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Pasta alla catanese
Postato da Grazia01 il Venerdì, 31 marzo @ 12:16:40 CEST (1403 letture)
Ricette golose Ingredienti:

700 g. di penne o rigatoni,
300 g. di salsa di pomodoro,
3 melanzane,
3 uova sode,
250 g di polpette di carne tritata al ragù con piselli,
80 g. di salame o salsiccia,
150 g di tuma fresca,
80 g di pecorino col pepe grattugiato,
60 g di pangrattato,
olio,
sale, pepe.

In una teglia unta d'olio riporre la pasta lessata al dente, alternandola a strati col formaggio grattugiato,
le melanzane fritte a fette, la salsa di pomodoro, le polpette al ragu con piselli, pezzetti di salame o salsiccia e,
nell'ultimo strato, fette di tuma fresca, salsa di pomodoro, uova sode tagliate a soldoni e pangrattato.
Infornare per 20 minuti circa.
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Parmigiana di melanzane
Postato da Grazia01 il Venerdì, 31 marzo @ 12:12:16 CEST (910 letture)
Ricette golose Ingredienti:

1 kg di melanzane,
200 g. di cipolla,
150 g. di salsa di pomodoro,
150 g. di parmigiano grattugiato,
foglie di basilico fresco,
50 g. di mozzarella,
2 uova sode,
olio d'oliva,
sale, pepe.

Tagliare, nel senso della lunghezza, a fette di 2 cm. circa le melanzane, che verranno messe per un po' in acqua e sale.
Friggere le fette in olio abbondante.
Friggere la cipolla affettata.
Mettere in una teglia, unta d'olio, meta delle melanzane e coprirle con la cipolla, la salsa di pomodoro,
foglie di basilico e meta del parmigiano.
Ricoprire con le restanti melanzane, che verranno coperte con il parmigiano rimasto ed un po' di salsa di pomodoro.
A metà cottura decorare con la mozzarella e le uova sode.
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Macco di fave
Postato da Grazia01 il Venerdì, 31 marzo @ 12:08:40 CEST (981 letture)
Ricette golose Ingredienti:

800 gr. di fave secche sgusciate,
400 gr. di pasta,
cipolla, sedano,
pomodoro,
olio di oliva,
sale.

Mettere a bagno, per tutta la notte le fave secche sgusciate.
L'indomani cuocetele in abbondante acqua salata con cipolla,
sedano e pomodoro; a cottura quasi ultimata unite la pasta (la nonna consiglia spaghetti spezzettati)
e finite di cuocere sempre rimestando;
aggiungete abbondante olio extra vergine di oliva.
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Crostini di capperi
Postato da Grazia01 il Venerdì, 31 marzo @ 12:05:05 CEST (1413 letture)
Ricette golose Ingredienti

50 g. di capperi sott'aceto,
50 g. di zucchero in polvere,
30 g. di passolini (uva passa profumata al mandarino e d altri aromi)
20 g. di pinoli,
20 g. di prosciutto,
20 g. di candito.

Tritare o tagliare i capperi, i passolini, i pinoli, il prosciutto e il candito.
Far cuocere in una cassemola un cucchiaino di farina e due di zucchero,
aggiungendo, poi, mezzo bicchiere d' acqua mista a pochissimo aceto.
Quando il composto è ancora caldo, distendetelo sopra fettine di pane fritto in olio d'oliva.
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Scacce
Postato da Grazia01 il Venerdì, 31 marzo @ 12:00:12 CEST (990 letture)
Ricette golose Ingredienti:

per la pasta:
farina di grano duro,
acqua,
sale,
olio d'oliva (mezzo bicchiere).
un limone,
mezzo bicchiere di vino. C

Come condimenti:
melanzana fritta,
pomodoro e formaggio (provola e cacio cavallo).

fare la fontana con la farina. Impastare aggiungendo acqua secondo il bisogno e il succo di mezzo limone e il vino, quindi lavorare la pasta fino a quando risulta ben liscia e di giusta morbidezza. Allargare e bucherellare la pasta con le dita e versarvi sopra dell'olio d'oliva. Lavorare di nuovo fino al completo assorbimento dell'olio. Tirare quindi una sfoglia rotonda sottile aiutandosi se occorre con un po' di farina. Versare sulla sfoglia il condimento e spargerlo lasciando tutto intorno un margine di un cm. circa, condire ancora con olio. La scaccia si chiude avvolgendo da due parti la sfoglia condita, la larghezza della scaccia deve essere di 7-8 cm. circa, giunti al centro della sfoglia le due parti si chiuderanno a libro. Chiudere la pasta dai due lati aperti con un bordino. Cospargere la superficie della scaccia di olio d'oliva o con dell'uovo sbattuto, sistemarla su una teglia gia' unta e infornare a temperatura di pane, cioe' in forno ben caldo. Quando la pasta avra' preso un bel colore dorato, sfornare.


Note
Le "scacce" italianiazzate focacce sono un piatto tipico degli iblei. Sono spianate di pasta con dentro base di pomodoro o ricotta, con prezzemolo o cipolla o formaggio, arrotolate e chiuse con un ricamo di pasta detto "riefico", cucinate in forno. Assumono valenza di piatti delle feste le "impanate" con ripieno che varia secondo tradizione. Sono spianate di pasta a forma di mezzaluna o circolari, ripiena di broccoli e spinaci nel periodo natalizio, di baccalà alla vigilia di Natale, di agnello, alla sera del sabato santo. La focaccia più antica è la faccia ri veccia (faccia di vecchia), preparata con pasta di pane lievitata, olio extravergine di oliva degli altopiani iblei, origano, sale e cotta in forno caldo. Fino ad oggi è possibile degustare le focacce cotte nei tradizionali forni di pietra, in metà forno, perchè l'altra metà ci sono i carboni ardenti che mantengono alta la temperatura. La faccia ri vecchia è la versione povera della moderna pizza. La scaccia, focaccia, viene lavorata con un apposito mattarello u lasagnaturi; si tira una sfoglia rotonda, larga e sottile di pasta di pane ben lievitata, che viene condita e ripiegata a più riprese fino a prendere la forma di una borsa a busta. Il condimento varia secondo gli ingredienti stagionali: la base è il pomodoro condito con basilico fresdco e il caciocavallo, con una spruzzata di olio d'oliva, sale e pepe, le varianti sono la melanzana, la cipolla, la ricotta, le patate, il prezzemolo.
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Polpettine di ricotta
Postato da Grazia01 il Venerdì, 31 marzo @ 11:55:32 CEST (1094 letture)
Ricette golose Ingredienti:

400 g. di ricotta di pecora,
100 g. di caciocavallo grattugiato,
50 g. di salame,
50 g. di provolone,.
4 tuorli d'uovo,.
6 albumi,
600 g. di olio di semi,
sale e pepe q.b.


Fare delle polpettine con la ricotta, i! formaggio grattugiato, il salame tritato, la provala tritata,
i tuorli d'uovo e gli albumi battuti prima a neve.
Friggere le polpettine in olio caldo.
Metterle su un piatta di portata, passandole prima su carta assorbente per eliminare l'unto.
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Insalata di arance
Postato da Grazia01 il Venerdì, 31 marzo @ 11:52:02 CEST (1140 letture)
Ricette golose Ingredienti:

4 Arance rosse di Sicilia,
1 cipolotto,
1 cucchiaino di prezzemolo tritato,
2 cucchiai di olive nere snocciolate,
4 cucchiai di olio extravergine d'oliva,
sale e pepe.



Lavate le arance e sbucciatele, elminando la pellicola e mantenendo la forma intera dell'arancia.
Tagliate a fette alte, circa 1 cm. Preparate il condimento: pelate il cipollotto, affettatelo sottile
e mettetelo in una ciotola, unite il prezzemolo tritato e le olive tagliate a pezzi.
Aggiungere l'olio il sale ed il pepe.
Versate il tutto sulle arance e servite l'insalata dopo 10 min a temperatura ambiente.
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Arancini di riso
Postato da Grazia01 il Venerdì, 31 marzo @ 11:50:38 CEST (1336 letture)
Ricette golose Ingredienti:

1Kg di riso,
piselli,
uova sode,
provola,
sugo,
carne macinata,
cacio cavallo grattugiato.

Bollire il riso, salando a propria discrezione. A cottura ultimata, impastare il riso con il sugo,
il formaggio grattugiato e tre uova sbattute che fungono da collante.
Fare delle palline di riso con dentro dei pezzetti di uovo sodo, provola, carne macinata e piselli.
Passare poi l'arancina nell'uovo sbattuto, poi nella mollica e infine friggerla in abbondante olio.
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L'eclissi
Postato da Grazia01 il Giovedì, 30 marzo @ 11:47:07 CEST (1274 letture)
Ecologia e ambiente I

Un'eclissi si verifica quando tre corpi celesti sono perfettamente allineati tra loro. Quando la Luna si interpone tra la Terra ed il Sole, in modo da oscurare quest'ultimo, si ha una eclissi di Sole; quando e' la Terra ad interporsi tra Luna e Sole, e getta quindi la sua ombra sulla Luna, si ha una eclissi di Luna. La Luna orbita intorno al Sole in circa 29 giorni e mezzo (da cui la durata del nostro mese). Poiche' pero' la sua orbita si svolge su un piano inclinato di circa 5 gradi rispetto al piano su cui orbita la Terra intorno al Sole, solo raramente la Luna passa esattamente davanti al disco solare e produce una eclisse. In genere, la Luna passa poco "sopra" o poco "sotto" il Sole, e la sua ombra si perde nello spazio vuoto. In questa fase, la Luna e' detta Luna nuova, perche' per qualche giorno e' invisibile, prima di "rinascere" col primo spicchio, trovandosi in una direzione prossima al Sole. Solo ogni sei mesi, in media, la Luna passa esattamente sulla linea che congiunge Terra e Sole, e si ha allora una eclissi di Sole. Si possono avere tre tipi di eclissi di Sole: parziale, anulare, e totale. Si ha una eclissi parziale quando la Luna copre solo parte del disco solare.
Leggi Tutto... | 4647 bytes aggiuntivi | commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


Il camaleonte
Postato da Grazia01 il Martedì, 28 marzo @ 13:01:05 CEST (3751 letture)
Racconti brevi di Cechov

L'ispettore di polizia Ocumèlov, in un pastrano nuovo e con un involto a mano, attraversa la piazza del mercato.
Lo segue a gravi passi un gendarme con una cesta colma di uva spina sequestrata. Intorno tutto è silenzio...
Sulla piazza non c'é anima viva...
Le porte aperte delle botteghe guardano il mondo di Dio scorate, come fauci affamate; nei loro pressi non ci sono neppure mendicanti.
«E così vuoi mordere, maledetto!» sente ad un tratto Ocumélov. «Ragazzi, non lo lasciate! Ora non è permesso di mordere! Tienilo! Ah... ah!»
Si sente il guaito d'un cane. Ocumèlov si volge da una parte e vede che dal deposito di legname del mercante
Picugin corre un cane saltellando su tre gambe e guardandosi intorno. Un uomo, in camicia di cotonina a colori inamidata e col panciotto sbottonato, gli dà la caccia. Gli corre dietro e piegandosi con tutto il corpo in avanti, cade a
terra e acchiappa il cane per le zampe di dietro. Si sente per la seconda volta il guaito del cane e il grido:
«Non lo lasciate!» Dalle botteghe si sporgono dei visi assonnati e ben presto intorno al deposito di legname, come venuta fuori dalla terra, si raccoglie una piccola folla.
«C'é qualche disordine, vostra nobiltà!...» dice il gendarme.
Ocumélov fa un mezzo giro a sinistra e marcia verso l'assembramento.
Proprio vicino alla porta del deposito egli vede l'uomo sopra descritto, col panciotto sbottonato, che, sollevando la mano destra, mostra alla folla un dito insanguinato. Sul suo viso mezzo brillo sembra esserci scritto:
«Me la pagherai, furfante!», e il dito stesso sembra uno stendardo di vittoria. In quest'uomo Ocumèlov riconosce l'orefice Chrjùkin. In mezzo alla folla, con le zampe anteriori distese, sta la causa dello scandalo: un cucciolo levriero bianco col muso affilato e una macchia gialla sulla schiena.
Nei suoi occhi lacrimosi c'è un'espressione di tristezza e di spavento.
«Che diavolo é successo qui?» domanda Ocumélov, tagliando la folla. «Perché qui? E tu con quel dito?... Chi ha gridato?»
«Io, vostra nobiltà, camminavo senza toccar nessuno...» comincia Chrjùkin, tossendo nel pugno «andavo a parlar della legna con Mitrij Mitric.
E ad un tratto questo vigliacco, senza nessuna ragione, mi prende il dito...
Scusatemi, io sono un uomo che lavora... Io faccio un lavoro fino.
Mi debbono indennizzare, perché... questo dito non lo potrò muovere per una settimana... Questo, vostra nobiltà, non c'é nella legge che si debba sopportare da una bestia...
Se ognuno si mette a mordere, allora é meglio non vivere a questo mondo...»
«Uhm!... Bene...» dice Ocumélov severo, tossendo e movendo le sopracciglia. «Bene... Di chi è il cane? Non lascerò passar la cosa davvero.
Ve lo farò vedere io di lasciare i cani sciolti! È tempo di rivolgere l'attenzione a questa gente che non vuol piegarsi ai regolamenti!
Quando avrà la multa, il furfante, lo vedrà bene cosa vuol dire il cane e altre
simili bestie vagabonde! Gli farò vedere io, corpo di un demonio!... Eldyrin» l'ispettore si volge al gendarme:
«informati di chi é il cane e mettilo in contravvenzione! E quanto al cane bisogna sopprimerlo! Senza indugio!
Certamente é idrofobo... Di chi é questo cane?» domandò.
«Dev'essere il cane del generale Zigàlov!» dice qualcuno dalla folla.
«Del generale Zigàlov? Uhm... Toglimi il pastrano, Eldyrin... È terribile come fa caldo! Forse sta per piovere...
Una cosa però non capisco: come ti ha potuto mordere?» Ocumélov si rivolge a Chrjùkin. «Che forse ti arriva al dito? È piccolo e tu sei un pezzo d'uomo! Tu forse ti sei scorticato il dito con un chiodo e poi t'é venuta in testa l'idea di dire una bugia. Tu, tu... lo so che gente siete voialtri, diavoli!»
«Lui, vostra nobiltà, con la sigaretta gli ha bruciato il muso per scherzare e il cane non é mica scemo, tàffete, l'ha morso... È un caposcarico, vostra nobiltà!»
«Tu menti, guercio! Non hai visto, e così, per nulla... perché inventi? Il signor ispettore é un uomo intelligente e capisce chi mente e chi parla in coscienza, come davanti a Dio... Se io dico una bugia, lo giudicherà il pretore... La legge da lui parla chiaro... Ora tutti sono eguali. Anche mio fratello é gendarme... se volete sapere...»
«Non far troppi ragionamenti!»
«Non, non é il cane del generale...» osserva il gendarme con profonda gravità. «Il generale non ne ha di
cosiffatti... Lui ha soltanto dei bracchi...»
«Ne sei sicuro?»
«Sicuro, vostra nobiltà...»
«Anch'io lo so. Il generale ha soltanto cani di valore, di razza, e questo qui, chissà che diavolo é. Né il pelo né l'aspetto... una porcheria soltanto... Tenere un cane simile? Dove avete il cervello? Se si incontrasse un cane come
questo a Pietroburgo o a Mosca, sapete cosa succederebbe? Non si guarderebbe a leggi... Ma sul momento... chi s'é visto s'é visto! Tu, Chrjùkin, hai sofferto e non lasciar cadere la cosa... Bisogna che la gente impari!... È ora...»
«Ma, forse, é del generale...» pensa ad alta voce il gendarme. «Sul muso non lo porta scritto... Qualche giorno fa ne ho visto uno così.»
«È del generale, sì, sì!» dice una voce dalla folla.
«Uhm! Eldyrin, caro, aiutami ad infilare il pastrano... S'é levato un po' di vento... Ho i brividi... Tu portalo dal generale e informati lì. Dirai che l'ho trovato io e gliel'ho mandato... E dì che non lo lascino andare per la strada. Forse é un cane costoso, e se ogni sudicione si permette di ficcargli la sigaretta accesa sul muso, ci vuol poco a rovinarlo.
Il cane é una bestia delicata... E tu, babbeo, giù la mano! Non c'é bisogno di mettere in mostra il tuo stupido dito! La colpa é tua!...»
«Ecco il cuoco del generale che vien da queste parti, gli si può domandare... Ehi, Prochòr! Vieni un momento qui, caro. Guarda questo cane... È vostro?»
«Macché! Non ne abbiamo avuti mai così!»
«Non era neppure il caso di domandarlo,» dice Ocumélov. «È un cane randagio! C'è poco da discorrere... Se ho detto che è randagio, è randagio... Sopprimerlo e basta.»
«Non è nostro,» continua Prochòr. «È del fratello del generale, che è arrivato poco fa. Al generale non piacciono i levrieri. Ma il fratello ha un gusto diverso...»
«È arrivato dunque il fratello del generale? Vladìmir Ivànyc?» domanda Ocumèlov, e tutto il suo viso si irradia di un sorriso di beatitudine. «Signor Iddio, e io che non lo sapevo! È venuto per un pezzo?...»
«Sì, per un pezzo...»
«Dio mio... Aveva desiderio di vedere il fratellino... Ed io che non lo sapevo! Allora è suo il cagnolino?
Ho piacere... prendilo... È carino il cagnolino... È così furbo... Zàffete e acchiappa il dito! Ah! ah! ah!... E tu perché tremi?... Rrr... Rrr... Si arrabbia il furfantello... coccolo bello!...»
Prochòr chiama il cane e si allontana con lui dal deposito di legname... La folla ride di Chrjùkin.
«Quanto a te, ci rivedremo!» gli dice in tono di minaccia Ocumèlov e, abbottonandosi il pastrano, prosegue il suo cammino per la piazza del mercato.


