
odor, fior, frutti a tutt'Italia renda.
Gaspara Stampa





Se così come sono abietta e vile
donna, posso portar sì alto foco,
perché non debbo aver almeno un poco
di ritraggerlo al mondo e vena e stile?
S'Amor con novo, insolito focile,
ov'io non potea gir, m'alzò a tal loco,
perché non può non con usato gioco
far la pena e la penna in me simìle?
E, se non può per forza di natura,
puollo almen per miracolo, che spesso
vince, trapassa e rompe ogni misura.
Come ciò sia non posso dir espresso;
io provo ben che per mia gran ventura
mi sento il cor di novo stile impresso.
Gaspara Stampa





Deh, perché così tardo gli occhi apersi
nel divin, non umano amato volto,
ond'io scorgo, mirando, impresso e scolto
un mar d'alti miracoli e diversi?
Non avrei, lassa, gli occhi indarno aspersi
d'inutil pianto in questo viver stolto,
né l'alma avria, com'ha, poco né molto
di Fortuna o d'Amore onde dolersi.
E sarei forse di sì chiaro grido,
che, mercé de lo stil, ch'indi m'è dato,
risoneria fors'Adria oggi, e 'l suo lido.
Ond'io sol piango il mio tempo passato,
mirando altrove; e forse anche mi fido
di far in parte il foco mio lodato.
Gaspara Stampa





Chi vuol conoscer, donne, il mio signore,
miri un signor di vago e dolce aspetto,
giovane d'anni e vecchio d'intelletto,
imagin de la gloria e del valore:
di pelo biondo, e di vivo colore,
di persona alta e spazioso petto,
e finalmente in ogni opra perfetto,
fuor ch'un poco (oimè lassa! ) empio in amore.
E chi vuol poi conoscer me, rimiri
una donna in effetti ed in sembiante
imagin de la morte e dè martiri,
un albergo di fé salda e costante,
una, che, perché pianga, arda e sospiri,
non fa pietoso il suo crudel amante.
Gaspara Stampa




Voi, che 'n marmi, in colori, in bronzo, in cera
imitate e vincete la natura,
formando questa e quell'altra figura,
che poi somigli a la sua forma vera,
venite tutti in graziosa schiera
a formar la più bella creatura,
che facesse giamai la prima cura,
poi che con le sue man fè la primiera.
Ritraggete il mio conte, e siavi a mente
qual è dentro ritrarlo, e qual è fore;
sì che a tanta opra non manchi niente.
Fategli solamente doppio il core,
come vedrete ch'egli ha veramente
il suo e 'l mio, che gli ha donato Amore.
Gaspara Stampa





Chiaro e famoso mare,
sovra 'l cui nobil dosso
si posò 'l mio signor, mentre Amor volle;
rive onorate e care
(con sospir dir lo posso),
che 'l petto mio vedeste spesso molle;
soave lido e colle,
che con fiato amoroso
udisti le mie note,
d'ira e di sdegno vòte,
colme d'ogni diletto e di riposo;
udite tutti intenti
il suon or degli acerbi miei lamenti.
Ì dico che dal giorno
che fece dipartita
l'idolo, ond'avean pace i miei sospiri,
tolti mi fûr d'attorno
tutti i ben d'esta vita;
e restai preda eterna dè martìri:
e, perch'io pur m'adiri
e chiami Amor ingrato,
che m'involò sì tosto
il ben ch'or sta discosto,
non per questo a pietade è mai tornato;
e tien l'usate tempre,
perch'io mi sfaccia e mi lamenti sempre.
Deh fosse men lontano
almen chi move il pianto,
e chi move le giuste mie querele!
Ché forse non invano
m'affligerei cotanto,
e chiamerei Amor empio e crudele,
ch'amaro assenzio e fele
dopo quel dolce cibo
mi fè, lassa, gustare
in tempre aspre ed amare.
O duro tòsco, che 'n amor delibo,
perché fai sì dogliosa
la vita mia, che fu già sì gioiosa?
Almen, poi che m'è lunge
il mio terrestre dio,
che sì lontano ancor m'apporta guai,
il duol che sì mi punge
non mandasse in oblio,
e l'udisse ei, per cui piansi e cantai:
men acerbi i miei lai,
men cruda la mia pena,
men fiero il mio tormento,
che giorno e notte sento,
fôra per la sua luce alma e serena;
e sariami 'l dispetto
dolce sovra ogni dolce alto diletto.
S'egli è pur la mia stella,
e se s'accorda il cielo,
ch'io moia per cagion così gradita,
venga Morte, e con ella
Amor, e questo velo
tolgan, ed esca fuor l'alma smarrita;
che, da suo albergo uscita,
volerà lieta in parte,
dove s'avrà mercede
de la sua viva fede,
fede d'esser cantata in mille carte.
Ma, lassa, a che non torna
chi le tenebre mie con gli occhi adorna?
Se tu fossi contenta,
canzon, come sei mesta,
n'andresti chiara in quella parte e 'n questa.
Gaspara Stampa




