Toggle Content Menu Principale

Toggle Content Info Utente

Benvenuto Anonimo

(Registrati)

Iscrizioni:
Ultimo: dada
Nuovi di oggi: 0
Nuovi di ieri: 0
Complessivo: 246

Persone Online:
Iscritti: 0
Visitatori: 362
Totale: 362
Chi è online:
 Visitatori:
01: Home
02: News
03: Home
04: Home
05: News
06: News
07: News
08: Home
09: News
10: coppermine
11: News
12: coppermine
13: News
14: Home
15: coppermine
16: Topics
17: coppermine
18: coppermine
19: Home
20: Home
21: Home
22: News
23: News
24: coppermine
25: Forums
26: News
27: Statistics
28: Home
29: Home
30: Home
31: Home
32: Forums
33: Home
34: News
35: coppermine
36: News
37: Home
38: Home
39: Stories Archive
40: News
41: Home
42: Home
43: Private Messages
44: Home
45: Home
46: News
47: coppermine
48: News
49: Home
50: News
51: Home
52: News
53: Home
54: Home
55: Home
56: Home
57: Stories Archive
58: News
59: coppermine
60: coppermine
61: Home
62: News
63: Home
64: Home
65: Home
66: Home
67: Home
68: News
69: Home
70: Home
71: Home
72: Home
73: Home
74: News
75: Home
76: Home
77: Home
78: Home
79: coppermine
80: News
81: Home
82: Home
83: News
84: Home
85: Home
86: News
87: coppermine
88: Home
89: Home
90: Forums
91: News
92: coppermine
93: Home
94: Home
95: Home
96: Home
97: Forums
98: News
99: News
100: Home
101: News
102: Forums
103: Home
104: Home
105: Home
106: Your Account
107: Search
108: News
109: News
110: News
111: Home
112: Home
113: News
114: Home
115: Forums
116: Home
117: Home
118: News
119: coppermine
120: Home
121: Forums
122: News
123: Home
124: News
125: Home
126: Home
127: Home
128: Forums
129: Forums
130: Home
131: Forums
132: Home
133: News
134: Home
135: Home
136: News
137: Home
138: Home
139: Home
140: coppermine
141: Home
142: News
143: Home
144: Home
145: News
146: News
147: Search
148: coppermine
149: Home
150: Stories Archive
151: Forums
152: Home
153: Tell a Friend
154: News
155: Home
156: Forums
157: Home
158: Your Account
159: Home
160: News
161: Home
162: coppermine
163: Home
164: Home
165: Home
166: News
167: Home
168: Home
169: Home
170: coppermine
171: Home
172: Forums
173: Home
174: News
175: Home
176: Home
177: Home
178: Home
179: coppermine
180: News
181: coppermine
182: Home
183: News
184: Stories Archive
185: coppermine
186: Home
187: coppermine
188: News
189: Home
190: Home
191: Home
192: News
193: coppermine
194: Private Messages
195: News
196: News
197: News
198: coppermine
199: News
200: Forums
201: coppermine
202: coppermine
203: Search
204: Home
205: Home
206: Home
207: News
208: News
209: Home
210: coppermine
211: Home
212: News
213: Forums
214: Home
215: Home
216: Search
217: Home
218: coppermine
219: Your Account
220: Home
221: Home
222: Home
223: coppermine
224: Home
225: News
226: Home
227: Home
228: Home
229: Home
230: coppermine
231: News
232: Home
233: Search
234: Home
235: News
236: Home
237: News
238: Home
239: Forums
240: News
241: coppermine
242: Home
243: News
244: Home
245: News
246: News
247: coppermine
248: Home
249: Home
250: Home
251: Forums
252: Home
253: Search
254: coppermine
255: News
256: Home
257: coppermine
258: Home
259: Home
260: News
261: News
262: coppermine
263: Home
264: Home
265: Home
266: Home
267: Home
268: News
269: Home
270: Home
271: News
272: News
273: Your Account
274: Home
275: coppermine
276: Home
277: coppermine
278: Home
279: Forums
280: Home
281: Home
282: Stories Archive
283: News
284: News
285: Forums
286: Home
287: Home
288: Home
289: Home
290: Home
291: coppermine
292: Home
293: News
294: Forums
295: Home
296: Forums
297: Your Account
298: Home
299: Forums
300: Home
301: coppermine
302: Home
303: Home
304: Stories Archive
305: Stories Archive
306: coppermine
307: Home
308: News
309: coppermine
310: News
311: coppermine
312: Stories Archive
313: Stories Archive
314: Home
315: Home
316: Home
317: Home
318: News
319: News
320: Forums
321: News
322: coppermine
323: Home
324: News
325: Contact
326: Home
327: Home
328: Home
329: Home
330: Stories Archive
331: Home
332: Home
333: News
334: Home
335: Home
336: coppermine
337: Home
338: Home
339: Home
340: coppermine
341: Home
342: Contact
343: Home
344: coppermine
345: Home
346: coppermine
347: Home
348: Home
349: Home
350: Forums
351: coppermine
352: Search
353: Forums
354: Home
355: coppermine
356: Home
357: Home
358: Home
359: News
360: Home
361: News
362: Home

Staff Online:

Nessuno dello Staff è online!

Toggle Content Coppermine Stats
coppermine
 Albums: 171
 Immagini: 8966
  · Viste: 1903899
  · Voti: 430
  · Commenti: 60

Toggle Content *
Segui maktea1 su Twitter


Toggle Content Autori
Riflessioni ° 3
Postato da Grazia01 il Martedì, 21 marzo @ 13:52:06 CET (1158 letture)
Pensieri, aforismi e citazioni I "La felicità non è fare tutto ciò che si vuole.
E' volere tutto ciò che si fa".
Nietzsche

"Ciò che è in basso è come ciò che è in alto,
e ciò che è in alto è come ciò che è in basso,
per compiere i miracoli della Cosa-Una (di una cosa sola)".
Ermete Trismegisto

Se dovessi pensare all'uomo come l'immagine di Dio,
non saprei che cosa pensare di Dio...
Konrad Lorenz

"Non è tanto importante quello che ci accade,
quanto il modo con cui vi reagiamo".
Hans Selye

"Tutto il mondo intero aspira alla libertà,
tuttavia ciascuna creatura è innamorata delle proprie catene.
Tale è il primo paradosso ed il nodo inestricabile
della nostra natura".
Aurobindo

"Per quanto una persona possa essere ornata di gioielli,
il cuore può tuttavia aver vinto i sensi.
La forma esteriore non costituisce la religione e non tocca la mente".
Buddha

"La mia felicità consiste nel sapere che provengo dal principio,
nel contemplare lo yin e lo yang,
nell'osservare il succedersi delle stagioni,
l'alternarsi del giorno e della notte,
e nel sapere che al principio farò ritorno".
Chuang-tzu

"Mentre discordavano sulla maniera con cui dovesse essere concepito
e venerato il nume, tutte le religioni convenivano
sul fatto di dover perseguitare, opprimere e distruggere
quelli che erano di religione diversa,
di dover vendicare con il risentimento più atroce
le offese, e di nutrir un odio implacabile
verso tutto il resto del genere umano"
G. Ortes

"Chi disse vox populi vox Dei,
o mirava ad imbrogliare le carte adulando il volgo,
o aveva di Dio un'idea molto infelice"
A. Gabelli

"Ma se i buoi, i cavalli e i leoni avessero le mani,
o potessero disegnare con le mani,
e fare opere come quelle degli uomini,
raffigurerebbero gli dei, il cavallo simili ai cavalli, il bue ai buoi,
e farebbero loro dei corpi come quelli che ha ciascuno di loro"
Senofane

"Se non conosci bene te stesso, come fai a conoscere un altro?
E quando conosci te stesso, tu sei l'altro."
Nisargadatta Maharaj

"Come fiamma più cresce più contesa dal vento,
ogni virtù, che il cielo esalta,
tanto più splende quant'è più offesa"
Michelangelo Buonarroti
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


Riflessioni * 2
Postato da Grazia01 il Martedì, 21 marzo @ 13:46:50 CET (1320 letture)
Pensieri, aforismi e citazioni I "Noi creiamo il mondo che percepiamo, non perché non esiste realtà fuori dalla nostra mente, ma perché scegliamo e modifichiamo la realtà che vediamo in modo che si adegui alle nostre convinzioni sul mondo in cui viviamo. Si tratta di una funzione necessaria al nostro adattamento e alla nostra sopravvivenza".
Gregory Bateson

"Pensare è un'arte che s’impara come tutte le altre
e anche con maggiore difficoltà".
J.J. Rousseau

"Cos'è tutto questo affannarsi per il denaro,
e tormentarsi per questo mondo?
Hai mai visto qualcuno che sia vissuto eterno?
Questi uno o due soffi di vita che sono nel tuo corpo,
sono un imprestito:
a mo' d'imprestito bisogna vivere.
Omar Khayyàm

"Oh Grande Spirito,
concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare,
e la saggezza di capirne la differenza".
preghiera Cherokee

Hanno detto: "Da ogni parte c'è la luce di Dio".
Ma gridano gli uomini tutti: "Dov'è quella luce?".
L'ignaro guarda a ogni parte, a destra, a sinistra;
ma dice una Voce: "Guarda soltanto, senza destra e sinistra!".
Gialâl ad-Dîn Rûmî

"Chi sa non parla; chi parla non sa.
Confondendosi esteriormente con l’uomo comune,
l’uomo reale è al di là dell’onore e al di là del disprezzo:
per questo è ciò che di più alto vi è al mondo".
Lao-Tzû

"La religione è un'illusione, e deriva la sua forza
dal fatto che corrisponde ai nostri desideri istintuali"
S. Freud

"Una società di atei inventerebbe subito una religione"
H. de Balzac

"Quando c’è l’Amore voi non siete; quando voi siete non c’è l’Amore.
Quando c’è il sé non c’è Dio, quando il sé scompare c’è Dio".
Krishnamurti

"Che cosa è il nostro concetto di Dio
se non la personificazione dell'inconcepibile?"
G. C. Lichtenberg

"Gli stolti non si curano solo del dovere da compiere
o dello scopo che dovrebbero raggiungere, ma pensano a se stessi soltanto.
Ogni cosa è solo un piedistallo per la loro vanità".
Buddha

"Non c'è niente di più profondo di ciò che appare in superficie".
G. W. F. Hegel

Se esiste un uomo non violento,
perché non può esistere una famiglia non violenta?
E perché non un villaggio?
una città, un paese, un mondo non violento?
Gandhi
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


Riflessioni * 1
Postato da Grazia01 il Martedì, 21 marzo @ 13:43:26 CET (1311 letture)
Pensieri, aforismi e citazioni I "La mia religione sta nel rispetto dell'altro da me,
nel credere che bisogna lasciare un segno di noi nel passaggio sulla terra
e sentire fino in fondo le proprie responsabilità terrene".
Francesca Sanvitale