A, Cechov
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Chirurgia
Postato da Grazia01 il Martedì, 28 marzo @ 12:52:36 CEST (1386 letture)
Racconti brevi di Cechov

Un ospedale di provincia. In assenza del dottore, che è andato a sposarsi, riceve i malati l'assistente medico
Kurjatin, un uomo grasso sulla quarantina, con una logora giacchetta di cotone e dei logori calzoni di maglia. Il suo viso esprime coscienza del dovere e soddisfazione. Fra l'indice e il medio della mano sinistra ha un sigaro che emana un odore pestifero.
Nell'ambulatorio entra il sagrestano Vonmiglasov, un vecchio alto e tarchiato con una tonaca color cannella e una larga cintura di cuoio. Ha l'occhio destro mezzo chiuso per una cataratta, e sul naso un bitorzolo che, visto da lontano, sembra una grossa mosca.
Per un istante il sagrestano cerca con gli occhi l'icona e, non trovandola, si segna davanti a un bottiglione di soluzione di acido fenico, poi tira fuori da una pezzuola rossa un pane benedetto, e,
con un inchino, lo depone davanti all'assistente medico.
«Ahaha, i miei rispetti!» sbadiglia l'assistente medico. «Che cosa vi sentite?»
«Buona domenica a voi, Sergej Kuz'mic... Ho bisogno di un favore... Con giustizia e verità nel salterio è detto,
scusate: ‹Il mio bere è mescolato di pianto.› L'altro giorno sedevo con la mia vecchia a bere il tè, non ne avevo ancora,
mio Dio, bevuto una goccia, né mangiato un boccone... Nè inghiottito un tantino, e già non ne posso più! E non mi fa
male solo il dente,.ma anche tutta questa parte... E mi sento tutto rotto! E mi trapassa nell'orecchio, scusate, come se
dentro ci fosse un chiodino o qualche altro oggetto: mi dà certe fitte, certe fitte! Ho peccato, ho violato la legge... Il mio
animo si è indurito per la vergogna dei peccati, e ho consumato la mia vita nell'accidia... Per i miei peccati, Sergej
Kuz'mic, per i miei peccati! Il padre diacono, dopo la funzione, mi ha rimproverato: ‹Sei diventato balbuziente, tu,
Efim, e mugugnone. Canti e non c'è verso di capir qualcosa di quel che canti.› Ma, giudicate voi, come si può cantare se
non è possibile aprire la bocca che è tutta gonfia, scusate, e non si è chiuso occhio per tutta la notte...»
«Già... Sedete... Aprite la bocca!»
Vonmiglasov si siede e apre la bocca. Kurjatin aggrotta le sopracciglia, guarda nella bocca del sagrestano e, in
mezzo ai denti ingialliti dal tempo e dal tabacco, ne scorge uno ornato da un grosso buco.
«Il padre diacono mi ci ha fatto mettere sopra della vodka col rafano, ma non mi ha giovato. Glikerija
Anisimovna, che Dio le conceda la salute, mi ha dato un filo, portato dal monte Athos, da legare al braccio, e mi ha
ordinato di risciacquare il dente con latte tiepido, e io, lo confesso, il filo me lo sono messo, ma per quanto riguarda il
latte non l'ho fatto: ho timor di Dio, è quaresima...»
«Pregiudizi.» (Pausa.) «Bisogna estrarlo, Efim Micheic!»
«Voi lo sapete meglio di chiunque altro, Sergej Kuz'mic. Per questo avete studiato, per poter capire quando si
deve togliere e quando invece si può curare con le gocce o altro. Per questo vi hanno messo qui, nostro benefattore, che
Dio vi conceda la salute, infatti preghiamo per voi giorno e notte, nostro buon padre... fino alla morte...»
«Sciocchezze,» si schermisce l'assistente medico, avvicinandosi all'armadio e fmgando tra i ferri. «La chirurgia
è una sciocchezza! Ci vuole solo pratica e mano ferma... È come sputare... Giorni fa, proprio come voi adesso, viene
all'ospedale il proprietario Aleksandr Ivanyc Egipetskij... Anche lui per un dente... Un uomo istruito, che s'informa di
tutto, che vuole saper tutto, il come e il perché. Mi stringe la mano, mi chiama con nome e patronimico... È vissuto a
Pietroburgo per sette anni, e ha frequentato tutti quei professoroni... C'è rimasto un bel po' qui da me.... Mi prega in
nome di Cristo Iddio: strappatemelo, Sergej Kuz'mic! E perché non farlo? Si può strappare. Soltanto bisogna
intendersene, altrimenti è impossibile... I denti non sono tutti uguali. Uno si strappa con le pinze, un altro col piede di
capra, un altro ancora con la chiave... Secondo i casi.»
L'assistente medico prende il piede di capra, lo guarda un istante interrogativamente, poi lo posa e afferra le
pinze.
«Coraggio, aprite la bocca più che potete...» dice, avvicinandosi con le pinze al sagrestano. «Ora lo...
insomma... é come sputare... occorre soltanto fare un'incisione sulla gengiva... esercitare una trazione nel senso dell'asse
verticale... ed è tutto... (incide la gengiva)... è tutto...»
«Voi siete il nostro benefattore... Noi, sciocchi, non ci capiamo niente, mentre a voi il Signore vi ha
illuminato...»
«Non chiacchierate mentre avete la bocca aperta... Questo dente è facile da togliere, ma, alle volte, capita che
rimangano le radici... Ecco, è il momento di sputare... (applica le pinze). State fermo, non contorcetevi, non
muovetevi... In un batter d'occhio... (esercita la trazione). L'importante è afferrarlo il più profondo possibile (tira)...
perché non si rompa la corona...»
«Padri nostri... Madonna Santissima... Vvv...»
«Non così, non così... come si fa? Non attaccatevi con le mani! Via le mani! (tira) Adesso... ecco, ecco... La
faccenda non è facile...»
«Padri... zelatori (grida)... angeli! Oh-oh... Ma strappalo, dunque, strappalo! Che ti ci vuole, un secolo a
tirare?»
«Qui si tratta... di chirurgia... Non si può di colpo... Ecco, ecco...» Vonmiglasov solleva le ginocchia fino ai
gomiti, agita le dita, sbarra gli occhi, respira a scatti... Il viso paonazzo gli si imperla di sudore, nei suoi occhi spuntan le
lacrime... Kurjatin soffia, pesta i piedi davanti al sagrestano, e tira... Passa mezzo minuto tormentosissimo e le pinze
scivolano via dal dente. Il sagrestano balza in piedi e si ficca le dita in bocca... Tastando all'interno della bocca sente il
dente allo stesso posto di prima.
«Hai tirato!» dice con voce piagnucolosa, ma nello stesso tempo ironica. «Che ti potessero tirare così all'altro
mondo! Ringraziamo umilmente! Se non li sai strappare, i denti, non ti ci provare neanche! Non ci vedo più...»
«E tu perché mi tieni con le mani?» si adira l'assistente medico. «Io tiro, e tu intanto mi urti il braccio e dici
stupidaggini... Imbecille!»
«L'imbecille sei tu!»
«Tu credi, contadino, che sia facile togliere un dente? Provaci tu! Non è mica come salire sul campanile e
suonare le campane! (Rifacendogli il verso) ‹Non sei capace, non sei capace!› Guarda un po' chi deve venire a
insegnarmi! Ma ti pare? Ho tolto un dente al signor Egipetskij, Aleksandr Ivanyc, e quello non ha detto nemmeno una
parola... È un uomo più rispettabile di te, e non mi teneva con le mani... Siedi! Siedi, ti dico!»
«Non ci vedo più... Lasciami tirare il fiato... Oh! (si siede). Una cosa sola: non farla tanto lunga, da' uno
strappo. Non tirare, strappa... Di colpo!»
«Vuoi insegnare a uno scienziato? Che gente ignorante, Signore Iddio! Prova un po' a vivere con questa
gente... c'è da diventar matti! Apri la bocca... (applica le pinze). La chirurgia, fratello, non è uno scherzo... Non è come
cantare nel coro... (esercita la trazione). Non muoverti... Si vede che è un dente vecchio, ha delle radici profonde...
(tira). Non muoverti! Così... Così... Non muoverti... Ecco, ecco... (si ode uno scricchiolio). Ecco, lo sapevo io!»
Vonmiglasov rimane immobile per un attimo, come privo di sensi. È inebetito... I suoi occhi guardano
stupidamente in lontananza, il suo viso pallido è coperto di sudore.
«Se avessi usato il piede di capra...» borbotta l'assistente medico. «Che disdetta!»
Tornato in sé, il sagrestano si infila le dita in bocca e, al posto del dente malato, trova due punte sporgenti.
«Diavolo rrognoso!» articola. «Vi hanno schiaffato qui, Erode, per nostra disgrazia!»
«Forza, insultami ancora,» borbotta l'assistente medico riponendo le pinze nell'armadio. «Ignorante! Te ne
hanno suonate troppo poche in seminario... Il signor Egipetskij, Aleksandr Ivanyc, ha vissuto a Pietroburgo per sette
anni... è istruito... Un solo vestito gli costa cento rubli... eppure non mi ingiuriava... E tu, che gran personaggio sei? Non
creperai per così poco!»
Il sagrestano prende dal tavolo il suo pane benedetto e, premendosi la guancia con la mano, se ne torna a casa...