Accogliete benigni, o colle, o fiume,
albergo de le Grazie alme e d'Amore,
quella ch'arde del vostro alto signore,
e vive sol de' raggi del suo lume;
e, se fate ch'amando si consume
men aspramente il mio infiammato core,
pregherò che vi sieno amiche l'ore,
ogni ninfa silvestre ed ogni nume
e lascerò scolpita in qualche scorza
la memoria di tanta cortesia
quando di lasciar voi mi sarà forza.
Ma, lassa, io sento che la fiamma mia,
che devrebbe scemar, più si rinforza,
e più ch'altrove qui s'ama e disia
Gaspara Stampa




Mentr'io conto fra me minutamente
le doti del mio conte a parte a parte,
nobilitate, bellezza, ingegno ed arte,
che lo fan chiaro sovra l'altra gente,
tale e tanto piacer l'anima sente,
che, sendo tutte le sue virtù sparte,
mi meraviglio come non si parte,
volando al ciel per starci eternamente.
E certo v'anderia, se non temesse
che restasse il suo ben da lei diviso,
e men beato il suo stato rendesse;
perché 'l suo vero e proprio paradiso,
quello che per bearsi ella si elesse,
è 'l mio dolce signor e 'l suo bel viso.
Gaspara Stampa




Nacque a Padova intorno al 1523 da una famiglia di origine milanese e di condizione borghese: alla morte del padre Bartolomeo (1531), commerciante di gioielli, la vedova Cecilia, con Gaspara e i fratelli Baldassare e Cassandra, si trasferì a Venezia. Cassandra era cantante e Baldassare poeta: quest'ultimo morì per malattia nel 1544 a diciannove anni,e ciò turbò molto Gaspara, tanto da farle meditare una vita monacale, stimolata su questa strada da suor Paola Antonia Negri; di lui restano i sonetti stampati con quelli della ben più nota sorella.
In laguna venne accolta dalla raffinata ed istruita società veneziana; al suo interno condusse una vita elegante e spregiudicata, segnalandosi per la sua bellezza e per le sue qualità. Fu difatti cantante e suonatrice di liuto, oltre che poetessa, ed entrò nell’Accademia dei Dubbiosi con il nome di Anasilla (così veniva chiamato in latino il fiume Piave - Anaxus - che attraversava il feudo dei Collalto, cui apparteneva quel Collaltino che lei amò). L'abitazione degli Stampa divenne uno dei salotti letterari più famosi di Venezia, frequentato dai migliori pittori, letterati e musicisti del Veneto, e molti accorrevano a seguire le esecuzioni canore di Gaspara delle liriche di Petrarca.
Sufficientemente colta nella letteratura, nell'arte e nella musica, Gaspara fu portata dalla forte carica della sua personalità a vivere in modo libero diverse esperienze amorose, che segnano profondamente la sua vita e la sua produzione poetica. I romantici videro in lei una novella Saffo, anche per la sua breve esistenza, vissuta in maniera intensamente passionale. La vicenda della poetessa va però ridimensionata e collocata nel quadro della vita mondana del tempo, dove le relazioni sociali, comprese quelle amorose, rispondono spesso a un cerimoniale e ad una serie di convenzioni precise. Fra queste è da segnalare l'amore per il conte Collaltino di Collalto, uomo di guerra e di lettere, che durò circa tre anni (1548-1551): tuttavia a causa di lunghi periodi di lontananza Collaltino non ricambiò l’amore intenso che Gaspara provò per lui, e la relazione si concluse con l'abbandono della poetessa, che attraversò anche una profonda crisi spirituale e religiosa.
Morì a Venezia il 23 aprile 1554, dopo quindici giorni di febbri intestinali (mal cholico): alcune fonti riportano che si suicidò con il veleno per motivi amorosi, altre che le pene d'amore peggiorarono la sua salute fino a condurla alla morte per malattia.


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