"E' un peccato il non fare niente col pretesto che non possiamo fare tutto".
Winston Churchill

"Una volta che ti rendi conto che il mondo è una tua proiezione,
ne sei libero..."
Nisargadatta Maharaj

"Bisogna essere di mente aperta, ma non tanto da far cadere il cervello".
Piero Angela

"Perché si uccidono le persone che hanno ucciso altre persone?
Per dimostrare che le persone non si debbono uccidere?"
Norman Mailer

"La vita e la morte confluiscono in uno, e non c'è né evoluzione né destino;
soltanto essere".
Albert Einstein

Il pensiero si manifesta nella parola;
la parola si manifesta nell'atto;
l'atto si sviluppa in abitudine;
e l'abitudine si solidifica in carattere.
Sorveglia quindi con cura il pensiero e le sue strade,
e fa che esso sgorghi dall'amore
nato dalla premura per tutti gli esseri.
Buddha

"La nostra psiche è costituita in armonia con la struttura dell'universo,
e ciò che accade nel macrocosmo accade egualmente
negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell'anima".
Carl Gustav Jung

"Colui che conosce gli altri è sapiente;
colui che conosce se stesso è illuminato.
Colui che vince un altro è potente;
colui che vince se stesso è superiore".
Lao-Tzû

Un saggio disse ai suoi discepoli:
"spiegate questo mio gesto!" e gettò a terra il suo bastone.
Quelli andarono e tornarono da lui con mille spiegazioni,
ma nessuno lo accontentò.
I discepoli perplessi gli chiesero quale fosse allora la vera interpretazione:
il saggio prese il suo bastone e di nuovo lo gettò a terra.
Anonimo

"Non vi è nulla di nascosto che non debba essere rivelato.
Né cosa segreta che non venga alla luce".
Matteo, cap. X, v. 26 - Marco, cap. IV, v. 22
Luca, cap. VIII, v. 17 - cap. XII, v. 2

"È mondanità quando si abbandona il mondo,
ma interiormente si è parte di quel mondo di invidia, cupidigia, paura;
si accetta l’autorità e la divisione fra colui che sa e colui che non sa".
Krishnamurti

"Tutte le cose erano insieme;
poi venne la mente e le dispose in ordine".
Anassagora

"Sulle ginocchia dei genitori eri un neonato che piangeva,
mentre tutti intorno a te sorridevano.
Vivi, dunque, affinché scivolando nel tuo ultimo lungo sonno,
tu possa sorridere mentre tutti intorno a te piangeranno".
Hafiz

"La scienza ha radici nell'immanente,
ma porta l'uomo verso il trascendente".
Papa Giovanni Paolo II (1920 - 2005)
Frase incisa sul lucernario della Basilica di S. Maria degli Angeli e dei Martiri
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


Padre, se anche tu non fossi il mio -Camillo Sbarbaro
Postato da Grazia01 il Martedì, 21 marzo @ 11:20:39 CET (8872 letture)
Poesie generiche Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t'amerei.
Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno
Che la prima viola sull'opposto
Muro scopristi dalla tua finestra
E ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
Di casa uscisti e l'appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell'altra volta mi ricordo
Che la sorella mia piccola ancora
Per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
Dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l'attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l'avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t'amerei.

Camillo Sbarbaro
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 4.46


Distrazione di Luigi Pirandello
Postato da Grazia01 il Lunedì, 20 marzo @ 23:35:44 CET (2876 letture)
Racconti e poesie di Pirandello Nero tra il baglior polverulento d'un sole d'agosto che non dava respiro, un carro funebre di terza classe si fermò davanti al portone accostato d'una casa nuova d'una delle tante vie nuove di Roma, nel quartiere dei Prati di Castello. Potevano esser le tre del pomeriggio.
Tutte quelle case nuove, per la maggior parte non ancora abitate, pareva guardassero coi vani delle finestre sguarnite quel carro nero.
Fatte da così poco apposta per accogliere la vita, invece della vita - ecco qua - la morte vedevano, che veniva a far preda giusto lì.
Prima della vita, la morte.
E se n'era venuto lentamente, a passo, quel carro. Il cocchiere, che cascava a pezzi dal sonno, con la tuba spelacchiata, buttata a sghembo sul naso, e un piede sul parafango davanti, al primo portone che gli era parso accostato in segno di lutto, aveva dato una stratta alle briglie, l'arresto al manubrio della martinicca, e s'era sdraiato a dormire più comodamente su la cassetta.
Dalla porta dell'unica bottega della via s'affacciò, scostando la tenda di traliccio, unta e sgualcita, un omaccio spettorato, sudato, sanguigno, con le maniche della camicia rimboccate su le braccia pelose.
- Ps!- chiamò, rivolto al cocchiere. - Ahò! Più là...
Il cocchiere reclinò il capo per guardar di sotto la falda della tuba posata sul naso; allentò il freno; scosse le briglie sul dorso dei cavalli e passò avanti alla drogheria, senza dir nulla.
Qua o là, per lui, era lo stesso.
E davanti al portone, anch'esso accostato della casa più in là, si fermò e riprese a dormire.
- Somaro! - borbottò il droghiere, scrollando le spalle. - Non s'accorge che tutti i portoni a quest'ora sono accostati. Dev'essere nuovo del mestiere.
Così era veramente. E non gli piaceva per nientissimo affatto, quel mestiere, a Scalabrino. Ma aveva fatto il portinaio, e aveva litigato prima con tutti gl'inquilini e poi col padron di casa; il sagrestano a San Rocco, e aveva litigato col parroco; s'era messo per vetturino di piazza e aveva litigato con tutti i padroni di rimessa, fino a tre giorni fa. Ora, non trovando di meglio in quella stagionaccia morta, s'era allogato in una Impresa di pompe funebri. Avrebbe litigato pure con questa - lo sapeva sicuro - perché le cose storte, lui, non le poteva soffrire. E poi era disgraziato, ecco. Bastava vederlo. Le spalle in capo; gli occhi a sportello; la faccia gialla, come di cera, e il naso rosso. Perché rosso, il naso? Perché tutti lo prendessero per ubriacone; quando lui neppure lo sapeva che sapore avesse il vino.
- Puh!
Ne aveva fino alla gola, di quella vitaccia porca. E un giorno o l'altro, l'ultima litigata per bene l'avrebbe fatta con l'acqua del fiume, e buona notte.
Per ora là, mangiato dalle mosche e dalla noia, sotto la vampa cocente del sole, ad aspettar quel primo carico. Il morto.
O non gli sbucò, dopo una buona mezz'ora, da un altro portone in fondo, dall'altro lato della via?
- Te possino... (al morto) - esclamò tra i denti, accorrendo col carro, mentre i becchini, ansimanti sotto il peso d'una misera bara vestita di mussolo nero, filettata agli orli di fettuccia bianca, sacravano e protestavano:
- Te possino... (a lui) - Te pij n'accidente - 0 ch'er nummero der portone non te l'aveveno dato?
Scalabrino fece la voltata senza fiatare; aspettò che quelli aprissero lo sportello e introducessero il carico nel carro.
- Tira via!
E si mosse, lentamente, a passo, com'era venuto: ancora col piede alzato sul parafango davanti e la tuba sul naso.
Il carro, nudo. Non un nastro, non un fiore.
Dietro, una sola accompagnatrice.
Andava costei con un velo nero trapunto, da messa, calato sul volto; indossava una veste scura, di mussolo rasato, a fiorellini gialli, e un ombrellino chiaro aveva, sgargiante sotto il sole, aperto e appoggiato su la spalla.
Accompagnava il morto, ma si riparava dal sole con l'ombrellino. E teneva il capo basso, quasi più per vergogna che per afflizione.
- Buon passeggio, ah Rosi'! - le gridò dietro il droghiere scamiciato, che s'era fatto di nuovo alla porta della bottega. E accompagnò il saluto con un riso sguaiato, scrollando il capo.
L'accompagnatrice si voltò a guardarlo attraverso il velo; alzò la mano col mezzo guanto di filo per fargli un cenno di saluto, poi l'abbassò per riprendersi di dietro la veste, e mostrò le scarpe scalcagnate. Aveva però i mezzi guanti di filo e l'ombrellino, lei.
- Povero sor Bernardo, come un cane, - disse forte qualcuno dalla finestra d'una casa.
Il droghiere guardò in su, seguitando a scrollare il capo.
- Un professore, con la sola servaccia dietro... - gridò un'altra voce, di vecchia, da un'altra finestra.
Nel sole, quelle voci dall'alto sonavano nel silenzio della strada deserta, strane.
Prima di svoltare, Scalabrino pensò di proporre all'accompagnatrice di pigliare a nolo una vettura per far più presto, già che nessun cane era venuto a far coda a quel mortorio.
- Con questo sole... a quest'ora...
Rosina scosse il capo sotto il velo. Aveva fatto giuramento, lei, che avrebbe accompagnato a piedi il padrone fino all'imboccatura di via San Lorenzo.
- Ma che ti vede il padrone?
Niente! Giuramento. La vettura, se mai, l'avrebbe presa, lassù, fino a Campoverano.
- E se te la pago io? - insistette Scalabrino.
Niente. Giuramento.
Scalabrino masticò sotto la tuba un'altra imprecazione e seguitò a passo, prima per il ponte Cavour, poi per Via Tomacelli e per Via Condotti e per Piazza di Spagna e Via Due Macelli e Capo le Case e Via Sistina.
Fin qui, tanto o quanto, si tenne su, sveglio, per scansare le altre vetture, i tram elettrici e le automobili, considerando che a quel mortorio lì nessuno avrebbe fatto largo e portato rispetto.
Ma quando, attraversata sempre a passo Piazza Barberini, imboccò l'erta via di San Niccolò da Tolentino, rialzò il piede sul parafango, si calò di nuovo la tuba sul naso e si riaccomodò a dormire.
I cavalli, tanto, sapevano la via.
I rari passanti si fermavano e si voltavano a mirare, tra stupiti e indignati. Il sonno del cocchiere su la cassetta e il sonno del morto dentro il carro: freddo e nel buio, quello del morto; caldo e nel sole, quello del cocchiere; e poi quell'unica accompagnatrice con l'ombrellino chiaro e il velo nero abbassato sul volto: tutto l'insieme di quel mortorio, insomma, così zitto zitto e solo solo, a quell'ora, bruciata, faceva proprio cader le braccia.
Non era il modo, quello, d'andarsene all'altro mondo! Scelti male il giorno, l'ora, la stagione. Pareva che quel morto lì avesse sdegnato di dare alla morte una conveniente serietà. Irritava. Quasi quasi aveva ragione il cocchiere che se la dormiva.
E così avesse seguitato a dormire Scalabrino fino al principio di Via San Lorenzo! Ma i cavalli, appena superata l'erta, svoltando per Via Volturno, pensarono bene d'avanzare un po' il passo; e Scalabrino si destò.
Ora, destarsi, veder fermo sul marciapiedi a sinistra un signore allampanato, barbuto, con grossi occhiali neri, stremenzito in un abito grigio, sorcigno, e sentirsi arrivare in faccia, su la tuba, un grosso involto, fu tutt'uno!
Prima che Scalabrino avesse tempo di riaversi, quel signore s'era buttato innanzi ai cavalli, li aveva fermati e, avventando gesti minacciosi, quasi volesse scagliar le mani, non avendo più altro da scagliare, urlava, sbraitava:
- A me? a me? mascalzone! canaglia! manigoldo! a un padre di famiglia? a un padre di otto figliuoli? manigoldo! farabutto!
Tutta la gente che si trovava a passare per via e tutti i bottegai e gli avventori s'affollarono di corsa attorno al carro e tutti gl'inquilini delle case vicine s'affacciarono alle finestre, e altri curiosi accorsero, al clamore, dalle prossime vie, i quali, non riuscendo a sapere che cosa fosse accaduto, smaniavano, accostandosi a questo e a quello, e si drizzavano su la punta dei piedi.
- Ma che è stato?
- Uhm... pare che... dice che... non so!
- Ma c'è il morto?
- Dove?
- Nel carro, c'è?
- Uhm!... Chi è morto?
- Gli pigliano la contravvenzione!
- Al morto?
- Al cocchiere...
- E perché?
- Mah!... pare che... dice che...
Il signore grigio allampanato seguitava intanto a sbraitare presso la vetrata d'un caffè, dove lo avevano trascinato; reclamava l'involto scagliato contro il cocchiere; ma non s'arrivava ancora a comprendere perché glielo avesse scagliato. Sul carro, il cocchiere cadaverico, con gli occhi miopi strizzati, si rimetteva in sesto la tuba e rispondeva alla guardia di città che, tra la calca e lo schiamazzo, prendeva appunti su un taccuino.
Alla fine il carro si mosse tra la folla che gli fece largo, vociando; ma, come apparve di nuovo, sotto l'ombrellino chiaro, col velo nero abbassato sul volto, quell'unica accompagnatrice- silenzio. Solo qualche monellaccio fischiò.
Che era insomma accaduto?
Niente. Una piccola distrazione. Vetturino di piazza fino a tre giorni fa, Scalabrino, stordito dal sole, svegliato di soprassalto, s'era scordato di trovarsi su un carro funebre: gli era parso d'essere ancora su la cassetta d'una botticella e, avvezzo com'era ormai da tanti anni a invitar la gente per via a servirsi del suo legno, vedendosi guardato da quel signore sorcigno fermo lì sul marciapiede, gli aveva fatto segno col dito, se voleva montare.
E quel signore, per un piccolo segno, tutto quel baccano...