A. Cechov
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L'album
Postato da Grazia01 il Martedì, 28 marzo @ 12:45:12 CEST (1463 letture)
Racconti brevi di Cechov

Il consigliere onorario Kraterov, secco e sottile come la guglia dell'ammiragliato, si fece avanti e, rivolgendosi
a Zmychov, disse:
«Vostra Eccellenza! Toccati e commossi nel più profondo dell'anima dal modo in cui per tanti anni avete
diretto il nostro ufficio, e dalle vostre paterne cure...»
«Manifestateci per più di un decennio,» suggerì Zakuskin.
«Manifestateci per più di un decennio, noi, vostri dipendenti, oggi, giorno importantissimo per tutti noi...
ehm... offriamo all'Eccellenza Vostra, in segno di stima e di profonda riconoscenza, questo album coi nostri ritratti, e ci auguriamo che nel prosieguo della vostra illustre vita, ancora per molto tempo, fino all'ora della morte,
Voi non ci abbandonerete mai...»
«Né mai ci priverete dei vostri paterni consigli lungo la via della verità e del progresso...» aggiunse Zakuskin,
tergendosi dalla fronte il sudore che l'aveva subitamente imperlata; si vedeva che aveva una gran voglia di parlare e che
si era già preparato il discorso: «Che possa sventolare la vostra bandiera,» terminò, «ancora per lungo e lungo tempo
sull'arengo del genio, del lavoro e della coscienza sociale.»
Sulla rugosa guancia sinistra di Zmychov rotolò una lacrima.
«Signori!» disse con voce tremante. «Non mi aspettavo, non potevo prevedere che avreste festeggiato il mio
modesto giubileo... Sono veramente commosso..., altamente commosso... Serberò fino alla tomba il ricordo di questo
momento, e, credete, credete pure, amici, che nessuno vi augura tanto bene quanto me. E se a volte sono stato un po'
severo, è stato nel vostro interesse...»
Il consigliere di stato effettivo Zmychov a questo punto baciò il consigliere onorario Kraterov, che non si
attendeva minimamente questo onore e impallidì dall'emozione. Quindi il capo fece un gesto con la mano a significare
che la commozione gli impediva di parlare, e scoppiò in lacrime come se gli avessero non regalato, ma rubato, il
prezioso album... Poi, ripresosi, pronunciò ancora qualche sentita parola, porse a tutti i presenti la propria mano da
stringere, e infine, fra sonore ed entusiastiche acclamazioni, scese le scale, montò in carrozza, e si allontanò,
accompagnato dalle benedizioni di tutti. Seduto in carrozza, si sentì inondare il cuore da un afflusso di sentimenti
gioiosi, mai provati fino ad allora, e scoppiò nuovamente in lacrime.
A casa lo attendevano nuove gioie. Familiari, conoscenti e amici gli tributarono una tale ovazione che egli ebbe
l'impressione di aver compiuto veramente qualcosa di utile per la patria, e che, senza di lui, la patria si sarebbe
veramente trovata in cattive acque. Il pranzo fu tutto discorsi, brindisi, abbracci, lacrime. In poche parole, Zmychov non
si aspettava proprio che i suoi meriti fossero così apprezzati dagli altri.
«Signori!» disse al dessert. «Due ore fa io sono stato ricompensato di tutte le sofferenze inevitabili per chi
serva diciamo così, non la forma, non la lettera, ma il dovere. Per tutto il tempo che ho lavorato, mi sono costantemente
attenuto a questo principio: non il pubblico per noi, ma noi per il pubblico. E oggi ho ricevuto la più alta ricompensa! I
miei dipendenti mi hanno offerto un album... Eccolo! Sono profondamente commosso...»
I volti festosi dei presenti si chinarono tutti sull'album per osservarlo da vicino.
«Ma è un album proprio bello!» disse Olja, la figlia di Zmychov. «Costerà almeno cinquanta rubli. Oh, che
meraviglia! Papà, dallo a me! Mi senti? Lo conserverò io... È così bello!...»
Dopo pranzo Olecka si portò l'album in camera sua e lo chiuse a chiave nel cassetto del tavolino. Il giorno
dopo tolse i ritratti dei funzionari, li gettò per terra, e al loro posto mise quelli delle sue compagne di collegio. Le
uniformi impiegatizie cedettero posto alle bianche mantelline delle collegiali. Kolja, il figlioletto di Sua Eccellenza,
raccolse i ritratti dei funzionari e colorò di rosso le loro uniformi. A quelli senza baffi disegnò dei baffi verdi, a quelli
senza barba delle barbette marrone. Quando poi non ci fu più nulla da colorare, ritagliò dai cartoncini le sagome degli
ometti, bucò loro gli occhi con uno spillo, e ci si mise a giocare ai soldatini.
Ritagliato il consigliere onorario Kraterov, lo fissò su una scatolina da fiammiferi e lo portò, così accomodato,
dal padre, nello studio. «Papà, guarda, un monumento!»
Zmychov scoppiò in una risata che lo fece scuotere tutto; poi, intenerito, coprì di baci la guancia di Kolja:
«Va', monello, vai a mostrarlo alla mamma! Fallo vedere anche a lei!»

A. Cechov
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A Mosca in piazza della Pompa
Postato da Grazia01 il Martedì, 28 marzo @ 12:40:44 CEST (1947 letture)
Racconti brevi di Cechov

C'è una piccola piazza vicino al monastero della Natività, chiamata «della Pompa», o semplicemente «Pompa».
Ogni domenica, lì, c'è mercato. Vi brulicano, come gamberi nella rete, centinaia di tulup, di cappotti, di berretti di pelo, di cilindri. Si sente un canto a più voci di uccelli che fa pensare alla primavera. Se splende il sole e nel cielo non ci sono nuvole, il canto e l'odore del fieno si sentono più intensamente, e questo richiamo alla primavera eccita il pensiero e lo trasporta lontano. Una lunga fila di carri costeggia un lato della piazzetta. Sui carri non c'è fieno, non ci sono cavoli, né fave, ma cardellini, lucherini, pettirossi, allodole, merli e tordi, cingallegre e fringuelli. Tutto ciò saltella entro gabbie rudimentali, improvvisate, getta occhiate invidiose ai passeri in libertà, e cinguetta. I cardellini costano cinque copeche; i lucherini sono un po' più cari; gli altri uccelli hanno i prezzi più svariati.
«Quanto viene un'allodola?»
Il venditore stesso non conosce il prezzo della sua allodola. Si gratta la nuca e chiede quanto Dio gli suggerisce in quel momento: un rublo o tre copeche, a seconda del compratore. Ci sono anche degli uccelli cari. Su una sudicia pertica è appollaiato un vecchio merlo scolorito dalla coda spelacchiata. È serio, grave e immobile come un generale a riposo. Già da tempo ha fatto una croce sulla sua libertà e già da tempo guarda con indifferenza il cielo azzurro. Deve essere per questa sua impassibilità che passa per un uccello giudizioso. Non si può venderlo per meno di quaranta copeche. Attorno agli uccelli si accalcano, sguazzando nel fango, studenti di ginnasio, artigiani, giovanotti con cappotti alla moda, amatori con berretti logori fino all'inverosimile, con i pantaloni rimboccati, lisi, come rosicchiati dai topi. Ai giovani e agli artigiani si vendono le femmine per i maschi, i giovani per adulti... Non se ne intendono granché di uccelli. L'amatore, invece, non si riesce ad ingannarlo. Lui un uccello lo distingue e lo riconosce da ]ontano.
«Non c'è nulla di positivo in questo uccello...,» dice l'amatore, esaminando il becco di un'allodola e contandole
le penne della coda. «Ora canta, è vero, e con questo? Anch'io mi metto a cantare quando sono in compagnia. No, caro
mio, mettiti a cantare senza compagnia, canta da solo, se puoi... E tu tirami fuori quello che se ne sta appollaiato tutto
zitto! Dammi quel santarello! Quello tace, di conseguenza è un furbacchione...»
In mezzo ai carri con gli uccelli capitano anche carri con animali vivi di altro genere. Lì potete vedere lepri,
conigli, ricci, porcellini d'India, puzzole. Una lepre se ne sta in disparte a masticare paglia dalla disperazione. I
porcellini d'India tremano di freddo e i ricci guardano incuriositi il pubblico da sotto i loro aculei.
«Ho letto da qualche parte,» dice un funzionario delle poste dal cappotto stinto, come parlando tra sé, e
guardando la lepre con amore, «ho letto che in casa di un certo scienziato un gatto, un topo, un falchetto ed un passero
mangiavano dalla stessa scodella.»
«È possibilissimo, signore. Perché il gatto era stato picchiato, e al falchetto certamente gli avevano strappato
tutta la coda. Non c'è niente di scientifico in questo, signore. Il mio compare aveva un gatto che, scusate, mangiava
cetrioli. Gliele aveva suonate per due settimane, finché quello aveva imparato. Una lepre, a picchiarla, riesce anche ad
accendere i fiammiferi. Di cosa vi meravigliate? È semplicissimo! Mette in bocca un fiammifero e... zac! L'animale è
come un uomo. L'uomo, diventa più intelligente a furia di bastonate, e così pure l'animale.»
Tra la folla vanno su e giù delle palandrane con galli e anatre sotto il braccio. Gli uccelli sono tutti magri,
affamati. I pulcini sporgono le loro teste brutte e spelacchiate e beccano qualche cosa nel fango. Dei ragazzini con dei
piccioni scrutano le vostre facce per cercare di indovinare se siete un amatore di colombi.
«Sissignore! Non avete niente da dire!» grida qualcuno con tono irato. «Guardate, prima, e poi parlerete. È
forse un piccione questo? Questa è un'aquila, non un piccione!»
Un uomo alto e magro, con fedine e baffi rasati, all'apparenza un cameriere, malato e ubriaco, vende una
cagnolina maltese dal pelo bianco come la neve. La vecchia cagnetta guaisce.
«La mia padrona mi ha ordinato di vendere questa porcheria,» dice il cameriere con un sorriso sprezzante, «Ha
fatto bancarotta alla vecchiaia, non ha da mangiare e si è messa a vendere cani e gatti. Piange, li bacia sui musi lerci, ma
li deve vendere per bisogno. È la verità! Comprate, signori! Ci occorrono soldi per il caffè!»
Ma nessuno ride, Un ragazzetto gli sta accanto e, socchiudendo un occhio, lo guarda serio, con aria di
compassione.
Più interessante di tutto é il reparto dei pesci. Una decina di contadini stanno seduti in fila. Davanti ad ognuno
di loro c'è un secchio, e nei secchi c'è un piccolo inferno, Lì, in un'acqua verdastra e torbida, brulicano coracini,
cavedini, avannotti, chiocciole, ranocchie, tritoni, Grossi scarabei di fiume con le zampe spezzate vanno su e giù per
quell'angusta superficie arrampicandosi sulle carpe e scavalcando le ranocchie. Le rane si arrampicano sugli scarabei, i
tritoni sulle rane. Creature piene di vitalità! Le tinche verde scuro, essendo i pesci più cari, godono di privilegi: vengono
tenute in una vaschetta a parte, dove non è possibile nuotare, ma almeno non si sta tanto stretti...
«Pesce sopraffino, la carpa! Carpe tenute in acqua, che possano crepare! Potete tenerle in un secchio per un
anno e son sempre vive! È già una settimana che ho preso questi pesci. Li ho pescati, egregio signore, nella Pererva, e
da là sono venuto a piedi. Le carpe a due copeche l'una; le cavedini a tre, e gli avannotti a dieci copeche la decina, che
possano crepare! Vi lascio gli avannotti per cinque copeche. Vermetti non ne volete?»
Il venditore ficca una mano nel secchio e con le sue rozze e ruvide dita ne estrae teneri avannotti o una carpa
grossa come un'unghia. Accanto ai secchi ci sono lenze, ami, canne e dei vermi di palude che prendono, al sole, riflessi
rosso fuoco.
Vicino ai carri con gli uccelli e ai secchi con i pesci passa un vecchio amatore in berretto di pelo, occhiali con
la montatura in acciaio e soprascarpe di gomma simili a due corazzate. È, come lo chiamano qui, un «tipo». Non ha una
sola copeca in tasca ma, ciò nonostante, mercanteggia, si agita e assilla i compratori con i suoi consigli. In un'oretta
riesce a passare in rassegna tutte le lepri, tutti i piccioni e i pesci, ad esaminarli nei minimi particolari, e quindi a
stabilire per ognuna di queste bestie la specie, l'età, il prezzo. Cardellini, carpe e avannotti lo attraggono come un
bambino. Mettetevi a parlare con lui, per esempio, dei merli, e quell'originale vi racconterà cose che non troverete in
nessun libro. Ve le racconterà con entusiasmo, con passione, e, per giunta, vi rimprovererà la vostra ignoranza. Sui
cardellini e sui fringuelli è pronto a parlare all'infinito sbarrando gli occhi e agitando forte le braccia. Qui, in piazza
della Pompa, lo si può incontrare soltanto durante la stagione fredda; l'estate, invece, la passa non so dove fuori Mosca,
adesca le quaglie col richiamo e pesca con la lenza.
Ed ecco un altro «tipo»: un signore alto alto e magro magro con gli occhiali scuri, sbarbato, con in testa un
berretto con la coccarda, simile ad uno scrivano dei vecchi tempi. È un amatore: ha un grado elevato è insegnante di
ginnasio e ciò è noto agli assidui della Pompa, che lo trattano con rispetto, lo accolgono con inchini e hanno perfino
coniato per lui un titolo speciale: «Vostro Pronome». Al mercato della torre Suchareva fruga tra i libri e in quello di
Piazza della Pompa cerca dei piccioni.
«Favorite!» gli gridano i venditori di colombi. «Signor professore, Vostro Pronome, rivolgete la vostra
attenzione ai torraioli! Vostro Pronome!» «Vostro Pronome!» gli gridano da varie parti. «Vostro Pronome!» ripete da
qualche parte sul viale un ragazzetto.
E «Vostro Pronome», che evidentemente ha ormai fatto l'abitudine a questo titolo, con aria seria, severa,
prende nelle mani un piccione; sollevandolo sopra la testa, incomincia ad esaminarlo e, nel far ciò, si acciglia e si fa
ancora più serio, pare un cospiratore.
E la Pompa, questo pezzettino di Mosca dove si amano così teneramente gli animali e dove tanto li si tormenta,
vive la sua piccola vita, sì agita e rumoreggia, e gli uomini di affari e le persone devote che passano per il viale, là
davanti, non capiscono perché si sia radunata quella folla di persone, quella variopinta mescolanza di berretti di pelo, di
berretti con visiera e di cilindri, e non comprendono di che cosa parlino lì, in che cosa commercino.



A. Cechov
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Il grasso e il magro
Postato da Grazia01 il Martedì, 28 marzo @ 12:28:08 CEST (9921 letture)
Racconti brevi di Cechov

A una stazione della linea ferroviaria di Nikolàev si incontrarono due amici: uno grasso e l'altro magro. Il
grasso aveva allora allora pranzato alla stazione e le sue labbra, unte di burro, erano lucide come ciliege mature. Sentiva di Xères e di fleur d'orange. Il magro era allora allora sceso dal vagone ed era carico di valigie, di fagotti e di scatole.
Sentiva di prosciutto e di fondi di caffè. Di dietro la sua schiena sbirciavano una donna magrolina con un lungo mento sua moglie e uno studente di ginnasio, alto, con un occhio socchiuso suo figlio.
«Porfirij!» esclamò il grasso, vedendo il magro. «Sei tu? Tesoro mio! Da quanti anni non ci vediamo!»
«Santi del Paradiso!» fece il magro pieno di meraviglia. «Miša! Il mio amico d'infanzia! Di dove sbuchi?»
Gli amici si abbracciarono tre volte e si scrutarono a vicenda negli occhi pieni di lacrime. Tutti e due erano
piacevolmente sbalorditi.
«Mio caro!» cominciò il magro dopo gli abbracci. «Non me l'aspettavo davvero! Questa sì che è una sorpresa!
Be', guardami un po' per benino! Sempre bello come prima! Sempre elegante e profumato! Ah, Dio mio! Ebbene, che
fai? Sei ricco? Ammogliato? Io ho già moglie, come vedi... Ecco, questa è mia moglie, Luisa, nata Vantsenbach...
luterana... E questo è mio figlio Nafanaìl, alunno della terza classe. Questo, Nafànja, é un amico d'infanzia! Al ginnasio
abbiamo studiato insieme!»
Nafanaìl rifletté un po' e si levò il berretto.
«Abbiamo studiato insieme al ginnasio!» continuò il magro. «Ti ricordi come ti avevamo soprannominato? Ti
chiamavamo Erostrato perché avevi bruciato con la sigaretta il diario di scuola; quanto a me, mi chiamavano Efialte
perché mi piaceva far la spia. Oh, oh!... Eravamo bambini! Non aver paura, Nafànja! Fatti più vicina, Luisa... Questa è
mia moglie, nata Vantsenbach... luterana.»
Nafanaìl rifletté un po' e si nascose dietro il padre.
«Be', come te la passi, caro?» domandò il grasso, guardando estasiato l'amico. «Sei impiegato? Hai fatto
carriera?».
«Sono impiegato, mio caro! Già da due anni sono assessore collegiale e ho la croce di Santo Stanislao! Lo
stipendio è misero... be', sia fatta la volontà di Dio! Mia moglie dà lezioni di musica, ed io nella mia vita privata
fabbrico dei portasigari di legno! Splendidi portasigari! Li vendo un rublo l'uno. Per chi ne compra dieci o più, tu lo
capisci, c'è uno sconto. Sbarchiamo il lunario. Sono stato impiegato, sai, al ministero, ma ora mi hanno trasferito qui
come capuflicio nella stessa amministrazione... Lavorerò qui. E tu come te la passi? M'immagino, sarai già consigliere
di Stato? Eh?»
«No, mio caro, va un po' più in su» disse il grasso. «Sono già arrivato a consigliere segreto... Ho due stelle.»
Il magro a un tratto impallidì, restò di sasso, ma ben presto il suo viso si deformò da tutte le parti nel più ampio
dei sorrisi; dal viso e dagli occhi pareva che sprizzasse faville. Tutta la sua persona si contrasse, si piegò, si fece piccola
piccola... Le sue valigie, i suoi fagotti e le sue scatole si rimpicciolirono e si rattrappirono... Il lungo mento della moglie
diventò ancora più lungo; Nafanaìl si mise sull'attenti e si abbottonò tutti i bottoni della divisa...
«Io, Eccellenza... Sono felicissimo! Era, si può dire, un amico d'infanzia e ora a un tratto è diventato una
personalità. Ih, Ih!»
«Via, basta!» fece il grasso accigliandosi. «Perché questo tono? Noi siamo amici d'infanzia, perché questo
cerimoniale?»
«Scusate... Vi pare...» e il magro ridacchiò, facendosi ancor più piccolo. «La graziosa attenzione di vostra
Eccellenza... come un umore vivificante... Ecco, Eccellenza, questo e mio figlio Nafanaìl... mia moglie Luisa, luterana,
in un certo qual modo...»
Il grasso avrebbe voluto rispondere qualche cosa, ma sul viso del magro era dipinta tanta reverenza, tanta
dolcezza e tanta rispettosa acidità, che il consigliere segreto si sentì nauseato. Si staccò dal magro e gli porse la mano
per congedarsi.
Il magro strinse tre dita, si inchinò con tutto il corpo e riprese a ridacchiare come un cinese: «Ih, ih, ih!» Sua
moglie sorrise, Nafanaìl strisciò un piede per inchinarsi e lasciò cadere il berretto. Tutti e tre.erano piacevolmente
sbalorditi.


A. Cechov
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La figlia di Albione
Postato da Grazia01 il Martedì, 28 marzo @ 12:21:40 CEST (2991 letture)
Racconti brevi di Cechov

Una splendida carrozza coi cerchioni di gomma, il sedile di velluto e un grasso cocchiere a cassetta sì fermò
davanti alla casa del proprietario terriero Grjabov. Dalla carrozza scese Fëdor Andreic Otcov, il maresciallo della
nobiltà del distretto. Fu accolto, nell'ingresso, da un cameriere insonnolito.
«Sono in casa i signori?» chiese il maresciallo.
«Nossignore. La signora e i bambini sono usciti a far visite e il signore è a pesca con mamsee la governante. Da stamattina.»
Otcov si fermò un attimo a riflettere, poi andò a cercare Grjabov. Lo trovò a un due verste dalla casa, vicino al
fiume. Quando, guardando ìn basso dal ripido pendio della riva, Otcov scorse Grjabov, scoppiò in una risata. Grjabov,
un uomo alto e grosso, con una testa enorme, stava seduto alla turca sulla sabbia, con la lenza ìn mano. Aveva il
cappello sulle ventitré, la cravatta gli pendeva sghemba dal collo. Accano a lui, in piedi, c'era l'alta, sottile inglese con i
suoi due occhi sporgenti da gambero, e il grosso naso da uccello, simile più a un becco che a un naso. Portava un bianco
vestito di mussola che lasciava trasparire delle spalle gialle, ossute. Alla cintura dorata era appeso un orologetto d'oro.
Anche lei pescava. Intorno ai due regnava un silenzio di tomba. Erano entrambi immobili come il fiume sulla cui
superficie erano sospesi ì galleggianti delle loro lenze.
«Chi dorme non piglia pesci!» disse Otcov, ridendo. «Salve, Ivan Kuz'mic!»
«Ah, sei tu?» fece Grjabov, senza staccare gli occhi dall'acqua. «Sei venuto?»
«Come vedi... E tu stai sempre dietro a questa tua mania? Non ti sei ancora stancato?»
«Al diavolo... Sto qui da stamattina... Non so che c'è, oggi non è proprio giornata! Non abbiamo preso niente,
né io, né questa befana. Ce ne stiamo qui seduti, e neanche un accidenti che abbocchi! Una disperazione!»
«E tu infischiatene. Andiamo a bere un po' di vodka!»
«No, aspetta... magari qualcosa la prendiamo. Al tramonto abboccano di più... Fratello mio, è da stamattina che
sono qui! Una noia, una noia che non so come raccontartela. È stato il diavolo a farmi venire questa mania della pesca!
So che è una stupidaggine, ma di qui non mi muovo! Sto qua seduto come un imbecille, come un ergastolano, e guardo
l'acqua come un cretino! Dovrei andare alla falciatura, e invece sto qui a pescare. Ieri a Chapon'evo ha detto messa il
monsignore, e io non ci sono andato, sono rimasto tutto il giorno qui con questo pesce lesso... con questa diavolessa...»
«Sei impazzito!» gli chiese Otcov lanciando un'occhiata imbarazzata all'inglese. «Parlare così di fronte a una
signora e... ingiuriarla..»
«Che vada al diavolo! Tanto non capisce un'acca di russo. Puoi farle complimenti o prenderla a male parole,
per lei è lo stesso! Ma guardale solo il naso! Basta quello per farti prendere un colpo! Stiamo qua seduti per giornate
intere, e mai che dicesse una parola! Sta immobile come uno spaventapasseri, e sgrana gli occhi sull'acqua.»
L'inglese sbadigliò, cambiò l'esca e gettò la canna.
«Io, fratello mio, non riesco proprìo a capire!» continuò Grjabov. «È in Russia da dieci anni, pezzo di cretina, e
non dice neanche una parola in russo!... Uno nostro, un qualsiasi nobiluccio russo, se andasse da loro si metterebbe
subito ad abbaiare nella loro lingua... questi invece... e chi li capisce! Guardale il naso! Guardale il naso!»
«Adesso smettila... Non sta bene... Prendersela così con una donna!»
«Non è una donna, è una zitella... Sogna i fidanzati, pupazza del diavolo! E odora dì marcio... La odio, amico
mio! Non riesco a guardarla senza irritarmi! Appena volta su di me quei suoi occhiettini, mi sento rimescolare, come se
avessi battuto il gomito contro una ringhiera. Guarda tutto con disprezzo. Sembra che dica: sono un essere umano e
dunque il re della natura. Sai come si chiama? Uil'ka Carl'sovna Tfajs! Pfui! Non si riesce neanche a dirlo.»
L'inglese, sentendo il proprio nome, girò lentamente il naso dalla parte di Grjabov e lo squadrò con un'occhiata
piena di disprezzo. Poi spostò gli occhi su Otcov, inondando anche lui di disprezzo. Tutto questo senza dire una parola,
con aria grave, lentamente.
«Hai visto?» disse Grjabov, sghignazzando. «Prenditi questa, sembra che dica. Ah, befana! La tengo solo per i
bambini, baccalà che non è altro. Se non fosse per loro non la farei neanche avvicinare a casa mia...Ha un naso da
sparviero... E il corpo? Mi ricorda un chiodo di quelli lunghi. Lo prenderei e lo pianterei per terra... Sta buono! Mi
sembra che stia abboccando...»
Grjabov saltò su e sollevò la canna. La lenza si tese... Grjabov diede un altro strattone, ma non riuscì a tirar
fuori l'amo. «Si dev'essere impigliato in qualche pietra!» disse aggrottandosi. «Maledizione!...»
Sul volto di Grjabov si leggeva la sofferenza. Si mise a tirare la lenza sbuffando, agitandosi e borbottando
maledizioni. Ma non servì a nulla. Grjabov impallidì.
«Che rabbia! Mi tocca andare in acqua.»
«Ma lascia perdere!»
«Non posso... Al tramonto abboccano... Ma tu guarda che razza di affare, Signore! Mi tocca andare in acqua!
Non c'è niente da fare! Sapessi che voglia ho di svestirmi! Bisogna far sloggiare l'inglese... Non posso spogliarmi
davanti a lei. È pur sempre una donna!»
Grjabov gettò via cravatta e cappello.
«Miss... eee...» si rivolse all'inglese. «Miss Tfajs! Je vous prie... Come glielo devo dire? Ehi, come te lo debbo
dire per fartelo capire? Ehi, statemi a sentire, andatevene... Andatevene via! Mi senti?»
Miss Tfajs gettò a Grjabov un'occhiata colma di disprezzo e fece un rumore con il naso.
«Allora? Non capite? Ti dico di andartene! Devo spogliarmi, pupazza del diavolo! Vai da quella parte! Là!»
Grjabov tirò la miss per una manica, le indicò i cespugli e si accovacciò per terra: vai, fa, dietro i cespugli e
nasconditi là dietro. L'inglese, muovendo energicamente le sopracciglia, disse in fretta una lunga frase inglese. I due
uomini scoppiarono a ridere.
«È la prima volta che sento la sua voce... Non c'è che dire, proprio una vocina! Non capisce. Che debbo fare
con questa qui?»
«Lascia perdere! Andiamo a bere!»
«Non posso, debbo pescare... Sta imbrunendo... Allora, che mi consigli di fare? Questa sì che è una bella
storia! Mi tocca svestirmi davanti a lei.»
Grjabov si tolse giacca e gilet e si sedette sulla sabbia per sfilarsi gli stivali.
«Stammi a sentire, Ivan Kuz'mic,» disse il maresciallo, e rideva coprendosi la bocca con la mano. «Questo è
veramente troppo, è una vera ingiuria, un'offesa.»
«Nessuno l'ha pregata di non capire. Che serva da lezione, a questi stranieri!»
Grjabov si sfilò gli stivali, i pantaloni, si tolse la biancheria e restò nel costume d'Adamo. Otcov si teneva la
pancia dalle risate. Era tutto rosso in faccia, dalle risate e dall'imbarazzo. L'inglese continuava a muovere le sopracciglia
e ad ammiccare... Sul suo viso giallo balenò un altezzoso sorriso di disprezzo.
«È ora di fare il bagno,» disse Grjabov, dandosi delle manate sulle costole. «Dimmi un po', Fëdor Andreic,
perché ogni estate mi viene questo sfogo sul torace?»
«Corri in acqua o copriti con qualcosa, maiale!»
«E non ha neanche battuto ciglio, verme che non è altro!» disse Grjabov mentre entrava nell'acqua facendosi il
segno della croce «Brr... che acqua fredda! Guarda come muove i sopraccigli! Non si muove mica, lei... È superiore, lei,
alla gente comune! Eh! Non ci considera neanche uomini!»
Entrò nell'acqua fino alle ginocchia tendendosi in tutta la sua enorme statura e strizzò un occhio dicendo:
«Eh, altro che la sua cara Inghilterra!»
Miss Tfajs, imperturbabile, cambiò l'esca, sbadigliò e gettò la canna. Otcov voltò le spalle e se ne andò.
Grjabov liberò l'amo, si immerse tutto nell'acqua e ne uscì sbuffando. Dopo due minuti era di nuovo seduto sulla sabbia,
con la canna in mano.