Luigi Pirandello
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 4.5


Il treno ha fischiato di Luigi Pirandello
Postato da Grazia01 il Lunedì, 20 marzo @ 23:25:50 CET (11594 letture)
Racconti e poesie di Pirandello Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d'un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s'era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt'intorno.
S'era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s'allontanava nella notte.
C'era, ah! c'era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c'era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s'avviava... Firenze, Bologna, Torino, Venezia... tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui!. E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr'egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato più! Il mondo s'era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell'arida, ispida angustia della sua computisteria... Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. L'attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l'immaginazione d'improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari... Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. C'erano, mentr'egli qua viveva questa vita «impossibile», tanti e tanti milioni d'uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch'egli qua soffriva, c'erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti
Sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva così... c'erano gli oceani... le foreste...
E, dunque, lui - ora che il mondo gli era rientrato nello spirito - poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l'immaginazione una boccata d'aria nel mondo.
Gli bastava!
Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S'era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d'un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa aria, lo sentiva.
Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo-ufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capo-ufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l'altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia... oppure... nelle foreste del Congo:
- Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato...


Luigi Pirandello
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 3.26


Di sera, un geranio di Luigi Pirandello
Postato da Grazia01 il Lunedì, 20 marzo @ 23:20:32 CET (3425 letture)
Racconti e poesie di Pirandello S'è liberato nel sonno, non sa come: forse come quando s'affonda nell'acqua, che si ha la sensazione che poi il corpo riverrà su da sé, e su invece riviene solamente la sensazione, ombra galleggiante del corpo rimasto giú.
Dormiva, e non è piú nel suo corpo; non può dire che si sia svegliato; e in che cosa ora sia veramente, non sa; è come sospeso a galla nell'aria della sua camera chiusa.
Alienato dai sensi, ne serba piú che gli avvertimenti il ricordo, com'erano; non ancora lontani ma già staccati: là l'udito, dov'è un rumore anche minimo nella notte; qua la vista, dov'è appena un barlume; e le pareti, il soffitto (come di qua pare polveroso) e giú il pavimento col tappeto, e quell'uscio, e lo smemorato spavento di quel letto col piumino verde e le coperte giallognole, sotto le quali s'indovina un corpo che giace inerte; la testa calva, affondata sui guanciali scomposti; gli occhi chiusi e la bocca aperta tra i peli rossicci dei baffi e della barba, grossi peli, quasi metallici; un foro secco, nero; e un pelo delle sopracciglia così lungo, che se non lo tiene a posto, gli scende sull'occhio.
Lui, quello! Uno che non è piú. Uno a cui quel corpo pesava già tanto. E che fatica anche il respiro! Tutta la vita, ristretta in questa camera; e sentirsi a mano a mano mancar tutto, e tenersi in vita fissando un oggetto, questo o quello, con la paura d'addormentarsi. Difatti poi, nel sonno...
Come gli suonano strane, in quella camera, le ultime parole della vita:
- Ma lei è di parere che, nello stato in cui sono ridotto, sia da tentare un'operazione così rischiosa?
- Al punto in cui siamo, il rischio veramente...
- Non è il rischio. Dico se c'è qualche speranza.
- Ah, poca.
- E allora... -
La lampada rosea, sospesa in mezzo alla camera, è rimasta accesa invano.
Ma dopo tutto, ora s'è liberato, e prova per quel suo corpo là, piú che antipatia, rancore. Veramente non vide mai la ragione che gli altri dovessero riconoscere quell'immagine come la cosa piú sua.
Non era vero. Non è vero.
Lui non era quel suo corpo; c'era anzi così poco; era nella vita lui, nelle cose che pensava, che gli s'agitavano dentro, in tutto ciò che vedeva fuori senza piú vedere se stesso. Case strade cielo. Tutto il mondo.
Già, ma ora, senza piú il corpo, è questa pena ora, è questo sgomento del suo disgregarsi e diffondersi in ogni cosa, a cui, per tenersi, torna a aderire ma, aderendovi, la paura di nuovo, non d'addormentarsi, ma del suo svanire nella cosa che resta là per sé, senza piú lui: oggetto: orologio sul comodino, quadretto alla parete, lampada rosea sospesa in mezzo alla camera.
Lui è ora quelle cose; non piú com'erano, quando avevano ancora un senso per lui; quelle cose che per se stesse non hanno alcun senso e che ora dunque non sono piú niente per lui.
E questo è morire.
Il muro della villa. Ma come, n'è già fuori? La luna vi batte sopra; e giú è il giardino.
La vasca, grezza, è attaccata al muro di cinta. Il muro è tutto vestito di verde dalle roselline rampicanti.
L'acqua, nella vasca, piomba a stille. Ora è uno sbruffo di bolle. Ora è un filo di vetro, limpido, esile, immobile.
Come chiara quest'acqua nel cadere! Nella vasca diventa subito verde, appena caduta. E così esile il filo, così rade a volte le stille che a guardar nella vasca il denso volume d'acqua già caduta è come un'eternità di oceano.
A galla, tante foglioline bianche e verdi, appena ingiallite. E a fior d'acqua, la bocca del tubo di ferro dello scarico, che si berrebbe in silenzio il soverchio dell'acqua, se non fosse per queste foglioline che, attratte, vi fan ressa attorno. Il risucchio della bocca che s'ingorga è come un rimbrotto rauco a queste sciocche frettolose a cui par che tardi di sparire ingoiate, come se non fosse bello nuotar lievi e così bianche sul cupo verde vitreo dell'acqua. Ma se sono cadute! se sono così lievi! E se ci sei tu, bocca di morte, che fai la misura!
Sparire.
Sorpresa che si fa di mano in mano piú grande, infinita: l'illusione dei sensi, già sparsi, che a poco a poco si svuota di cose che pareva ci fossero e che invece non c'erano; suoni, colori, non c'erano; tutto freddo, tutto muto; era niente; e la morte, questo niente della vita com'era. Quel verde... Ah come, all'alba, lungo una proda, volle esser erba lui, una volta, guardando i cespugli e respirando la fragranza di tutto quel verde così fresco e nuovo! Groviglio di bianche radici vive abbarbicate a succhiar l'umore della terra nera. Ah come la vita è di terra, e non vuol cielo, se non per dare respiro alla terra! Ma ora lui è come la fragranza di un'erba che si va sciogliendo in questo respiro, vapore ancora sensibile che si dirada e vanisce, ma senza finire, senz'aver piú nulla vicino; sì, forse un dolore; ma se può far tanto ancora di pensarlo, è già lontano, senza piú tempo, nella tristezza infinita d'una così vana eternità.
Una cosa, consistere ancora in una cosa, che sia pur quasi niente, una pietra. O anche un fiore che duri poco: ecco, questo geranio...
- Oh guarda giú, nel giardino, quel geranio rosso. Come s'accende! Perché?
Di sera, qualche volta, nei giardini s'accende così, improvvisamente, qualche fiore; e nessuno sa spiegarsene la ragione.