A. Cechov
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La morte dell'impiegato
Postato da Grazia01 il Martedì, 28 marzo @ 12:06:59 CEST (10064 letture)
Racconti brevi di Cechov

Una bella sera, il non meno bello usciere giudiziario Ivàn Dmitric Cervjakòv se ne stava seduto in una poltrona
di seconda fila e guardava col binocolo le «Campane di Corneville». Guardava e si sentiva al colmo della beatitudine.
Ma all'improvviso... Nei racconti si trova spesso questo «all'improvviso». Gli autori hanno ragione: la vita è così piena
di cose inaspettate. Ma all'improvviso il suo volto si contrasse, gli occhi gli si storsero, il respiro gli si fermò... allontanò
il binocolo dagli occhi e... apscì.!!! Starnutì, come vedete. A nessuno e in nessun luogo è proibito di starnutire.
Starnutiscono i contadini, gli agenti di polizia e alle volte persino i consiglieri segreti. Tutti starnutiscono. Cervjakòv
non si confuse per nulla, si asciugò la bocca e il naso col fazzoletto e, da uomo educato qual era, si guardò attorno per
assicurarsi di non aver dato noia a nessuno. Ma allora sì che gli toccò di confondersi. Si accorse che un vecchietto
seduto davanti a lui nella prima fila delle poltrone si asciugava accuratamente col guanto la calvizie e il collo,
borbottando qualcosa. Cervjakòv lo riconobbe: era Sua Eccellenza il generale Bricàlov, un pezzo grosso del Ministero
delle comunicazioni.
«L'ho annaffiato,» pensò Cervjakòv. «Non è un mio superiore immediato, ma non di meno è sconveniente.
Bisognerà scusarsi.»
Cervjakòv tossì, protese il corpo in avanti e sussurrò all'orecchio di Sua Eccellenza:
«Eccellenza, scusate tanto; vi ho spruzzato.. non l'ho fatto apposta...»
«Niente, niente...»
«Per amor di Dio, scusate. Vi assicuro... che non avevo l'intenzione...»
«Ma lasciate stare, per carità! Lasciatemi ascoltare!»
Confuso Cervjakòv sorrise stupidamente e si mise a guardare il palcoscenico. Guardava, ma non si sentiva più
beato. L'angoscia cominciò a tormentarlo. Nella pausa si avvicinò a Bricàlov, lo segui per qualche tempo e finalmente,
vincendo la timidezza, mormorò:
«Eccellenza... vi ho spruzzato in testa... Perdonatemi... Io... io non pensavo che...»
«Ma basta! Io me ne son già dimenticato e voi, dàgli, sempre la stessa storia!» rispose il generale torcendo il
labbro inferiore impaziente.
«Se n'è dimenticato e intanto il suo occhio è pieno di malizia,» pensò Cervjakòv guardando sospettosamente il
generale. «Non vuole neppure parlare. Bisogna spiegargli che proprio non volevo... che lo starnuto è una legge di
natura; altrimenti penserà che volevo sputargli sulla nuca. E se non lo pensa ora, lo penserà dopo!...»
Tornato a casa Cervjakòv raccontò alla moglie il suo atto d'inciviltà. Gli.sembrò che la moglie non desse peso
sufficiente all'accaduto: si spaventò, sì, un poco, ma si ricompose subito appena seppe che Bricàlov non era superiore
diretto di suo marito.
«Ma forse é meglio andarsi a scusare lo stesso;» disse «potrà pensare che non sai comportarti in pubblico.»
«È proprio così! Mi sono scusato, ma lui è stato così strano... Non mi ha detto neppure una parola di positivo.
Vero è che non c'era tempo di discorrere.»
Il giorno dopo Cervjakòv si vestì colla sua miglior divisa, si fece ben pettinare e andò da Bricàlov per
spiegargli... Entrando nella sala delle udienze del generale egli vide molti sollecitatori, e in mezzo ad essi il generale in
persona che aveva già cominciato ad ascoltarli. Dopo aver udito alcuni sollecitatori, il generale alzò gli occhi anche su
Cervjakòv.
«Ieri all'‹Arcadia›... forse vi ricordate, Eccellenza...» cominciò la sua esposizione l'usciere giudiziario «io ho
starnutito e...senza volerlo ho spruzzata la vostra testa... Mi vorrete scusare...»
«Ma che, ma che!. sciocchezze! Che cosa desiderate?» continuò il generale rivolgendosi a chi toccava.
«Non vuol parlare!» pensò Cervjakòv, impallidendo. «Vuol dire che é arrabbiato... La cosa non si può lasciar
cadere... Gli spiegherò...»
Quando il generale ebbe finita l'udienza e si diresse verso i suoi appartamenti privati, Cervjakòv lo seguì
mormorando:
«Eccellenza! se mi permetto di disturbarvi è per un sentimento, per così dire, di rimorso... Non l'ho fatto
apposta... dovete capire!»
Il volto del generale si contrasse in un'espressione di sdegno, fece un gesto di diniego con la mano.
«Ma voi semplicemente scherzate, signore!» disse e scomparve dietro l'uscio.
«Ma che scherzi e non scherzi,» pensò Cervjakòv, «non c'é nessuno scherzo qui. È generale e non arriva a
capire. Quand'é così non voglio più chiedere scusa a cotesto fanfarone! Il diavolo se lo porti. Gli scriverò una lettera,
ma non tornerò più.»
Così pensava Cervjakòv avviandosi verso casa. Ma la lettera non riuscì a metterla insieme. Pensò, ripensò e
non venne a capo di nulla. Il giorno dopo decise di tornare dal generale per spiegarsi a voce.
«Sono stato qui ieri a disturbarvi,» balbettò egli quando il generale alzò su di lui lo sguardo interrogativo, «non
per scherzare come avete detto voi. Per scusarmi sono venuto, perché con uno starnuto ho spruzzato... non pensavo
affatto a scherzare. Come oserei scherzare? Se uno si permettesse di scherzare, dove sarebbe il rispetto dovuto alle
persone di...?»
«Fuori di qui!» urlò ad un tratto il generale facendosi paonazzo in viso e tremando tutto.
«Come dite?» chiese Cervjakòv con voce tremante dal terrore.
«Fuori di qui!» ripeté il generale, pestando i piedi.
Cervjakòv sentì rompersi qualcosa nelle viscere. Non vedendo più nulla, non sentendo più nulla, indietreggiò
fino alla porta, si trovò in istrada e trascinando i piedi s'incamminò. Arrivato macchinalmente a casa, senza togliersi la
divisa, si sdraiò sul sofà e morì.


A. Cechov
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Anton Pavlovic Cechov
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 18:50:41 CEST (6387 letture)
Biografie I Drammaturgo e narratore russo.
Nacque a Taganrog, sul Mar d'Azov, il 17 gennaio 1860, da una famiglia di umili origini.
Il padre, Pavel Egorovic, mercante, figlio di un ex servo della gleba che era riuscito ad ottenere il proprio riscatto raggranellando la somma necessaria con il commercio, era uomo rozzo e autoritario; la madre Evgenija Jakovlevna Morozova era anch'essa figlia di commercianti.
Per Anton Pavlovic ed i suoi cinque fratelli l'infanzia non fu felice, tuttavia ebbero una buona istruzione.
Nel 1876, a causa di una disastrosa rovina economica, la famiglia si trasferì a Mosca, mentre Anton rimase solo a Taganrog dove finì gli studi liceali.
Nel 1879 si trasferì a Mosca per riunirsi alla famiglia e per iscriversi, diciannovenne, agli studi universitari di medicina: studiò fino al 1884, anno in cui si laureò e cominciò ad esercitare la professione di medico, ma fu
costretto a dedicarsi alla scrittura per arrotondare le sue misere entrate che lo collocavano praticamente alle soglie dell’indigenza.
Esempio illuminato per la letteratura di tutto il Novecento fu il primo a dare vita a un realismo spietato, presentando le vite dei suoi personaggi con brevi flash, inchiodando i protagonisti delle sue vicende in un unico attimo significativo, cristallizzandoli in un istante estrememamente rivelatore.
Il successo inaspettato della sua nuova carriera di scrittore fu dovuto alla grande richiesta di scritti brevi, incisivi e drammatici, da pubblicare su riviste e quotidiani, in quello che fu il grande periodo del fuilletton di origine francese, e delle pubblicazioni periodiche di massa, fenomeno che in Italia giungerà solo nei primi decenni del Novecento.
Le prime opere di Cechov risalgono al 1880, e presto egli divenne uno degli scrittori più richiesti, specializzandosi in racconti brevi, compiuti e definitivi, che narravano la storia intera di una vita a partire da un singolo, unico e drammatico momento.
Narrazione sintetica, efficace, diretta e compatta, di grande impatto drammatico e improntata a un realismo talemente crudo che spesso Cechov fu accusato dai suoi contemporanei di essere uno scrittore amorale, troppo spassionato, troppo rigoroso, mai coinvolto in prima persona nella narrazione.
Eppure proprio questo “difetto” ha fatto di lui un vero e proprio punto di riferimento per tutti gli scrittori del Novecento. Cechov sosteneva che i personaggi andassero appena tratteggiati, che sarebbero state le loro azioni a parlare per loro, e che tutto il resto, comprese le inevitabili implicazioni moralistiche, andava affidato alla fantasia del lettore. Un punto di vista sicuramente in precorrenza sui tempi, e oggi ancora molto attuale.
Per Cechov lo scrittore era tenuto ad essere un rigoroso testimone imparziale degli eventi, che dovesse fornire, servendoli su un vassoio, tutti gli elementi necessari per tratteggiare la situazione, e che poi dovesse semplicemente farsi da parte, lasciando al lettore il compito di districarsi tra tutte le implicazioni etiche, filosofiche e morali. Una specie di catalizzatore dunque, che doveva servire per far riflettere il pubblico sulle amarezze, sui dolori, e sulle miserie della natura umana, ma senza falso perbenismo, senza schieramenti di parte, senza intromissioni da parte dello scrittore.
Nei suoi oltre duecentoquaranta racconti brevi Anton Cechov non tradirà mai questa sua “poetica”, rimanendo rigorosamente imparziale nei confronti della realtà che andrà esponendo, difficile se non impossibile comprendere il suo vero pensiero, tanto è stato attentamente celato dalla sua rigorosa imparzialità.
Nelle sue opere sono riprodotte e vigorosamente rappresentate, senza filtri o distorsioni, le vite e le esperienze della gente comune, impiegati, piccoli borghesi, nobili decaduti, contadini, commessi viaggiatori, attori di terz’ordine, ladri e piccoli delinquenti, anziani, vedove, malati, militari in pensione, giovani innamorati inconsolabili, coppie disagiate e infelici.
La miseria della vita umana è rappresentata con spietata determinazione, riprodotta aderente alla realtà, diretta ed immediata in tutta la sua crudezza e la sua dolorosa, malinconia.
La sua straordinaria capacità narrativa impressionò favorevolmente lo scrittore Dmitrij Vasil'jevic Grigorovic, ed anche Aleksej Suvorin, direttore di un importante periodico di Pietroburgo, "Tempo Nuovo", che gli offrì un posto di collaboratore.
Ebbe così inizio la sua attività di scrittore a tempo pieno, che lo portò a collaborare con altre importanti riviste letterarie: "Pensiero russo", "Il Messaggero del Nord", "Elenchi russi".
Ben presto si distinse con un primo libro, "Le fiabe di Melpomene" (1884), e con una raccolta di brevi e scherzosi "Racconti variopinti" (1886), vivaci ritratti umoristici della vita di funzionari statali e di piccoli borghesi, volumi pubblicati entrambi con lo pseudonimo Antosha Cekhonte.
Successivamente s'impegnò in una più intensa attività di scrittura, in cui il pessimismo della triste monotonia della vita, in precedenza nascosto tra le pieghe dell'umorismo, divenne la nota dominante, solo a tratti attenuata da una voce di speranza e di fede.

Nacquero così i suoi celebri racconti che, dal 1887, vennero pubblicati con il suo vero nome.
Alcuni dei più significativi sono: Miseria (1887) - Kastanka (1887) - Nel crepuscolo (1887) - Discorsi innocenti (1887) - La steppa (1888) - La voglia di dormire (1888) (per questo mirabile racconto gli venne conferito, dall'Accademia delle Scienze, il Premio Puškin) - Una storia noiosa (1889) - Ladri (1890) - La camera n°6 (1892) - Il duello (1891) - La corsia (1892) - Mia moglie (1892) - Il racconto di uno sconosciuto (1893) - Il monaco nero (1894) - La mia vita (1896) - I contadini (1897) - Un caso della pratica (1897) - L'uomo nell'astuccio (1897) - La signora col cagnolino (1898) - Nel burrone (1900).
In questi racconti, ammirevoli per semplicità e chiarezza, straordinari per l'arguzia e l'humour diffusi, Cechov seppe esprimere il suo profondo rispetto e amore per la gente umile, e riuscì a rendere visibile il dolore e l'inquietudine presente nella decadente società del suo tempo.

Nel 1892 acquistò una piccola proprietà a Melichovo, a 70 chilometri da Mosca, dove si trasferì.
A beneficio della comunità del luogo organizzò attività sociali, fondò una scuola, e praticò l'assistenza sanitaria gratuita a favore dei più poveri. Le capacità professionali di medico di Cechov furono molto importanti e di fondamentale utilità nel prevenire e nel contenere l'epidemia di colera che si sviluppò in quella zona negli anni 1892-93.
L'insorgere della tubercolosi tuttavia costrinse Cechov ad intraprendere alcuni viaggi verso luoghi di cura, nel tentativo di rallentarne la progressione.
Venne in Italia nel 1894, si recò in Caucaso e in Crimea nel 1896, raggiunse Nizza nel 1897. Nel 1899 dovette lasciare Melichovo per trasferirsi a Jalta sul Mar Nero, dove il clima era più favorevole.
Accanto alle opere di narrativa che scrisse per tutto il corso della sua vita, circa 700, Cechov si dedicò anche ad produrre testi teatrali, lavori che contribuirono a renderlo uno dei più grandi autori di teatro di tutti i tempi.
Fra le sue opere più rappresentative ricordiamo: Sulla via maestra (1885) - Sul danno del tabacco (1886) - Il canto del cigno (1887) - Ivanov (1887) - L'Orso (1888) - Una domanda di matrimonio (1889) - Le nozze (1890) - Tragico suo malgrado (1890) - L'Anniversario (1892) - Il gabbiano (1896) - Zio Vania (1896) - Le tre sorelle (1900) - Il giardino dei ciliegi (1903). Con gli ultimi quattro lavori teatrali Cechov raggiunse la sua massima grandezza.
Nel 1890 compì un viaggio in Siberia, a visitare la colonia penale di Sakhalin; l'impressionante condizione di vita dei deportati gli ispirò il libro "L'isola di Sakhalin". Fu un'esperienza amarissima che maturò profondamente il suo spirito e che lo spinse maggiormente ad interessarsi alla vita dei più deboli e a conferire obiettivi più umani e sociali alla sua arte.
Nel 1901 lo scrittore sposò Olga Knipper, attrice del Teatro d'Arte.
el 1902 Cechov diede le dimissioni dall'Accademia, che aveva estromesso, su insistenze governative, Maksim Gor'kij, dopo averlo nominato membro onorario. Fu un gesto significativo della sua profonda coscienza morale e del suo impegno nel campo sociale.
Ormai gravemente malato di tubercolosi, malattia a quel tempo incurabile, non riuscì a godere pienamente l'enorme successo e la popolarità conquistata. La morte lo colse il 2 luglio 1904 a Badenweiler (Germania), località termale situata nella Foresta Nera, dove si era recato per l'ennesimo ciclo di cure. Aveva quarantaquattro anni.

Anton Pavlovic Cechov, espressione letteraria del realismo russo, si potrebbe definire anche scrittore espressionista, per quella leggerezza di tocco e di colore con cui seppe descrivere una società feudale in decadenza e in crisi, descrivendo stati d'animo soffusi e ispirati da sofferente malinconia.
Di questa particolare semplicità di mezzi espressivi resta acuta testimonianza in una osservazione di Tolstoj, il quale, dopo aver affermato che lo stile di scrittura del tutto nuovo di Cechov non poteva paragonarsi a quello degli scrittori russi che lo avevano preceduto, né con Dostoevskj, né con Turgenev, né con il suo stesso stile, egli disse: "Cechov ha una sua propria forma, come gli impressionisti. Si guarda: l'artista spalma i colori come se non facesse neppure una scelta, così come gli capitano sotto mano e come se le pennellate non avessero nessun rapporto tra loro. Ma ci si allontana un po', si guarda di nuovo e nel complesso si riceve un'impressione straordinaria: davanti a noi è un quadro chiaro, indiscutibile".

Egli scrisse "Voi mi rimproverate l’obiettività, chiamandola indifferenza verso il bene e il male o mancanza di ideali. Vorreste che quando dipingo i ladri di cavalli dicessi: è male rubare i cavalli! Ma lo sanno tutti da molto tempo, senza che debba dirlo io. Questo è affare dei giudici, il mio lavoro consiste nello spiegare che cosa essi sono… Nello scrivere mi affido al lettore, sperando che egli inserisca da solo gli elementi soggettivi”.
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La leggenda di Scilla
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 13:05:28 CEST (1179 letture)
Leggende e fiabe III Glauco, trasformatosi metà pesce e metà uomo dopo aver mangiato dell'erba in un'isola incantata e divenuto un nuovo dio marino, si innamorò di Scilla, figlia di Crateide, la quale si aggirava per le spiagge di Zancle (Messina) dove abitava presso una caletta. Scilla spaventata da Glauco che cercava di fargli la corte, scappò rifiutandolo. Glauco disperato, si rivolse a Circe raccontandogli tutto. Ma Circe dal canto suo, si era innamorata di lui e invece di aiutarlo iniziò a fargli la corte. Glauco fermo nelle sue intenzioni la respinse. Circe avvilita e infuriata, volle vendicarsi di Scilla trasformandola in un mostro con i fianchi circondati da corpi e musi di cani. Scilla dolente della sua orrenda trasformazione, alla prima occasione sfogò il suo odio per Circe privando Ulisse dei suoi compagni mentre transitava dallo stretto con la sua nave. Più tardi avrebbe inghiottito anche le navi di Enea se prima non fosse stata trasformata in scoglio, in una roccia che sporge ancora sul mare.
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Il miracolo di San Gennaro
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 13:04:15 CEST (6666 letture)
Leggende e fiabe III

La leggenda ci dice che le origini di San Gennaro erano nobili e già nel grembo della madre faceva presagire che sarebbe diventato un santo in quanto, quando questa si recava in chiesa, sentiva agitarsi gioiosamente il bambino. Durante la persecuzione di Diocleziano, era diacono della chiesa di "Miseno", Sossio, un giovane trentenne stimato per la santità di vita; in quel periodo Gennaro era vescovo di Benevento e, recandosi a Miseno per partecipare ad una liturgia, ebbe certezza dell'imminente martirio del giovane diacono che, infatti, poco dopo fu imprigionato. Gennaro si recò a fargli visita per consolarlo con il suo diacono Festo e il lettore Desiderio. Riconosciuti come cristiani i tre visitatori furono a loro volta incarcerati e non avendo voluto abiurare la loro fede furono condannati alle fiere nell'arena di Pozzuoli, pene che fu poi commutata in decapitazione e che fu eseguita nel Foro di Vulcano nei pressi della Solfatara di Pozzuoli nel 305. Inizialmente il corpo del santo trovò sepoltura in un luogo detto Marciano nei pressi dei luoghi dove avvenne l'esecuzione, in seguito il vescovo di Napoli Giovanni I volle un sepolcro più decoroso e tra il 413 e il 432 traslò le spoglie del santo nelle catacombe napoletane sulla collina di Capodimonte. In seguito, a causa di una cruenta lotta tra il ducato di Benevento e quello di Napoli, furono trasferite a Benevento e a Montevergine fino a che l'arcivescovo di Napoli Alessandro Carafa ottenne il permesso di riportarle a Napoli. La prima notizia certa del miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro risale al 17 agosto del 1389 ; per la festa dell'Assunta il partito filoavignonese indisse grandi festeggiamenti cittadini per accogliere un'ambasceria proveniente da Avignone nel corso dei quali vi fu anche l'esposizione pubblica della reliquia del sangue di San Gennaro. La cronaca racconta che il sangue si era liquefatto come se fosse sgorgato quel giorno stesso dal corpo del santo e se ne ricava l'impressione che il miracolo avvenisse per la prima volta. Da allora il culto si andò intensificando sempre più con frequenti notizie dell'avvenuto miracolo. Il sangue di San Gennaro è custodito in due balsamari vitrei di piccole dimensioni e di foggia diversa databili ai primi decenni del IV secolo.Tre le date fisse del ricorrente prodigio: vigilia della prima domenica di maggio (prima traslazione), il 16 dicembre (anniversario dell'eruzione vesuviana del 1631) e il 19 settembre (data del martirio). Il sangue per liquefarsi può metterci pochi secondi come mezz'ora o giorni, allora la gente prega perché ciò avvenga. A questo proposito conviene spendere due parole sulle cosiddette "parenti di San Gennaro", che fanno parte del patrimonio etnico e culturale scaturito, nel corso dei secoli, dalla pietà popolare; esse usano espressioni semplici e confidenziali "santo nuosto", "guappone", "faccia ngialluta" e via di seguito, preghiere dialettali da recuperare e assolutamente da non emarginare, sono voce della lingua viva napoletana. Un altro aspetto delle tradizioni legate al miracolo di San Gennaro è dato dalla processione. E' una tradizione che si perde nei secoli, ricorda la prima traslazione delle reliquie del martire dall'agro Marciano alla catacomba extramuraria di Napoli ad opera, come si è detto del vescovo Giovanni I. Anticamente il clero vi partecipava con ghirlande di fiori sulla testa, tradizione abolita nel Seicento. Questa processione, dal popolo detta anche "processione delle statue" per la presenza delle statue d'argento dei santi compatroni, è un autentico spettacolo di fede e di folclore. Sui terrazzi garofani, rose e fiori d'ogni genere, ai balconi coltri di damasco o di broccato, drappi di seta conservati da anni e stesi all'aria per la festa. Ancora più intima, raccolta e densa di commozione la processione di anni fa quando, all'andata percorreva Spaccanapoli tra le case del centro antico. Una pioggia di fiori cadeva dai balconcini delle povere case della vecchia Napoli. La gente si stringeva intorno al santo in quelle stradine che davano più voce alle preghiere e ai canti. Petali di rose al passaggio del Patrono e coi fiori il grido "Viva San Gennaro!"
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Il lotto
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 13:03:09 CEST (1077 letture)
Leggende e fiabe III

E' probabile che il lotto abbia avuto un'origine romana, in quanto, allora, esistevano dei giochi alla fine dei quali si estraevano dei premi da un' urna. Furono celebri i premi dati da Agrippa Nerone Silla consistenti in vasi, verghe, terre, cavalli, ecc. Tutte le suddette cose si scrivevano su pezzi di legno somiglianti ai nostri dadi e coloro che avevano la fortuna di pescare, tra tante tavolette vuote, quelle con i premi li ricevevano subito. Ma , a parte questa suggestiva e un po' azzardata ipotesi, la storia del lotto è la seguente. Non deve a Napoli bensì a Genova la propria origine ( 1576 ) il gioco del lotto. A quell'epoca i genovesi, già allora celebri per il loro fiuto commerciale, erano soliti scommettere sull'estrazione a sorte che si eseguiva ogni anno per eleggere otto senatori, per questo si chiamò gioco dell'otto modificato poi in lotto. Il sistema era questo: Si mettevano nell'urna centoventi nomi di notabili tra i quali i primi cinque estratti a sorte dovevano ricoprire incarichi al Senato e al Consiglio dei procuratori della repubblica. Si cominciò con lo scommettere su questi cinque nomi. Successivamente i nomi imbussolati divennero solo novanta e furono contraddistinti da un numero; in parallelo le scommesse vennero fatte non solo su uno dei numeri, ma anche su due o su tre, dando così vita all'estratto, all'ambo e al terno, che per parecchio tempo furono le sole combinazioni su cui si basò il gioco. Non potevano sfuggire, a quel punto, ai genovesi, dato il loro spirito estremamente positivo, le possibilità economiche che da quel gioco potevano scaturire: così lo regolarizzarono e lo istituzionalizzarono; nel 1643 il governo genovese decretò una tassa sul lotto e lo considerò oggetto di privativa anche se sempre con finalità benefiche. A Napoli si diffonde un secolo dopo ed è chiamato a lungo " il gioco dell'estrazione per li Seminarj di Genova ". Dalle lotterie private si passa alla lotteria di stato, cioè al lotto. Avvenne nel 1672 e ad introdurlo fu determinante un grave fattore politico. La Spagna aveva bisogno di 350.000 ducati. Il viceré, marchese di Astorga, per non gravare di balzelli il popolo, andava escogitando qualche espediente per racimolarli. Ci fu allora, " un erudito ingegno forastiero " che propose d'introdurre " la beneficiata all'uso di Venezia e Genua ". La novità fu accolta con un certo scetticismo dal popolo che, però, non seppe resistere alla tentazione di sfidare la sorte. I premi che dava il governo di allora erano: 18.000 ducati per gli estratti, 45.000 per gli ambi e 120.000 per i terni. L'estrazione del lotto, fino al 1818, aveva luogo due volte al mese; dal 1818 in poi si effettuava ogni sabato fino all'odierna novità delle due estrazioni settimanali del mercoledì e del sabato.
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L'amante del brigante fantasma.
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 12:54:05 CEST (1140 letture)
Leggende e fiabe  I

Nel rione "Stella", di Catanzaro (Largo Ferragina), esistono dei cunicoli sotterranei che attraversano il sottosuolo fino ad un'altra zona della città (Via Carlo V) la quale, alla fine dell'800, ne segnava la periferia. Questi cunicoli erano usati come passaggi segreti dai briganti, i quali ne usufruivano come via di fuga o di accesso alla città. Agli inizi del '900 dai cunicoli furono ricavate delle abitazioni chiamate "bassi" dove vivevano, arrangiandosi, le famiglie più povere. In uno di questi viveva una vedova con figli che, pare, avendo visto, una notte un bell'uomo, vestito con abiti inequivocabilmente da bandito, sebbene meravigliata da quello strano abbigliamento, intrecciò una relazione con lui. Alle domande della donna egli rispondeva di essere vissuto da brigante, di essere stato ucciso lì vicino e di avere nascosto in quel luogo il suo tesoro, che costantemente tornava a controllare. Il fantasma con la promessa di farne, prima o poi, dono alla donna, la convinse a giacere con lui, ma spariva puntualmente dopo la mezzanotte. Anche i figli, a turno, videro il losco figuro, ma ne erano così spaventati da non osare rivolgergli la parola. Giustamente si può pensare che lo spettro non fosse altro che un furbo soggetto il quale, coperto da uno scuro mantello per non dare nell'occhio, alimentasse l'idea di essere un fantasma per non far scoprire la tresca con la vedova. Ma, a parte il fatto che, finché egli la frequentò, la famiglia non ebbe problemi a sfamarsi, il brigante aveva posto una condizione alla donna: non dire mai chi lui fosse realmente. Un giorno, però, il più grande dei figli chiese spiegazioni alla madre e minacciò di ucciderle l'amante, poiché non sopportava la vergogna di quella situazione. La donna, solo allora gli spiegò la verità, naturalmente senza essere creduta. La notte apparve la minacciosa figura del brigante che si rivolse direttamente al figlio della donna dicendo: "Tu ora conosci la mia storia. Vieni con me, ti farò vedere il tesoro". Alla luce di una torcia, egli guidò madre e figlio, poco lontano dal luogo dove essi abitavano e, giunti in un punto preciso del cunicolo disse al ragazzo: "Scava qui e lo troverai". Il giovane si affrettò a fare ciò che il brigante gli aveva detto e trovò un forziere. Apertolo, vide che era ricolmo di monete d'oro. Ma, a quel punto, nel buio echeggiò una risata diabolica e la voce tenebrosa del fantasma urlò: "Quello che avete visto è ciò che non avrete mai! Come, del resto, io sono morto dannato per non averlo potuto portare con me!". Lo spettro scomparve all'improvviso e, contemporaneamente, la torcia si spense. I due, terrorizzati, rimasero al buio. L'indomani tornarono sul luogo a cercare, ritrovarono il posto dello scavo, ma del forziere nessuna traccia. Da quel giorno in poi il fantasma-amante non comparve più, ma la notte terrorizzava gli abitanti con continui rumori e lugubri lamenti, finché tutta la famiglia fu costretta a lasciare il "basso" per trasferirsi in un altro quartiere. Story by LUX (Catanzaro City).
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La leggenda di Piero e Sara
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 12:51:05 CEST (1334 letture)
Leggende e fiabe  I