Luigi Pirandello
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 5


La giara di Luigi Pirandello
Postato da Grazia01 il Lunedì, 20 marzo @ 15:27:52 CET (6287 letture)
Racconti e poesie di Pirandello Piena anche per gli olivi quell'annata. Piante massaie, cariche l'anno avanti, avevano raffermato tutte, a dispetto della nebbia che le aveva oppresse sul fiorire. Lo Zirafa, che ne aveva un bel giro nel suo podere delle Quote a Primosole, prevedendo che le cinque giare vecchie di coccio smaltato che aveva in cantina non sarebbero bastate a contener tutto l'olio della nuova raccolta, ne aveva ordinata a tempo una sesta più capace a Santo Stefano di Camastra, dove si fabbricavano: alta a petto d'uomo, bella panciuta e maestosa, che fosse delle altre cinque la badessa. Neanche a dirlo, aveva litigato anche col fornaciaio di là per questa giara. E con chi non l'attaccava Don Lollò Zirafa? Per ogni nonnulla, anche per una pietruzza caduta dal murello di cinta, anche per una festuca di paglia, gridava che gli sellassero la mula per correre in città a fare gli atti. Così, a furia di carta bollata e d'onorarii agli avvocati, citando questo, citando quello e pagando sempre le spese per tutti, s'era mezzo rovinato. Dicevano che il suo consulente legale, stanco di vederselo comparire davanti due o tre volte la settimana, per levarselo di torno, gli aveva regalato un libricino come quelli da messa: il codice, perché ci si scapasse a cercare da sé il fondamento giuridico alle liti che voleva intentare. Prima, tutti coloro con cui aveva da dire, per prenderlo in giro gli gridavano:
- Sellate la mula! - Ora, invece: - Consultate il calepino! -
E Don Lollò rispondeva:- Sicuro, e vi fulmino tutti, figli d'un cane!
Quella bella giara nuova, pagata quattr'onze ballanti e sonanti, in attesa del posto da trovarle in cantina, fu allogata provvisoriamente nel palmento. Una giara così non s'era mai veduta. Allogata in quell'antro intanfato di mosto e di quell'odore acre e crudo che cova nei luoghi senz'aria e senza luce, faceva pena. .Da due giorni era cominciata l'abbacchiatura delle olive, e Don Lollò era su tutte le furie perché, tra gli abbacchiatori e i mulattieri venuti con le mule cariche di concime da depositare a mucchi su la costa per la favata della nuova stagione, non sapeva più come spartirsi, a chi badar prima. E bestemmiava come un turco e minacciava di fulminare questi e quelli, se un'oliva, che fosse un'oliva, gli fosse mancata, quasi le avesse prima contate tutte a una a una sugli alberi; o se non fosse ogni mucchio di concime della stessa misura degli altri. Col cappellaccio bianco, in maniche di camicia, spettorato, affocato in volto e tutto sgocciolante di sudore, correva di qua e di là, girando gli occhi lupigni e stropicciandosi con rabbia le guance rase, su cui la barba prepotente rispuntava quasi sotto la raschiatura del rasoio. Ora, alla fine della terza giornata, tre dei contadini che avevano abbacchiato, entrando nel palmento per deporvi le scale e le canne, restarono alla vista della bella giara nuova, spaccata in due, come se qualcuno, con un taglio netto, prendendo tutta l'ampiezza della pancia, ne avesse staccato tutto il lembo davanti.
- Guardate! guardate!- Chi sarà stato?- Oh, mamma mia! E chi lo sente ora Don Lollò? La giara nuova, peccato!
Il primo, più spaurito di tutti, propose di raccostar subito la porta e andare via zitti zitti, lasciando fuori, appoggiate al muro, le scale e le canne.
Ma il secondo:- Siete pazzi? Con don Lollò? Sarebbe capace di credere che gliel'abbiamo rotta noi.
Fermi qua tutti! Uscì davanti al palmento e, facendosi portavoce delle mani, chiamò:- Don Lollò! Ah, Don Lollòoo!
Eccolo là sotto la costa con gli scaricatori del concime: gesticolava al solito furiosamente, dandosi di tratto in tratto con ambo le mani una rincalcata al cappellaccio bianco. Arrivava talvolta, a forza di quelle rincalcate, a non poterselo più strappare dalla nuca e dalla fronte. Già nel cielo si spegnevano gli ultimi fuochi del crepuscolo, e tra la pace che scendeva su la campagna con le ombre della sera e la dolce frescura, avventavano i gesti di quell'uomo sempre infuriato.
- Don Lollò! Ah, Don Lollòoo! Quando venne su e vide lo scempio, parve volesse impazzire. Si scagliò prima contro quei tre; ne afferrò uno per la gola e lo impiccò al muro gridando:
- Sangue della Madonna, me la pagherete! Afferrato a sua volta dagli altri due, stravolti nelle facce terrigne e bestiali, rivolse contro se stesso la rabbia furibonda, sbatacchiò a terra il cappellaccio, si percosse le guance, pestando i piedi e sbraitando a modo di quelli che piangono un parente morto:
- La giara nuova! Quattr'onze di giara! Non incignata ancora! Voleva sapere chi gliel'avesse rotta! Possibile che si fosse rotta da sé? Qualcuno per forza doveva averla rotta, per infamità o per invidia!
Ma quando? Ma come? Non gli si vedeva segno di violenza! Che fosse arrivata rotta dalla fabbrica? Ma che! Sonava come una campana! Appena i contadini videro che la prima furia gli era caduta, cominciarono ad esortarlo a calmarsi. La giara si poteva sanare. Non era poi rotta malamente. Un pezzo solo. Un bravo conciabrocche l'avrebbe rimessa su, nuova. C'era giusto Zi' Dima Licasi, che aveva scoperto un mastice miracoloso, di cui serbava gelosamente il segreto: un mastice, che neanche il martello ci poteva, quando aveva fatto presa. Ecco, se don Lollò voleva, domani, alla punta dell'alba, Zi' Dima Licasi sarebbe venuto lì e, in quattro e quattr'otto, la giara, meglio di prima.Don Lollò diceva di no, a quelle esortazioni: ch'era tutto inutile; che non c'era più rimedio; ma alla fine si lasciò persuadere, e il giorno appresso, all'alba, puntuale, si presentò a Primosole Zi' Dima Licasi con la cesta degli attrezzi dietro le spalle. Era un vecchio sbilenco, dalle giunture storpie e nodose, come un ceppo antico di olivo saraceno. Per cavargli una parola di bocca ci voleva l'uncino. Mutria o tristezza radicate in quel suo corpo deforme; o anche sconfidenza che nessuno potesse capire e apprezzare giustamente il suo merito d'inventore non ancora patentato. Voleva che parlassero i fatti, Zi' Dima Licasi. Doveva poi guardarsi davanti e dietro, perché non gli rubassero il segreto.
- Fatemi vedere codesto mastice - gli disse per prima cosa Don Lollò, dopo averlo squadrato a lungo con diffidenza.
Zi' Dima negò col capo, pieno di dignità.
- All'opera si vede.- Ma verrà bene? Zi' Dima posò a terra la cesta; ne cavò un grosso fazzoletto di cotone rosso, logoro e tutto avvoltolato;
prese a svolgerlo pian piano, tra l'attenzione e la curiosità di tutti, e quando alla fine venne fuori un paio d'occhiali col sellino e le stanghette rotte e legate con lo spago, lui sospirò e gli altri risero. Zi' Dima non se ne curò; si pulì le dita prima di pigliare gli occhiali; se li inforcò; poi si mise a esaminare con molta gravità la giara tratta sull'aja. Disse:
- Verrà bene.- Col mastice solo però - mise per patto lo Zirafa - non mi fido. Ci voglio anche i punti.- Me ne vado - rispose senz'altro Zi' Dima, rizzandosi e rimettendosi la cesta dietro le spalle.Don Lollò lo acchiappò per un braccio.
- Dove? Messere e porco, così trattate? Ma guarda un po' che arie da Carlomagno! Scannato miserabile e pezzo d'asino, ci devo metter olio, io, là dentro, e l'olio trasuda! Un miglio di spaccatura, col mastice solo? Ci voglio i punti. Mastice e punti. Comando io.Zi' Dima chiuse gli occhi, strinse le labbra e scosse il capo. Tutti così! Gli era negato il piacere di fare un lavoro pulito, filato coscienziosamente a regola d'arte, e di dare una prova della virtù del suo mastice.
- Se la giara - disse - non suona di nuovo come una campana...- Non sento niente, - lo interruppe Don Lollò.
- I punti! Pago mastice e punti. Quanto vi debbo dare?- Se col mastice solo...- Càzzica che testa! - esclamò lo Zirafa. - Come parlo? V'ho detto che ci voglio i punti. C'intenderemo a lavoro finito: non ho tempo da perdere con voi. E se ne andò a badare ai suoi uomini. Zi' Dima si mise all'opera gonfio d'ira e di dispetto. E l'ira e il dispetto gli crebbero ad ogni foro che praticava col trapano nella giara e nel lembo spaccato per farvi passare il fil di ferro della cucitura. Accompagnava il frullo della saettella con grugniti a mano a mano più frequenti e più forti; e il viso gli diventava più verde dalla bile e gli occhi più aguzzi e accesi di stizza. Finita quella prima operazione, scagliò con rabbia il trapano nella cesta; applicò il lembo staccato alla giara per provare se i fori erano a egual distanza e in corrispondenza tra loro, poi con le tenaglie fece del fil di ferro tanti pezzetti quanti erano i punti che doveva dare, e chiamò per aiuto uno dei contadini che abbacchiavano.- Coraggio, Zi' Dima! - gli disse quello, vedendogli la faccia alterata. Zi' Dima alzò la mano a un gesto rabbioso. Aprì la scatola di latta che conteneva il mastice, e lo levò al cielo, scotendolo, come per offrirlo a Dio, visto che gli uomini non volevano riconoscerne le virtù: poi col dito cominciò a spalmarlo tutt'in giro al lembo staccato e lungo la spaccatura; prese le tenaglie e i pezzetti di fil di ferro preparati avanti, e si cacciò dentro la pancia aperta della giara, ordinando al contadino di applicare il lembo alla giara, così come aveva fatto lui poc'anzi. Prima di cominciare a dare i punti:
- Tira! - disse dall'interno della giara al contadino. - Tira con tutta la tua forza! Vedi se si stacca più? Malanno a chi non ci crede! Picchia, picchia! Suona, si o no, come una campana anche con me qua dentro? Va', va' a dirlo al tuo padrone!- Chi è sopra comanda, Zi' Dima, - sospirò il contadino - e chi è sotto si danna! Date i punti, date i punti.
E Zi' Dima si mise a far passare ogni pezzetto di fil di ferro attraverso i due fori accanto, l'uno di qua e l'altro di là della saldatura; e con le tanaglie ne attorceva i due capi. Ci volle un'ora a passarli tutti. I sudori, giù a fontana, dentro la giara. Lavorando, si lagnava della sua mala sorte. E il contadino, di fuori, a confortarlo.- Ora aiutami a uscirne, - disse alla fine Zi' Dima. Ma quanto larga di pancia, tanto quella giara era stretta di collo. Zi' Dima, nella rabbia, non ci aveva fatto caso. Ora, prova e riprova, non trovava più il modo di uscirne. E il contadino invece di dargli aiuto, eccolo là, si torceva dalle risa. Imprigionato, imprigionato lì, nella giara da lui stesso sanata e che ora - non c'era via di mezzo - per farlo uscire, doveva essere rotta daccapo e per sempre. Alle risa, alle grida, sopravvenne Don Lollò. Zi' Dima, dentro la giara, era come un gatto inferocito.
Fatemi uscire! - urlava -. Corpo di Dio, voglio uscire! Subito! Datemi aiuto! Don Lollò rimase dapprima come stordito. Non sapeva crederci.
- Ma come? là dentro? s'è cucito là dentro? S'accostò alla giara e gridò al vecchio:- Aiuto? E che aiuto posso darvi io? Vecchiaccio stolido, ma come? non dovevate prender prima le misure? Su, provate: fuori un braccio... così! e la testa... su... no, piano! Che! giù... aspettate! così no! giù, giù... Ma come avete fatto? E la giara, adesso? Calma! Calma! Calma! - si mise a raccomandare tutt'intorno, come se la calma stessero per perderla gli altri e non lui.
- Mi fuma la testa! Calma! Questo è caso nuovo... La mula!Picchiò con le nocche delle dita su la giara. Sonava davvero come una campana.- Bella! Rimessa a nuovo... Aspettate! - disse al prigioniero.
- Va' a sellarmi la mula! - ordinò al contadino; e, grattandosi con tutte le dita la fronte, seguitò a dire tra sé: «Ma vedete un po' che mi capita! Questa non è giara! quest'è ordigno del diavolo! Fermo! Fermo lì!»
E accorse a regger la giara, in cui Zi' Dima, furibondo, si dibatteva come una bestia in trappola.- Caso nuovo, caro mio, che deve risolvere l'avvocato! Io non mi fido. La mula! La mula! Vado e torno, abbiate pazienza! Nell'interesse vostro... Intanto, piano! calma! Io mi guardo i miei.
E prima di tutto, per salvare il mio diritto, faccio il mio dovere. Ecco: vi pago il lavoro, vi pago la giornata. Cinque lire. Vi bastano?- Non voglio nulla! - gridò Zi' Dima. - Voglio uscire.- Uscirete. Ma io, intanto, vi pago. Qua, cinque lire. Le cavò dal taschino del panciotto e le buttò nella giara. Poi domandò, premuroso:- Avete fatto colazione? Pane e companatico, subito! Non ne volete? Buttatelo ai cani! A me basta che ve l'abbia dato.
Ordinò che gli si désse; montò in sella, e via di galoppo per la città. Chi lo vide, credette che andasse a chiudersi da sé in manicomio, tanto e in così strano modo gesticolava. Per fortuna, non gli toccò di fare anticamera nello studio dell'avvocato; ma gli toccò d'attendere un bel po', prima che questo finisse di ridere, quando gli ebbe esposto il caso. Delle risa si stizzì.- Che c'è da ridere, scusi?
A vossignoria non brucia! La giara è mia! Ma quello seguitava a ridere e voleva che gli rinarrasse il caso com'era stato, per farci su altre risate. "Dentro, eh? S'era cucito dentro? E lui, don Lollò che pretendeva? Te... tene... tenerlo là dentro... ah ah ah... ohi ohi ohi... tenerlo là dentro per non perderci la giara?"
- Ce la devo perdere? - domandò lo Zirafa con le pugna serrate. - Il danno e lo scorno?- Ma sapete come si chiama questo? - gli disse infine l'avvocato. - Si chiama sequestro di persona!- Sequestro? E chi l'ha sequestrato? - esclamò lo Zirafa.
- Si è sequestrato lui da sé! Che colpa ne ho io? L'avvocato allora gli spiegò che erano due casi. Da un canto, lui, Don Lollò, doveva subito liberare il prigioniero per non rispondere di sequestro di persona; dall'altro il conciabrocche doveva rispondere del danno che veniva a cagionare con la sua imperizia o con la sua storditaggine.
- Ah! - rifiatò lo Zirafa. Pagandomi la giara!- Piano! - osservò l'avvocato. - Non come se fosse nuova, badiamo!- E perché?- Ma perché era rotta, oh bella!- Rotta? Nossignore. Ora è sana. Meglio che sana, lo dice lui stesso! E se ora torno a romperla, non potrò più farla risanare. Giara perduta, signor avvocato! L'avvocato gli assicurò che se ne sarebbe tenuto conto, facendogliela pagare per quanto valeva nello stato in cui era adesso.
- Anzi - gli consigliò - fatela stimare avanti da lui stesso.- Bacio le mani - disse Don Lollò, andando via di corsa. Di ritorno, verso sera, trovò tutti i contadini in festa attorno alla giara abitata. Partecipava alla festa anche il cane di guardia, saltando e abbaiando. Z
i' Dima s'era calmato, non solo, ma aveva preso gusto anche lui alla sua bizzarra avventura e ne rideva con la gaiezza mala dei tristi. Lo Zirafa scostò tutti e si sporse a guardare dentro la giara.
- Ah! Ci stai bene?- Benone. Al fresco - rispose quello. - Meglio che a casa mia.- Piacere. Intanto ti avverto che questa giara mi costò quattr'onze nuova. Quanto credi che possa costare adesso?- Come me qua dentro? - domandò Zi' Dima. I villani risero.- Silenzio! - gridò lo Zirafa. - Delle due l'una: o il tuo mastice serve a qualche cosa, o non serve a nulla: se non serve a nulla tu sei un imbroglione; se serve a qualche cosa, la giara, così com'è, deve avere il suo prezzo. Che prezzo? Stimala tu.
Zi' Dima rimase un pezzo a riflettere, poi disse:- Rispondo. Se lei me l'avesse fatta conciare col mastice solo, com'io volevo, io, prima di tutto, non mi troverei qua dentro, e la giara avrebbe su per giù lo stesso prezzo di prima. Così conciata con questi puntacci, che ho dovuto darle per forza di qua dentro, che prezzo potrà avere? Un terzo di quanto valeva, sì e no.
- Un terzo? - domandò lo Zirafa. - Un'onza e trentatré?- Meno sì, più no.- Ebbene, - disse Don Lollò. - Passi la tua parola, e dammi un'onza e trentatré.- Che? - fece Zi' Dima, come se non avesse inteso.-
Rompo la giara per farti uscire, - rispose Don Lollò - e tu, dice l'avvocato, me la paghi per quanto l'hai stimata: un'onza e trentatré.- Io pagare? - sghignazzò Zi' Dima.
- Vossignoria scherza! Qua dentro ci faccio i vermi. E, tratta di tasca con qualche stento la pipetta intartarita, l'accese e si mise a fumare, cacciando il fumo per il collo della giara.
Don Lollò ci restò brutto. Quest'altro caso, che Zi' Dima ora non volesse più uscire dalla giara, nè lui nè l'avvocato l'avevano previsto. E come si risolveva adesso? Fu lì lì per ordinare di nuovo: «La mula», ma pensò che era già sera.- Ah, sì - disse.
- Tu vuoi domiciliare nella mia giara? Testimonii tutti qua! Non vuole uscirne lui, per non pagarla; io sono pronto a romperla! Intanto, poiché vuole stare lì, domani io lo cito per alloggio abusivo e perché mi impedisce l'uso della giara. Zi' Dima cacciò prima fuori un'altra boccata di fumo, poi rispose placido:- Nossignore.
Non voglio impedirle niente, io. Sto forse qua per piacere? Mi faccia uscire, e me ne vado volentieri. Pagare... neanche per ischerzo, vossignoria! Don Lollò, in un impeto di rabbia, alzò un piede per avventare un calcio alla giara; ma si trattenne; la abbrancò invece con ambo le mani e la scrollò tutta, fremendo.
- Vede che mastice? - gli disse Zi' Dima.- Pezzo da galera! - ruggì allora lo Zirafa. - Chi l'ha fatto il male, io o tu? E devo pagarlo io? Muori di fame là dentro! Vediamo chi la vince! E se ne andò, non pensando alle cinque lire che gli aveva buttate la mattina dentro la giara.
Con esse, per cominciare, Zi' Dima pensò di far festa quella sera coi contadini che, avendo fatto tardi per quello strano accidente, rimanevano a passare la notte in campagna, all'aperto, su l'aja. Uno andò a far le spese in una taverna lì presso.
A farlo apposta, c'era una luna che pareva fosse raggiornato. A una cert'ora don Lollò, andato a dormire, fu svegliato da un baccano d'inferno. S'affacciò a un balcone della cascina, e vide su l'aia, sotto la luna, tanti diavoli;
i contadini ubriachi che, presisi per mano, ballavano attorno alla giara. Zi' Dima, là dentro, cantava a squarciagola.
Questa volta non poté più reggere, Don Lollò: si precipitò come un toro infuriato e, prima che quelli avessero tempo di pararlo, con uno spintone mandò a rotolare la giara giù per la costa. Rotolando, accompagnata dalle risa degli ubriachi, la giara andò a spaccarsi contro un olivo.
E la vinse Zi' Dima.


Luigi Pirandello
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 5


Cecina
Postato da Grazia01 il Lunedì, 20 marzo @ 14:37:40 CET (1024 letture)
Leggende e fiabe III C’era una volta un Re, che amava pazzamente la caccia, e per essere più libero di andarvi tutti i giorni, non aveva voluto prender moglie. I ministri gli dicevano:
- Maestà, il popolo desidera una Regina.
E lui rispondeva:
- Prenderò moglie l’anno venturo.
Passava l’anno, e i ministri da capo:
- Maestà, il popolo desidera una Regina.
E lui:
- Prenderò moglie l’anno venturo.
Ma quest’anno non arrivava mai. Ogni mattina, appena albeggiava, indossava la carniera, e col fucile in spalla, e coi cani, via pei forteti e pei boschi. Chi avea da parlare col Re, doveva andare a trovarlo in mezzo ai boschi e ai forteti. I ministri ripicchiavano:
- Maestà, il popolo desidera una Regina.
Talchè finalmente il Re si decise, e mandò a chiamare la figlia del Re di Spagna. Ma, andato per sposarla, si accorse che era un po’ gobbina.
- Sposare una gobbina? No. Mai.
- E’ gobbina e basta: no, mai!
E tornò alla caccia, ai boschi e ai forteti. Quella Reginotta gobbina aveva per comare una Fata. La Fata, vedendola piangere pel rifiuto del Re, le disse:
- Sta tranquilla: ti sposerà e dovrà venire a pregarti. Lascia fare a me.
Infatti un giorno il Re, andando a caccia, incontrò una donnicciola magra, allampanata, che un soffio l’avrebbe portata via.
- Maestà, buona caccia!
Il Re, a quel viso di mal augurio, stizzito, fece una mossaccia, e non rispose nulla. E per quel giorno non ammazzò neppure uno scricciolo. Un’altra mattina, ecco di nuovo quella donnicciola magra, allampanata, che un soffio l’avrebbe portata via.
- Maestà, buona caccia!
- Senti strega – le disse il Re – se ti trovo un’altra volta per la strada, te la farò vedere io!
E per quel giorno non ammazzò neppure uno scricciolo. Ma la mattina dopo, eccoti li quella del malaugurio.
- Maestà, buona caccia!
- La buona caccia te la darò io!
Il Re avea condotto con se le sue guardie, e ordinò che quella donna del malaugurio fosse chiusa in una prigione. Da quel giorno in poi, tutte le volte che il Re andò a caccia non potè tirare un sol colpo. La selvaggina era sparita, come per incanto, dai forteti e dai boschi. Non si trovava un coniglio o una lepre, neppure a pagarli a peso d’oro. Gli accadde anche di peggio. Non potendo più fare il solito esercizio della caccia, il Re cominciò a ingrassare, a ingrassare, e in poco tempo diventò così grasso e grosso, da pesare due quintali con quel gran pancione che pareva una botte. Quando avea fatto due passi per le stanze del palazzo reale, era come se fatto cento miglia. Soffiava peggio di un mantice, sudava da allagare il pavimento; e doveva subito riposarsi e mangiare anche qualche cosa di sostanza, per rimettersi in forze. Desolato, consultava i migliori dottori:
- Vorrei dimagrire.
I dottori scrivevano ricette sopra ricette. Non passava giorno che lo speziale non andasse a palazzo bicchieroni d’intrugli amari come il fiele, che dovevano guarire Sua Maestà. Ma Sua Maestà, più intrugli prendeva e più grasso diventava. Nel palazzo reale avevano già allargato tutti gli usci delle stanze, perché il Re potesse passar; e una volta gli architetti dissero che se non si fossero puntellati ben bene i solai, Sua Maestà col gran peso gli avrebbe sfondati. Il povero Re si disperava:
- O che non c’era rimedio per lui?
E chiamava altri dottori; ma inutilmente. Più intrugli prendeva e più grasso diventava. Un giorno si presentò una vecchia e disse al Re:
- Maestà. Voi avete addosso una brutta malia. Io potrei romperla; ma voi, in compenso, dovete sposare la mia figliola, che si chiama Cecina, perché è piccina come un cece.
- Sposerò la tua Cecina!
Il Re avrebbe fatto chi sa che cosa, pur di levarsi di dosso tutto quel grasso e quel pancione.
- Conducila qui.
La vecchia cacciò una mano nella tasca del grembiule, e ne tirò fuori Cecina, che era alta appena una spanna, ma bellissima e ben proporzionata. Come vide quel pancione, la Cecina scoppiò in una risata; e mentre quella la teneva sul palmo della mano per mostrarla al Re, lei spiccò un salto e si mise ad arrampicarsi su quel pancione, correndo di qua e di la, come se il pancione del Re fosse stato per lei una collina. Il Re, con quei piedini, sentiva farsi il solletico e voleva fermarla; ma quella, salta di qua, salta di la, peggio di una pulce, non si lasciava acchiappare. Pel solletico, il Re rideva, ah! Ah! Ah! Ah!, e il pancione gli faceva certi sbalzi buffi! Ah! Ah! Ah! Allora la Cecina:
- Pancione del Re, palazzo per me!
Il Re dal gran ridere, teneva aperta la bocca; la Cecina, dentro e giù per la gola:
- Pancione del Re, palazzo per me!
Figuriamoci lo spavento di Sua Maestà e di tutta la corte! Nella confusione, la vecchia era sparita. E la Cecina, che dal suo palazzo ordinava:
- Datemi da mangiare!
E il Re doveva mangiare anche per lei.
- Datemi da bere!
E il Re doveva bere anche per lei.
- Lasciatemi dormire!
E il Re dovea stare fermo e zitto, perché Cecina dormisse.
- Maestà, - disse uno dei ministri – che ci sia una malia di quella donna magra, allampanata, fatta mettere in prigione? Facciamola condurre qui.
I guardiani aprirono la prigione e la trovarono vuota. Quella donna dovea essere scappata pel buco della serratura!
- Ed ora che fare?
E la Cecina, dal suo palazzo del pancione:
- Datemi da mangiare! Datemi da bere!
Il popolo intanto mormorava per le tasse; giacché per riempire quel pancione del Re, ce ne voleva della roba! E bisognava pagare. Il Re fece un bando:
- Chi gli cavava la Cecina dallo stomaco, diventava principe reale e avrebbe avuto quattrini quanti ne voleva!
Ma i banditori andarono attorno inutilmente. E come la Cecina cresceva, per quando poco crescesse, il pancione del Re si gonfiava e pareva dovesse scoppiare da un momento all’altro. Il Re la pregava:
- Cecina bella, vieni fuori, ti faccio Regina!
- Maestà, sto bene qui dentro. Datemi da mangiare.
- Cecina bella, vieni fuori, ti faccio Regina!
- Maestà, sto bene qui dentro. Datemi da bere.
Se non fosse stato per timore della morte, il Re si sarebbe spaccato il pancione colle proprie mani. E il popolo che brontolava:
- Re pancione ingoiava tutto! Lavoravano per Re pancione!
Come se Re pancione ci avesse avuto il suo piacere! Lo sapeva soltanto lui, quello che pativa, con Cecina dentro che comandava a bacchetta e voleva essere ubbidita! Finalmente un giorno ricomparve la vecchia:
- Ah, vecchia scellerata! Cavami fuori la tua Cecina, o guai a te!
- Maestà, - disse la vecchia – dovete stendervi a pancia all’aria in mezzo a una pianura. Il Re, che era ingrassato da non poter più fare neppure un passo, comandò:
- Ruzzolatemi.
E il popolo cominciò a ruzzolarlo come una botte, per le scale e per le vie; e, dalla fatica, sudavano. Arrivati nella pianura, e messo il Re a pancia all’aria, uno degli uccellacci gli diè una beccata sul pancione e, che ne schizzò fuori? Uno zampillo di vino schietto, tutto il vino che Sua Maestà aveva bevuto in tanti anni. La gente riempiva botti, botticini, caratelli, tini, barili, fiaschi, boccali; non c’erano vasi che bastassero. Pareva di essere alla vendemmia. Tutti cioncavano e si ubriacavano. E il pancione del Re si sgonfiò un poco. Allora l’altro uccellaccio gli diè la sua beccata, ed ecco rigugitar fuori tutto il ben di Dio mangiato da Re in tanti anni; maccheroni, salsicciotti, polli arrosto, bistecche, pasticcini, frutta, insomma ogni cosa. La gente non sapeva più dove riporli. Tutti mangiarono a crepapancia, come si fosse di carnivale. E il pancione del Re sgonfiò un altro poco. Allora il Re disse:
- Cecina bella, vien fuori; ti faccio Regina!
La Cecina affacciò la testa da uno dei buchi, e ridendo rispose:
- Eccomi qua.
E il Re tornò com’era prima. Sii sposarono; ma il Re con quella cosina alta una spanna, che era una moglie per chiasso, si credette libero di tornare a divertirsi colla caccia, e stava fuori intere settimane. La Cecina piangeva:
- Ah, poverina me! Son Regina senza Re!
Il Re per quel lamentio, non la poteva soffrire. Andò da una strega e le disse:
- Che cosa debbo fare per levarmi di torno Cecina?
- Maestà, “Spellarla, lessarla, o arrosto mangiarla!”.
Mangiarla gli ripugnava; pure, tornando a casa disse alla Cecina:
- Domani ti condurrò a caccia, e ti divertirai.
Voleva condurla in mezzo ai boschi, dove non potesse vederlo nessuno. Ma Cecina rispose:
- Spellarla, lessarla, o arrosto mangiarla. Grazie Maestà! Ah, poverina me! Son Regina senza Re!
Il Re rimase Stupito:
- Come lo sapeva?
Tornò dalla strega e le raccontò la cosa.
- Maestà, quando la Cecina sarà addormentata, tagliatele una ciocca di capelli e portatemela qui.
Però, quella sera, la Cecina non avea voglia di andare a letto.
- Cecina, vieni a dormire.
- Più tardi, Maestà; per ora non ho sonno.
Il Re aspettò, aspettò, e si addormentò lui per primo. La mattina, svegliandosi, vide che la Cecina era già levata.
- Cecina, non hai dormito?
- Chi si guarda si salva. Grazie, Maestà.
Il re rimase stupito:
- Come lo sapeva?
Tornò dalla strega e le raccontò la cosa.
- Maestà, invitate re Corvo; appena la vedrà, ne farà un sol boccone.
Venne re Corvo:
- Cra! Cra! Cra! Cra!
E come vide la Cecina, alta una spanna, cra! Cra! Ne fece un sol boccone.
- Mille grazie, re Corvo. Ora potete andar via.
- Cra! Cra! Cra! Ma prima di andar via, debbo mangiarti gli occhi.
E con due beccate gli cavò gli occhi. Il povero Re piangeva sangue:
- La Cecina morta, e lui senz’occhi! Ah, Cecina mia!
Passato un po’ di tempo, ricomparve la solita vecchia. Era la Fata comare della Reginotta di Spagna.
- Maestà, non vi affliggete. La Cecina è viva, e i vostri occhi son riposti in un buon luogo; son nella gobba della Reginotta di Spagna.
Il Re si trascinò fino al palazzo reale, dove questa abitava, e cominciò a gridare pietosamente, dietro il portone:
- Ah, Reginotta! Rendetemi gli occhi.
La Reginotta, dalla finestra rispondeva:
- Sposare una gobbina! No, mai!
- Perdonatemi, Reginotta; rendetemi gli occhi!
La Reginotta dalla finestra rispondeva:
- Spellarla, lessarla, o arrosto mangiarla.
Allora il Re capì che la Reginotta di Spagna e la Cecina erano una sola persona; e si mise a gridare più forte:
- Ah, Reginotta! Ah, Cecina mia! Rendetemi gli occhi.
La Reginotta scese giù e gli disse:
- Ecco gli occhi.
Il Re la guardò sbalordito. La Reginotta non era più gobba e somigliava precisamente alla Cecina, benché fosse di giusta statura. Così fu perdonato, e da li a poco la sposò. Lei, per ricordo, volle sempre essere chiamata Cecina.
Vissero lieti e contenti. E a noi si allegano i denti.