Un giorno lontano, un signorotto, feudatario del Castello di Rotorscio, conobbe una bella fanciulla abitante a Rocca Petrosa. Affascinato dalla grazia della giovane, s 'invaghi di lei e decise di rapirla. Questa era innamorata e promessa sposa ad un altro castellano, suo coetaneo, di nome Piero. Un pomeriggio, il feudatario s'introdusse all'inteno della Rocca e riuscì a rapire la ragazza di nome Sara. Gli abitanti del luogo chiusero le porte di accesso alla Rocca e iniziarono una violenta colluttazione con i cavalieri seguaci del conte di Revellone. Durante la rissa, il conte, vistosi alla resa, uccise la bella Sara che teneva tra le braccia. Sopraggiunto Piero piombò addosso all'uccisore, il quale, brandendo una scure, colpì anche lo sfortunato giovane che cadde riverso vicino alla sua giovane amata e, dopo un ultimo abbraccio, le spirò accanto. A ricordo dell'infausta contesa e del triste sopruso, il Castello Petroso, assunse il nome di Pierosara che, a tutt'oggi, conserva.
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Il mito di Chimera
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 12:45:44 CEST (1504 letture)
Leggende e fiabe  I

Chimera. Suo padre fu Tifone, il cui corpo gigantesco culminava in cento teste di drago. Giace relegato sotto una delle isole vulcaniche della nostra terra (Ischia o la Sicilia), ancora fremente della rabbia che lo porto' un giorno lontano a sfidare gli dei, a cacciarli dall'Olimpo ed a ferire Zeus. Sua madre fu Echidna, la vipera, per meta' donna bellissima e per meta' orribile serpente maculato. Viveva in un antro delle terre di Lidia, cibandosi della carne degli sventurati viaggiatori. Chimera e' solo uno degli esseri mostruosi generati da Tifone ed Echidna. Suoi fratelli furono Cerbero, cane infernale dalle tre teste, la famosa Idra uccisa da Eracle, e Ortro feroce cane a due teste guardiano delle mandrie del gigante Gerione. Chimera e' la personificazione della Tempesta, la sua voce e' il tuono. Molte e diverse sono le rappresentazioni iconografiche del mostro leggendario. Probabilmente ad Esiodo (Teogonia) si ispiro' l'artista che la raffiguro' a Cerveteri con tre teste frontali, le cui due laterali di leone e di drago e la centrale di capra. All'Iliade invece sembra ispirato l'artefice della Chimera di Arezzo, leone davanti, capra sul dorso e serpente dietro. "Lion la testa, il petto capra, e drago la coda; e dalla bocca orrende vampe vomitava di foco ... (Iliade, VI, 223-225 trad.V.Monti) Il mito di Chimera Chimera fu allevata dal re Amissodore e per lunghi anni terrorizzo' le coste dell' attuale Turchia, seminando distruzioni e pestilenze. Fu Bellerofonte, eroe da molti ritenuto figlio del dio Poseidone, a fermare le scorribande del mitico mostro. Con l'aiuto di Pegaso Bellerofonte riusci a sconfiggere Chimera con le sue stesse, terribili, armi, infatti "...non c'era freccia o lancia che avrebbe presto potuto ucciderla." 1 Allora Bellerofonte immerse la punta del giavellotto nelle fauci della belva, il fuoco che ne usciva sciolse il piombo che uccise l'animale. Come gia' aveva fatto Perseo con Medusa, anche Bellerofonte abilmente seppe sconfiggere la creatura facendo si' che la sua forza si ritorcesse contro di lei. La Chimera d'Arezzo Capolavoro in bronzo della scultura etrusca (V-IV sec.a.C.). Fu scoperta nel 1553 nelle campagne di Arezzo e restaurata da Benvenuto Cellini, fu conservata per un periodo in Palazzo Vecchio dove Cosimo I dei Medici la volle accanto al proprio trono, fu poi spostata nella villa medicea di Castello perche' la sua presenza in Palazzo Vecchio era ritenuta funesta. L'originale e' adesso conservato al Museo Archeologico di Firenze mentre sono visibili due copie bronzee leggermente piu' grandi, collocate nella prima meta' di questo secolo ad ornare le due fontane in piazza della Stazione ad Arezzo. "Khimaira" Chimera prende il nome dalla caratteristica che la diversifica dai genitori, la testa di capra infatti non trova riscontro ne' in Tifone ne' in Echidna e ne diviene cosi' tratto peculiare. "Infatti Chimera, in greco Khimaira, significa capra"2. E "la capra e' ...il piu' selvatico tra i domestici e il piu' domestico tra gli animali selvatici." Ed e' in quest'ottica che si indicano tre significati simboleggiati da Chimera: il leone e' la forza, il calore e quindi l'estate; il serpente e' la terra, l'oscurita' e quindi l'inverno, la vecchiaia; la capra e' il passaggio, la transizione e quindi autunno e primavera. E sempre in quest'ottica si legge la dedica a Tinia, il mutevole Giove etrusco, iscritta sulla zampa anteriore destra della Chimera. "Non sia da meravigliarsi quindi che al sommo dio degli etruschi, principio cangiante di ogni cosa, venisse dedicata la multiaspetto velocissima Chimera"
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Làgole - Tra storia e leggende
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 12:42:11 CEST (1933 letture)
Leggende e fiabe  I

A Calalzo di Cadore, verso est, degradante dalle pendici del monte Tranego, uno sperone di roccia cerca ancora di emergere dalle acque del lago di Centro Cadore: quella località si chiama Làgole e si trova sotto la Stazione ferroviaria. In questo posto si sono dati convegno bizzarri artisti che hanno contrassegnato il luogo con spunti paesaggistici, storici e……fantastici. A Làgole scaturiscono, da sempre, delle polle che per gli antichi abitatori avevano di sicuro delle valenze 'magiche': in quelle acque, che servivano a purificare, a detergere, a sanare, abitava una divinità che si era scelto quel posto per dispensare dei favori. Prima di ottenerli bisognava, però, far precedere dei rituali e delle liturgìe particolari. La divinità, chiamata dagli studiosi TRUMUS ICATEI, elargiva, alle donne, il dono di diventare madre; ai guerrieri, di non morire in guerra; ai debilitati ed ai sofferenti, di sanare qualche parte dell'organismo. Queste 'dicerie' si tramutarono in racconti fantastici e si videro popolare le grotte antistanti il luogo sacro dalle fantasiose 'anguane', donne dai capelli rossi e dai piedi di capra. La saga tra gli abitanti del luogo e le perfide anguane durò a lungo e terminò solamente quando le anguane trucidarono tutte le splendide ragazze che si stavano tuffando nel bagno terapeutico, in occasione del plenilunio agostano, per conservare intatta la loro bellezza, in spregio agli anni che miseramente trascorrevano. La divinità della fonte sacra si vendicò dell'oltraggio fatto alle donne e decretò la morte immediata delle invidiose Anguane. Per molto tempo queste dicerie aleggiarono nei racconti delle persone più anziane le quali sapevano tutto sulla storia e le tradizioni locali. Del passato di Làgole non rimanevano che le 'fole' raccontate attorno al 'larìn' (il focolare cadorino) e la innegabile proprietà delle acque che rendeva immacolata la biancheria che veniva sciacquata anche d'inverno perché la temperatura e la portata erano sempre le stesse. Era il 18 maggio 1914 e la costruzione della linea ferroviaria portò, per la prima volta, il treno in Cadore. Il tracciato dei binari tagliava giusto a mezzo il luogo sacro di Làgole ma nessuno se ne accorse e le leggende continuarono a proliferare. Finalmente nel 1949 qualcuno, con paziente tenacia, cercò di dissotterrare dalle zolle del terreno il segreto. E così si svelò l'arcano. In una fortunata serie di scavi, durata fino al 1956, rividero la luce oggetti appartenenti all'antica popolazione che aveva abitato il luogo di Làgole. Furono tantissime statuine di guerrieri, di animali, di oggetti di uso comune e questi ultimi, tutti, regolarmente rotti. Il motivo fu individuato nel rito che precedeva l'assunzione dell'acqua dalla fonte sacra. Un po' dappertutto, su questi ritrovamenti, si lessero dei segni particolari incisi con strana grafia. Vennero studiati e si affermò appartenessero al popolo dei Venetici, popolo che arrivò in queste contrade tre secoli prima della nascita di Cristo. Tutti gli oggetti ritrovati sono ora esposti nel Museo della Magnifica Comunità di Pieve di Cadore, ma il luogo fantastico di Làgole è rimasto a perpetuare la memoria che galleggia sui riflussi della fantasia. Nessuno può andare a Làgole se prima non ha conosciuto la sua vera storia e nessuno può sostare tra le rive del "Lago delle tose" se prima non si è bene impresso nella memoria la storia delle cattive Anguane e della martoriata Bianca, la figlia bellissima del capo villaggio, inumata per sempre su una splendida vetta delle Marmarole.

Marcello Rosina
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La nascita del panettone
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 12:39:04 CEST (1499 letture)
Milano mia I

Tutte le città hanno un dolce preferito decantato come una loro specia-lità, ma il panettone di Milano ha un fascino tutto suo. A Natale i mi-lanesi lo scambiano coi loro parenti e gli amici. Non è solo la sua squi-sitezza a sollevare tanta curiosità, ma anche le leggende che, nel tem-po, si sono intrecciate intorno al tipico prodotto. Sono quasi tutte storie d'amore.Nel secolo d'oro del Rinascimento Italico, alla fine del XV secolo, la Corte di Ludovico il Moro a Milano superava in splendore e potenza tutte le altre Corti italiane.Ludovico era molto generoso. Fra i suoi beneficiati vi fu Giacometto degli Atellani, suo scudiero cui donò una casa (tuttora esistente), in borgo Vercellina, sul lato sinistro dell'attuale Corso Magenta, di fronte alla chiesa delle Grazie nel cui refettorio, allora, Leonardo da Vinci stava affrescando la famosa "Cena". Casa Atellani divenne in breve uno dei più brillanti ritrovi di Milano, dove convenivano le più belle dame milanesi e i migliori ingegni del tempo.Solamente il figlio di Giacometto non partecipava al tripudio della fa-miglia. Si chiamava Ughetto ed era innamorato della bellissima figlia di un vicino fornaio, Adalgisa, il cui negozio confinava con la casa de-gli Atellani.L'amore naturalmente era osteggiato dalla famiglia di Ughetto e il ra-gazzo poteva incontrare la sua Adalgisa solo di notte, quando lei ve-gliava nel forno del padre per attendere la panificazione quotidiana.Gli affari del fornaio però non andavano tanto bene perché l'apertura di un nuovo forno nelle vicinanze causò la perdita di molta clientela. Ughetto ebbe allora un'idea per risollevare la situazione: migliorò il pane aggiungendo del burro e dello zucchero. Il successo fu immedia-to. L'innamorato, vedendo rifiorire il sorriso sulle labbra di Adalgisa, si fece prendere dall'entusiasmo e una sera aggiunse anche pezzetti di cedro candito e delle uova. Fu un risultato colossale: tutto il borgo fa-ceva la coda alla porta del fornaio per acquistare il dolce.La famiglia Atellani fu ammansita dal buon successo del fornaio; così Ughetto e Adalgisa poterono coronare il loro sogno d'amore senza più ostacoli, e si sposarono. Casa Atellani di fronte al refettorio di S. Maria delle Grazie.
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Il leone di San Babile
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 12:36:02 CEST (947 letture)
Milano mia I Circa cinque secoli fa i nobili veneziani discutevano di come poter attaccare e distruggere Milano; giunsero alla decisione di colpire la città all'improvviso, durante la notte, così che la sorpresa avrebbe sicuramente impedito ai milanesi d'organizzare una buona difesa. Oramai era tutto stabilito. Una sera, poco dopo il tramonto, i veneziani erano pronti e cominciarono ad avvicinarsi alle mura della città ad un certo punto però udirono un rumore simile al rullo di un tamburo. Spaventati e allo stesso tempo sconcertati dal fatto che i milanesi potessero aver previsto l'attacco, sospesero l'offensiva e inviarono una pattuglia in avanscoperta. In realtà il rumore che udirono proveniva da un panettiere intento ad abburattare la farina, che s'accorse in ogni caso della loro presenza e corse a dare l'allarme. I milanesi riuscirono a respingere l'attacco, e a far scappare in fretta e furia i veneziani, i quali, dalla fretta, abbandonarono sul campo di battaglia tutte le loro insegne, i loro stemmi, e un gigantesco leone in pietra, molto simile a quelli che ancora oggi si trovano in piazza San Marco, a Venezia. Il leone veneziano in pietra fu dichiarato bottino di guerra e sistemato su una colonna collocata in piazza San Babila.
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I tre giorni della merla
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 12:34:46 CEST (1189 letture)
Leggende e fiabe  I

La leggenda dei tre giorni della merla si perde nell'onda del tempo. Sappiamo solo che erano gli ultimi tre giorni di gennaio, il 29, 30 e 31, e in quei dì capitò a Milano un inverno molto rigido. La neve aveva steso un candido tappeto su tutte le strade e i tetti della città. I protagonisti di questa storia sono un merlo, una merla e i loro tre figlioletti. Erano venuti in città sul finire dell'estate e avevano sistemato il loro rifugio su un alto albero nel cortile di un palazzo situato in Porta Nuova. Poi, per l'inverno, avevano trovato casa sotto una gronda al riparo dalla neve che in quell'anno era particolarmente abbondante. Il gelo rendeva difficile trovare le provvigioni per sfamarsi; il merlo volava da mattina a sera in cerca di becchime per la sua famiglia e perlustrava invano tutti i giardini, i cortili e i balconi dei dintorni. La neve copriva ogni briciola. Un giorno il merlo decise di volare ai confini di quella nevicata, per trovare un rifugio più mite per la sua famiglia. Intanto continuava a nevicare. La merla, per proteggere i merlottini intirizziti dal freddo, spostò il nido su un tetto vicino, dove fumava un comignolo da cui proveniva un po' di tepore. Tre giorni durò il freddo. E tre giorni stette via il merlo. Quando tornò indietro, quasi non riconosceva più la consorte e i figlioletti: erano diventati tutti neri per il fumo che emanava il camino. Nel primo dì di febbraio comparve finalmente un pallido sole e uscirono tutti dal nido invernale; anche il capofamiglia si era scurito a contatto con la fuliggine. Da allora i merli nacquero tutti neri; i merli bianchi diventarono un'eccezione di favola. Gli ultimi tre giorni di gennaio, di solito i più freddi, furono detti i "trii dì de la merla" per ricordare l'avventura di questa famigliola di merli.
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I Re Magi
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 12:33:33 CEST (1366 letture)
Leggende e fiabe  I