/www.johnefrem.com
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


La sposa del Gelo
Postato da Grazia01 il Lunedì, 20 marzo @ 14:02:35 CET (1299 letture)
Leggende e fiabe III (racconto russo)

C’era una volta in Russia un contadino il quale rimase vedovo con una figlia chiamata Marfuscka. Dopo qualche tempo si risposò con una vedova, che aveva anche una figlia. Il contadino aveva sperato che la nuova moglie sarebbe stata una seconda mamma amorevole e tenera anche per la bimba non sua, come lei gli aveva promesso e fatto credere prima delle nozze, mostrandosi amorosa e dolce verso la bimba. Ma, una volta, sposata, la sua vera indole si rilevò. Era malvagia e crudele, e si mise a tormentare la povera Marfuscka senza pietà. La sgridava dalla mattina alla sera e la costringeva a sbrigare tutte le faccende più pesanti. Marfuscka doveva alzarsi prima dell’alba, andare ad attingere l’acqua alla fontana e a raccogliere legna nel bosco, poi doveva accendere la stufa, spazzare e spolverare la casa, lavare i pavimenti, dar da mangiare agli animali. La fanciulla era dolce ed ubbidiente, e cercava d’accontentare la matrigna come meglio poteva, ma questa non faceva che brontolare, sgridandola e maltrattandola di continuo. Ma con il passare degli anni, l’odio della matrigna per la figliastra non faceva che aumentare perché, nonostante le fatiche e la stanchezza, Marfuscka diventava ogni giorno più fresca e più bella. Aveva il volto roseo, illuminato da grandi occhi azzurri, lunghi capelli biondi, la personcina aggraziata. Mentre sua figlia non faceva che imbruttire, e per di più era anche sgarbata, capricciosa, presuntuosa, il che allontanava tutti. Il contadino soffriva molto nel vedere che la sua amata Marfuscka era così maltrattata, ma la seconda moglie che era una maga, lo teneva sotto il suo dominio e lo privava d’ogni volontà. Così egli si era abituato a cedere sempre, senza protestare mai, senza mai ribellarsi e infine era diventato un povero scemo, incapace di agire e di reagire. Quando Marfuscka ebbe diciotto anni, la matrigna pensò che era ora di sbarazzarsi di lei in modo definitivo. Andò dal marito e gli disse:
- Marfuscka è in età da marito. Ho trovato uno sposo per lei. Domattina alzati di buon’ora, attacca il cavallo alla slitta, poi ti dirò dove devi condurla.
Volgendosi a Marfuscka le disse:
- Riponi la tua roba in quel baule di legno, indossa il tuo vestito della domenica e bada di trovarti pronta prima dell’alba, andrai con tuo padre dallo sposo che ho scelto per te.
All’alba padre e figlia erano pronti e salirono sulla slitta. La matrigna disse al marito:
- Va nel bosco e fermati sotto il grande abete che sta sulla collina. È lì che devi lasciare sola Marfuscka, il suo sposo non tarderà a venirla a prendere: è il Mago del Gelo, un ottimo partito. È ricchissimo e possiede argento, perle e diamanti in gran quantità.
Il contadino a quelle parole rimase a bocca aperta per la meraviglia e sul suo volto l’espressione fissa, quasi da idiota, si dipinse il terrore. Anche Marfuscka si spaventò e si mise a tremare tutta. Ma nessuno dei due osò ribellarsi, il contadino fece schioccare la frusta, il cavallo si mise al trotto e la slitta scomparve nel bosco. Si era in pieno inverno e il Mago Gelo aveva elargito i suoi tesori a piene mani sulla foresta silenziosa, addormentata nel lungo sonno della rigida stagione, i pini, gli abeti, i cespugli erano ammantati d’argento bianco della neve, e dai loro rami pendevano ghiaccioli di diamante e gocce di perle, che i raggi del sole splendevano. Giunti nel cuore del bosco, padre e figlia trovarono la collina con il grande abete, anch’esso tutto rivestito d’argento, il contadino fermò la slitta e Marfuscka scese a terra. Suo padre tolse dalla slitta il baule e lo poggiò a terra, ai piedi del grande abete, poi disse alla figlia:
- Siediti lì sul baule e aspetta il tuo fidanzato, accoglilo gentilmente.
Poi abbracciò la figlia e la lasciò sola. Marfuscka si sedette sul baule e rimase nell’attesa, tremava per il freddo e di sgomento, e aveva una gran voglia di piangere. Ma si faceva forza e tentava d’atteggiare il dolce volto con un sorriso. Ad un tratto udì uno scricchiolio di passi sulla neve ghiacciata e un rumore secco di rami schiantati, e dal folto apparve il Mago Gelo, che le s’accostò, saltando e ballando, le disse:
- Sono il Mago del Gelo, dalla barba bianca! Sono il Mago del Gelo, dal rosso naso! Sono il Mago del Gelo, che ti viene a prendere!
- Che tu sia il benvenuto! – esclamò la ragazza. – E’ il cielo che ti manda da me!
- Come ti senti? – le domandò il Mago del Gelo– hai caldo così, bella mia?
- Sì, sì, nonnino, ho caldo e sto bene– rispose la ragazza con il respiro mozzo per il vento freddo.
- Sei contenta d’essere la mia fidanzata? Chiese ancora il Mago del Gelo.
- Sì, sì, sono contenta ! Affermò Marfuscka tremando di freddo e battendo i denti, ma sempre sorridendo.
In verità il Mago del Gelo, secondo la sua abitudine, voleva ghiacciarla, e per la povera Marfuscka sarebbe stata la fine per sempre, come desiderava la malvagia matrigna. Ma ascoltandola parlare con tanta dolcezza, e vedendo il suo volto così mite e soave, il vegliardo signore dell’inverno ebbe pietà di lei. Le regalò una magnifica pelliccia d’ermellino, la avvolse dentro una coperta morbida e calda, le mise vicino un gran cofano colmo d’argento, di perle, di diamanti, di vesti preziose e di gioielli meravigliosi, e la confortò con amabili parole. La ragazza, felice, si mise a danzare sulla neve una danza di gioia e gli cantò le più liete canzoni. Al mattino seguente, la matrigna disse al marito:
- Attacca il cavallo alla slitta e va nel bosco a trovare gli sposi.
Era sicura cha Marfuscka nella notte fosse morta assiderata, e si sentiva così allegra e soddisfatta nel suo perfido cuore. Iniziò i preparativi per il banchetto funebre, ed ecco che mentre faceva cuocere le frittelle, senti il cane di casa che abbaiava e parlava:
- Bau, bau, bau! La mia padroncina ritorna, e piena di perle e di diamanti è adorna! Indossa una veste d’argento! Bau, bau! Come sono felice! Bau, bau, bau!
La malvagia matrigna andò su tutte le furie e lanciò un pezzo di legno contro il cane, urlandogli:
- Ma che racconti mai? Vuoi affermare che il padrone ora condurrà qui Marfuscka morta assiderata!
Ma il cane ripetè, le stesse frasi:
- Bau, bau, bau! La mia padroncina ritorna, piena di perle e di diamanti è adorna! Indossa una veste d’argento! Bau, bau! Come sono felice! Bau, bau, bau!
Intanto il contadino era andato nel bosco con la slitta, giunto alla colina, vide Marfuscka seduta sotto il grande abete, bene coperta nella pelliccia d’ermellino e avvolta nella calda coperta morbida con accanto al prezioso cofano, dono del Mago del Gelo. Era molto felice, la fece salire sulla slitta e la riportò a casa. La matrigna e la sorella come la videro andarono su tutte le furie e per poco non morirono di collera. La matrigna ordinò al marito di preparare di nuovo la slitta per il mattino successivo, e disse a sua figlia di prepararsi anche lei prima dell’alba e d’indossare la sua veste più ricca, perché avrebbe dovuto recarsi dal promesso sposo. Quando fu tutto pronto, la donna disse al marito:
- Condurrò io la slitta, tu resta a casa con Marfuscka.
Salì sulla slitta insieme alla figlia, frustò il cavallo e scomparve nel bosco. Giunta sulla colina, la donna tirò le redini e fermò il cavallo. Poi disse alla figlia:
- Scendi e mettiti là sotto l’abete, seduta sul baule della tua roba, come ha fatto Marfuscka. Io m’apposterò dietro il cespuglio e starò un po’ a vedere come si mettono le cose per te con il vecchio Mago del Gelo.
La ragazza obbedì contro voglia, brontolò e protestò che faceva troppo freddo, per starsene seduti lì nel bosco. Ma la madre le disse d’aver pazienza, che il Mago del Gelo non avrebbe tardato ad arrivare. Infatti, poco dopo s’udirono uno scricchiolio di passi sulla neve ghiacciata e un rumore secco di rami spezzati, e dal folto del bosco apparve il Mago del gelo. Vedendo quella poco simpatica fanciulla, dal viso senza bontà e senza freschezza e con un’espressione di stizza e di malumore, egli rimase male, e soffiandole in viso il suo alito gelato, le disse:
- Sono il Mago del Gelo, con la barba bianca! Sono il Mago del Gelo dal rosso naso! Sono il Mago del Gelo, che ti viene a prendere!
- Non ci vuol molto a capirlo! Esclamò la fanciulla con stizza. Quando parli, si sente un vento ghiacciato! Stammi lontano per carità!
- Come, non stai bene così, bella mia? Le domandò il Mago del Gelo in tono beffardo, soffiando ancora più forte. Non hai caldo abbastanza?
- Ma se ti ho detto di star lontano da me, che mi geli! Urlò la fanciulla.
- Come? Lontano da te? Non mi vuoi dunque come sposo?
- Per carità! Va via! Lasciami! Gridò la fanciulla sentendosi travolta in un turbine di vento e di neve.
Vedendo il pericolo che correva sua figlia, la donna uscì dal suo nascondiglio e s’avvicinò, per proteggerla dalla terribile tormenta che si era levata. Il Mago del Gelo, furibondo, si era messo a soffiare con tutte le sue forze, alzando mulinelli di neve e di vento, che ghiacciava il corpo e accecava gli occhi. Spaventate, madre e figlia si misero a correre, tenendosi per mano e tentando di salvarsi dalla gelida bufera. Non si sa se vi siano riuscite. Da quel giorno nessuno le ha mai più vedute e nessuno le ha rimpiante! Quando a Marfuscka e a suo padre, essi vissero felici nella pace e nell’agiatezza, grazie agli splendidi doni del Mago del Gelo, e non ebbero più modo d soffrire. E al buon cane nessuno lanciò più contro pezzi di legno, ma la sua padrona gli dava carezze e buoni bocconcini, e lui abbaiava felice:
- Viva Marfuscka in veste d’argento! Bau, bau, bau, come sono felice.