I milanesi per secoli chiamarono i tre Re Magi Eleuterio, Rustico e Dionigio. La loro storia è avvolta nel mistero: si dice che probabilmente non fossero nemmeno re, ma solo degli uomini molto ricchi. Neppure si conosce da quale paese d'Oriente venissero esattamente; di sicuro morirono in Persia, martiri della fede e i loro corpi furono sepolti in un'unica tomba, all'inizio del IV secolo, a Costantinopoli. "Una leggenda racconta che le loro reliquie furono custodite nella basilica di Sant'Eustorgio dal IV al XII secolo. Le reliquie a S. Eustorgio Fu Eustorgio a riceverle in dono dall'imperatore Costantino nel 325, quando si recò nella capitale dell'impero d'Oriente per ricevere la consacrazione a Vescovo di Milano. Le spoglie furono trasportate fino a Milano in un sarcofago molto pesante, lo stesso che ancora oggi vediamo nella basilica di S. Eustorgio con la scritta "Sepulchrum Trium Magorum" . Quando i viandanti arrivarono in città, la fatica rese impossibile trasportare oltre Porta Ticinese il ponderoso sarcofago; allora Eustorgio, saggiamente, ordinò che in quel luogo venisse costruita la basilica dei Re Magi, dove vennero deposte le sacre reliquie. "Lì rimasero fino al XII secolo, finché non furono rubate. Era il giorno il 10 giugno 1164, dopo la famigerata distruzione della città ordinata da Federico Barbarossa. Le spoglie trafugate furono portate a Colonia e deposte con grande solennità in un'urna d'argento intarsiata, nella chiesa di San Pietro. Ma i Milanesi non si rassegnarono mai alla perdita del sacro tesoro, tanto più che consideravano le ossa dei Magi miracolose contro i mali e i sortilegi. Fu Ludovico il Moro a chiederne per primo la restituzione nel 1494, e coinvolse nell'impresa anche Papa Alessandro VI, senza però ottenere nulla; neppure re Filippo di Spagna, Pio IV, Gregorio XIII e Federico Borromeo riuscirono ad avere soddisfazione. "Solo il Cardinal Ferrari, nel 1903, riuscì ad ottenere in restituzione qualche ossicino, che tuttora è custodito dentro un piccolo scrigno, posto in una cavità della parete, sopra l'altare dei Magi nella basilica di S. Eustorgio.
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Gli stemmi di Milano
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 12:32:11 CEST (1180 letture)
Milano mia I Sono molte le leggende intorno alle origini di Milano. C'è chi sostiene che il vero fondatore fosse un mitologico Belloveso, capo di una tribù di Galli, il quale, durante un'incursione al di qua delle Alpi, fu attratto dalla bellezza del luogo e decise di fermarsi. Siamo intorno al 600 a.C.I Galli incaricarono i sacerdoti di interpellare gli dei circa la località più propizia e il nome da imporre alla nuova città, che sarebbe diventata la capitale della regione conquistata.Gli dei risposero di cercare una località dove pascolasse una scrofa col dorso coperto per metà di lana; da qui il nome della nuova città: Mediolanum (in medio lanae).Questa è la leggenda più comune, consacrata anche dal primo stemma della città, la scrofa lanigera, come si vede tuttora scolpito nel secondo arco del Palazzo della Ragione, in piazza Mercanti.Dopo la scrofa semilanuta apparve sugli stendardi della città la famosa biscia. La sua prima apparizione risale agli inizi dell'XI secolo. In quell'epoca Ottone III incaricò l'Arcivescovo Arnolfo di recarsi alla corte di Bisanzio per trattare le sue nozze con una principessa di quella corte.Arnolfo portò dall'Oriente, oltre alla sposa, altre due meraviglie: una statua che mediante un ingegnoso congegno riusciva a formulare alcune parole predicendo il futuro e un prezioso serpente di bronzo risalente all'epoca di Mosè.Ma appena sbarcato a Bari con la sposa, l'Arcivescovo fu raggiunto dalla notizia dell'improvvisa morte dell'imperatore Ottone, proprio come aveva già predetto la statua parlante. La principessa bizantina tornò in Oriente portando con sé la statua e l'Arcivescovo rientrò a Milano recando invece il serpente di bronzo. Lo si vede tuttora collocato su una colonna di porfido nell'interno della chiesa di Sant'Ambrogio, a metà della navata centrale, e le donne gli attribuiscono virtù miracolose contro alcuni mali dei bambini. Da allora il serpente divenne il simbolo della città e apparve sui suoi stendardi.C'è anche un'altra leggenda secondo la quale la biscia comparve, per la prima volta, sullo stemma degli antichi Visconti. Secondo questa leggenda un guerriero appartenente alla famiglia dei Visconti, di nome Azzone, si trovava a combattere contro i Fiorentini, a Pisa (1323). Un giorno, stanco di una lunga marcia, scese da cavallo, si levò l'elmo e si addormentò a ridosso di un albero. Una biscia entrò nel copricapo e vi si accovacciò. Quando Azzone si svegliò e si rimise l'elmo, ne fuoriuscì la biscia aprendo le fauci minacciosa. I soldati che stavano intorno si spaventarono, ma non Azzone che la lasciò andare via senza ucciderla. Anzi la prese come insegna e siccome la serpe era stata innocua la volle raffigurare con un bambino nelle fauci a cui però non fa del male.
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Riccardo Cocciante
Postato da Grazia01 il Venerdì, 24 marzo @ 15:02:15 CET (1235 letture)
Testi canzoni I

Cervo a Primavera

Io rinascerò
cervo a primavera
oppure diverrò
gabbiano da scogliera
senza più niente da scordare
senza domande più da fare
con uno spazio da occupare
e io rinascerò
amico che mi sai capire
e mi trasformerò in qualcuno
che non può più fallire
una pernice di montagna
che vola eppur non sogna
in una foglia o una castagna
e io rinascerò
amico caro amico mio
e mi ritroverò
con penne e piume senza io
senza paura di cadere
intento solo a volteggiare
come un eterno migratore...
Senza paura di cadere
intento solo a volteggiare
come un eterno migratore
e io rinascerò
senza complessi e frustrazioni
amico mio ascolterò
le sinfonie delle stagioni
con un mio ruolo definito
così felice d'esser nato
fra cielo terra e l'infinito
ah...
e io rinascerò
senza complessi e frustrazioni
amico mio ascolterò
le sinfonie delle stagioni
con un mio ruolo definito
così felice d'esser nato
fra cielo terra e l'infinito
ah...
e io rinascerò
io rinascerò
na na na na na

Un buco nel cuore

Io senza di te
Io senza di te
Uno scherzo non e'
Mi ritrovo cosi'
Con un buco nel cuore
Senza voglia di andare
E nemmeno di stare
Con l'odore del mare
Dentro il naso
E piu' in giu'
Nelle pieghe dell'anima
Che ricorda e fa male
Dio, com'era amaro il sale

Mi ritrovo cosi'
Senza ali ne' mani
Pero' ancora non vinto
Aspettando domani
Qualcosa, un evento,
Un incontro, qualcuno

No, non si puo' vivere
Senza mai nessuno che
Ti prenda in giro dolcemente
La padrona prepotente
Nella mente che si siede
Dentro al cuore e dirige
Un'orchestra sempre in festa
Sempre in festa
Una festa con te
Con le luci e la gente
Io felice di niente
Il ricordo fa male
Dio, com'era amaro il sapore del sale per me

Io senza di te
Io senza di te
Uno scherzo non e'
E mi ritrovo cosi'
Con un buco nel cuore
Senza ali ne' mani
Pero' ancora non vinto
Dio, com'era amaro il sale
Senza di te
Io senza di te
Uno scherzo non e'
Io senza di te
Dio, com'era amaro il sapore del sale per me

Tu sei il mio amico carissimo

Perché l'agonismo che è dentro di noi
non diventi egoismo né frattura mai
difendiamo ogni istante la nostra lealtà
sono certo - ci credo - e così sarà

Pericoli tanti e tante gelosie
rabbie, impazienza, piccole manie
ti manderò all'inferno e così farai tu
ma saremo poi amici ancora di più
un po' più alti, una spanna in sù

Tu sei il mio amico carissimo
non tradirmi mai
né soldi, né donne, né politica
potranno dividerci
tu sei il mio amico carissimo
non tradirmi mai...

Tifosi avversari senza tregua ormai
nemici magari per una sera e poi
sicuri che quando emergenza verrà
un aiuto ognuno di noi due darà
gli ostacoli sono vivificanti follie
e le discussioni senza mai bugie
ti manderò all'inferno
e così farai tu
ma saremo poi amici ancora di più
un po' più alti, una spanna in su


Celeste nostalgia

Avevi ragione tu mia cara
la vita non dura mai, una sera
il tempo di una follia
che breve poi fugge via
e poi
cosa rimane dentro noi
questa celeste nostalgia
questo saperti da sempre ancora
ancora mia
mia...
Il bene profondo non si offende
si spegne se è il caso
e poi si accende
passione violenta sia
comprendimi amica mia
tu puoi
tutto normale tra di noi
cara celeste nostalgia
dolce compagna di storie d'amore
sempre mia
sempre mia
Vedete un'estate sopra un treno
partire su un auto
e andar lontano
quel lampo negli occhi, ciao!
fa male d'accordo, ciao
ma tu
dentro di me non muori più
azzurra celeste nostalgia
qualche parola affettuosa
un po' contro però
per noi, forse no...
Amore più grande amica mia
cara celeste nostalgia
un'ora, un giorno, una vita
che cosa vuoi che sia
che sia
Amore più grande amica mia
cara celeste nostalgia
un'ora, un giorno, una vita
che cosa vuoi che sia

Un nuovo amico

Non dico che dividerei una montagna
ma andrei a piedi certamente a bologna
per un amico in piu'
per un amico in piu'
perche' mi sento molto ricco e
molto meno infelice
e vedo anche quando c'e' poca luce
con un amico in piu'
con il mio amico in piu'
non farci caso tutto passa hanno
tradito anche me
almeno adesso tu sai bene chi e'
piccolo grande aiuto
discreto amico muto
il lavoro cosa vuoi che sia mai
un giorno bene un giorno male lo sai
da retta un poco a me
giochiamo a briscola
non posso certo diventare imbroglione
ma passerei qualche notte in prigione
per un amico in piu'
per un amico in piu'
perche' mi tiene ancor piu'caldo
di un pullover di lana
a volte e' meglio di una bella sottana
un caro amico in piu'
un caro amico in piu'
e se ti sei innamorato di lei
io rinuncio anche subito sai
forse guadagno qualcosa di piu'
un nuovo amico tu
perche un amico se lo svegli di notte
e' capitato gia
esce in pigiama e prende anche le botte
e poi te le rida'
ah na na na na na
ah na na na na na na
(Instrumental)
per un amico in piu'
per un amico in piu'
per un amico in piu'
per un amico in piu'
capelli grigi si qualcuno ne hai
e' meglio avremo un po' piu'tempo
vedrai
divertendoci come non mai
ancora insieme noi
non dico che divederei una montagna
per un amico in piu'
ma andrei a piedi certamente a bologna
per un amico in piu'
ah na na na na na
ah na na na na na na
forse guadagno qualche cosa di piu'
un vero amico

Margherita

Io non posso stare fermo
con le mani nelle mani,
tante cose devo fare
prima che venga domani...
E se lei già sta dormendo
io non posso riposare,
farò in modo che al risveglio
non mi possa più scordare.

Perché questa lunga notte
non sia nera più del nero,
fatti grande, dolce Luna,
e riempi il cielo intero...
E perché quel suo sorriso
possa ritornare ancora,
splendi Sole domattina
come non hai fatto ancora...

E per poi farle cantare
le canzoni che ha imparato,
io le costruirò un silenzio
che nessuno ha mai sentito...
Sveglierò tutti gli amanti
parlerò per ore ed ore,
abbracciamoci più forte
perché lei vuole l'amore.

Poi corriamo per le strade
e mettiamoci a ballare,
perché lei vuole la gioia,
perché lei odia il rancore,
poi con secchi di vernice
coloriamo tutti i muri,
case, vicoli e palazzi,
perché lei ama i colori,
raccogliamo tutti i fiori,
che può darci Primavera,
costruiamole una culla,
per amarci quando è sera.

Poi saliamo su nel cielo
e prendiamole una stella,
perché Margherita è buona,
perché Margherita è bella,
perché Margherita è dolce,
perché Margherita è vera,
perché Margherita ama,
e lo fa una notte intera.

Perché Margherita è un sogno,
perché Margherita è sale,
perché Margherita è il vento,
e non sa che può far male,
perché Margherita è tutto,
ed è lei la mia pazzia.
Margherita, Margherita,
Margherita adesso è mia,

Margherita è mia...


A mano a mano

A mano a mano ti accorgi che il vento
Ti soffia sul viso e ti ruba un sorriso
La vecchia stagione che sta per finire
Ti soffia sul cuore e ti ruba l'amore

A mano a mano si scioglie nel pianto
Quel dolce ricordo sbiadito dal tempo
Di quando vivevi con me in una stanza
Non c'erano soldi ma tanta speranza

E a mano a mano mi perdi e ti perdo
E quello che è stato ci sembra più assurdo
Di quando la notte eri sempre più vera
E non come adesso nei sabato sera....
Ma...dammi la mano e torna vicino
Può nascere un fiore nel nostro giardino
Che neanche l'inverno potrà mai gelare
Può crescere un fiore da questo mio amore per te

E a mano a mano vedrai che nel tempo
Lì sopra il tuo viso lo stesso sorriso
Che il vento crudele ci aveva rubato
Che torna fedele
L'amore è tornato da te....
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