/www.johnefrem.com
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


L'oro dell'avaro
Postato da Grazia01 il Lunedì, 20 marzo @ 13:45:48 CET (1071 letture)
Racconti I (racconto russo)

C’era una volta un avaro, che in tutta la sua vita non aveva avuto altro pensiero che ammassare ricchezze ed altra sua angoscia era di nasconderlo agli occhi di tutti. L’oro ammassato era diventato per lui una vera fissazione, di continuo egli scendeva nel sotterraneo dove teneva il suo forziere, per assicurarsi che nessuno glielo avesse rubato. Restava ore ed ore a guardarlo, come stregato dal bagliore delle monete d’oro, e continuava a pensare: “ Sono mie, sono mie! Come sono belle! A patto che nessuno sappia che le ho, a condizione che nessuno le veda, perché nessuno me le porti via! “. Gli anni passavano e l’avaro divenne vecchio ma molto vecchio. Il suo corpo malandato era oramai tutto arido e grintoso, il suo volto, che faceva pensare alla testa di un uccello da rapina, era come rinsecchito, e l’espressione d’avidità e l’avidità lo aveva reso sempre più apro, ostile e inamabile. A poco a poco i malesseri della vecchiaia cominciarono ad indebolirlo, le sue forze diminuivano giorno per giorno e ormai era soltanto con immensa fatica riusciva a scendere nel sotterraneo per ammirare il suo forziere colmo d’oro. Una mattina si risvegliò e sentì che la sua ora era oramai prossima, si avvolse in una vecchia vestaglia logora e consumata, e con passo vacillante, barcollando, si trascinò un’ultima volta al suo tesoro. Ed un pensiero folle, irragionevole, sconsiderato s’impadronì di lui: “ Non voglio separarmi dal mio oro, esso deve venire con me anche nella tomba … ma come posso fare? … Ebbene, lo inghiottirò … “, si disse l’avaro:
- Tanto, devo morire … così almeno nessuno me lo porterà via ….
E si mise a mandar giù le monete d’oro, una dopo l’altra. Dopo averle ingoiate tutte, si sentì oppresso da un peso terribile e capì che la sua ultima ora era giunta. Risalì a stento le scale e si coricò sul letto. Poi fece chiamare un prete, e mentre questi gli leggeva le preghiere dei defunti, l’avaro entrò in agonia. Morì a mezzanotte. Istantaneamente s’udì’ un terribile frastuono come dei macigni che cadevano dai muri, apparve il diavolo in persona. Senza tanti complimenti afferrò l’avaro per i piedi e si mise a scrollarlo, le monete d’oro che il vecchio aveva inghiottito mandavano un tintinnio dentro la pancia.
- Ah! Ah! – disse il diavolo molto appagato e con un feroce riso beffardo di schermo, urlò:
- Questo sacco d’oro me lo prendo io!
Detto fatto, il demonio si caricò l’avaro sulla schiena, e battendo per terra il piede forcuto, sprofondò negli abissi. Il vecchio avaro aveva fatto male i calcoli: dopo la morte nessuno può portare con sé nell’aldilà i beni terreni cui si è troppo attaccati in vita, e che invece valgono così poco.
E chi tenta di farlo, non riesce perché se lo prende il diavolo.


/www.johnefrem.com
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


L'anello della fortuna
Postato da Grazia01 il Lunedì, 20 marzo @ 13:40:27 CET (1650 letture)
Leggende e fiabe III (racconto russo)
C’era una volta un montanaro attivo, onesto e lavoratore, che viveva in pace in una casetta insieme con sua moglie e coi suoi figliuoli. Un giorno, mentre stava arando il suo campicello, si fermò un momento per riprendere fiato e per asciugarsi il sudore della fronte. E ad un tratto udì una strana voce, che sembrava venire dall’al di là, e che diceva:- Va’ nel bosco, brav’uomo, e troverai la fortuna!
Il contadino si guardò intorno: nessuno! Chi mai poteva aver parlato? Qualche spirito benefico, forse?
“Sarà meglio che io segua il consiglio, a ogni buon conto”, pensò l’uomo: e si diresse verso il bosco che si stendeva in cima alla montagna. Vi giunse dopo un lungo cammino, e mentre si inoltrava nel folto, vide un uovo che cadeva giù da un nido posto sopra un vecchio abete. Il guscio picchiando sul terreno si spaccò, e dall’uovo venne fuori un’ aquila, che si levò a volo nell’aria, dirigendosi verso Occidente. E mentre si allontanava lasciò cadere al suolo un anello d’oro, dicendo con voce umana:
- Questo è l’anello della fortuna: colui che se lo mette in dito e lo gira, può esprimere un desiderio, e quel desiderio sarà esaudito. Questo però avverrà una sola volta e non di più!
Il montanaro corse presso l’anello magico, lo raccattò e se lo mise al dito. Intanto si era fatto tardi e cominciava ad annottare. “Sarà meglio che io non torni a casa, stasera, si disse il montanaro: chiederò ospitalità al mio vecchio amico che abita in una casetta, là in quella radura del bosco…”. Così fece e l’amico fu ben lieto di ospitarlo. I due cenarono insieme, e il montanaro raccontò all’amico la straordinaria avventura che gli era capitata quel giorno. Fu una grave imprudenza, perché l’amico fu preso dal desiderio malvagio di impossessarsi dell’anello. Nella notte, mentre il montanaro, stanco, dormiva pesantemente, egli si accostò a lui con passo furtivo e riuscì a togliere dal dito l’anello magico senza che quello se ne avvedesse, e gliene infilò un altro simile. Quindi il rapitore si chiuse in una stanza a doppio giro di chiave, si pose in dito l’anello e rigirandolo formulò un voto:- Desidero un milione di rubli!
Non aveva ancora finito di pensare quelle parole che gli piovve addosso dall’alto una fitta gragnola di monete d’oro. I rubli si ammucchiavano tintinnando attorno a lui e non smettevano di cadere: e poco dopo per il peso eccessivo l’impiantino di legno cedette e sprofondò, e i muri della stanza crollarono, seppellendo il ladro sotto le assi sfasciate e sotto le macerie. Il montanaro, destatosi al fragore terribile, accorse e trovò l’uomo morto fra le rovine. “Che terribile disgrazia!” si disse. “E pensare che un’ora fa chiacchierava tranquillamente con me…”. L’oro era scomparso, e così il montanaro non poteva neppur lontanamente supporre la verità. Compose la salma e scese al villaggio a dar la notizia della sciagura. Poi tornò a casa, e raccontò alla moglie tutti gli avvenimenti tristi e lieti del giorno precedente e della notte: e senza sospetto le mostrò il cerchietto d’oro che aveva al dito, dicendole:
- Ecco l’anello della fortuna.
La donna ascoltò con grande interesse il racconto del marito, e rimase silenziosa e pensierosa.
- Ascolta, moglie mia, - le disse egli: - l’aquila mi ha spiegato come il desiderio che l’anello può esaudire è uno solo: sarà meglio che aspettiamo per riflettere bene a quello che ci conviene desiderare… Non ti sembra?
- Certamente, bisogna pensarci con calma, - rispose la brava donna, altrimenti potremmo avercene a pentire, poi…
si stabilì così fra i due coniugi una tacita intesa: non esprimere per ora alcun desiderio e aspettare il momento più opportuno per formulare l’unico voto concesso. Essi continuarono la loro solita vita attiva e modesta, e il montanaro si tenne al dito l’anello senza più farne parola con alcuno. Lo considerava come un talismano e pensava: “Se un giorno avessi bisogno, l’anello della fortuna mi assisterebbe…”. Non ne aveva parlato nemmeno coi figliuoli, perché sua moglie e lui temevano che si esaltassero. Gli anni seguivano gli anni, e il lavoro assiduo aveva procurato alla famigliola una certa agiatezza. I figliuoli crebbero felicemente e si sposarono, e la casa dei vecchi era spesso rallegrata dal sorriso fresco dei nipotini. I due coniugi non sapevano che cosa avrebbero potuto desiderare di più, e infatti non si decidevano mai a formulare il famoso unico desiderio che l’anello avrebbe potuto esaudire. Si sorridevano spesso, guardandolo, e tentennando il capo mormoravano: “Non ancora, non ancora…”. La vecchiaia trascorse tranquilla, e a poco a poco marito e moglie si avviarono senza accorgersene verso la tomba. Spirarono nello stesso giorno, senza soffrire, perché erano giunti a quella estrema età in cui la vita si spegne dolcemente, come la tremula fiammella di una candela consumata. I figliuoli non tolsero al vecchio padre il cerchietto d’oro che gli avevano sempre visto al dito; e in verità esso era stato più prezioso e più magico dell’anello della fortuna.

/www.johnefrem.com
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


Il tempo
Postato da Grazia01 il Venerdì, 17 marzo @ 21:21:32 CET (1668 letture)
Le poesie e i racconti di Spalato

C'era una volta ma non c'è più
Quel tocco di magia che fa brillare gli occhi
E risveglia un sorriso,
Una parola dolce che riscalda il cuore
E sveglia la speranza
Sul teso e stanco viso.
C'era.....ma perché non c'è più?
Perché servono gli occhi tristi
Svuotati anche dalle lacrime,
Lacrime pesanti e amare
Piene di solitudine che fanno triste
Tutte le anime.
Oh tu, il tempo crudele
Perché non ti fermi almeno per un attimo
Se non puoi tornare indietro
E fai che tutto brilla come una volta
E diventa trasparente
Come il vetro.
Le domande senza risposta
Le speranze senza futuro
Perché sei così duro?
Fermati ti prego
Aiutami a rompere
Quell'invisibile muro.


Spalato
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 5


Scusate
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 15 marzo @ 21:04:54 CET (1475 letture)
Le poesie e i racconti di Spalato

Notte tiepida piena di misteri
Illuminata dalla luna allegra
Che gioca con le nuvole leggere
Oggi, domani, come ieri.
Le ombre danzano in continuo
Cambiano sembianze e volti
Accompagnate dal vento brio
In un ballo sempre perpetuo.
Il mare argentato sembra che dorma
Raccogliendo la forza usata
Combattendo contro uno scoglio
E cancellando tutte le orme.
La sabbia ancora un po’ calda
Si ricorda di secchi e castelli
Percorsa adesso solo da granchi
Non facendo alcuna domanda.
Dormono gli uccelli gioiosi
Con la testa sotto un’ala
Ma domani riprenderanno cantare
Allegri sempre e mai noiosi.
Non tutti vedono questa bellezza
Ne sentono allegria e pace
Sono avvolti nel loro dolore
E neanche li sfiora leggera brezza.
Nella notte idillica appena sussurrando
Piena di tristezza e malinconia
Si sente una voce tra i singhiozzi:
“Scusate, sto piangendo”


Spalato
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 4


Cristalli di neve di Gea
Postato da Grazia01 il Martedì, 14 marzo @ 23:20:18 CET (1557 letture)
Le poesie di Jack, Ahyme, Gea e Paola

E’ mezzanotte.
La neve si è sdraiata
su un paese addormentato
chiarore lunare
rami di cristallo protesi dagli alberi
trasparenze iridescenti
rivestono
le cose di sempre
proiettandole rigenerate
nell’incantesimo stregato
di un universo incontaminato
dove non esiste il dolore.
Il canto del vento
è nel dondolio sordo di un fanale
che dona sussurri di luce
e giochi misteriosi di ombre
nella piazzetta deserta.
Il tempo si è fermato
si respira eternità e silenzio
nel cuore risuona
lo stupore gioioso
dei bimbi alla loro prima neve
La solitudine della notte
dilata l’animo sino ai primordi della vita
e si è nelle cose
e le cose vivono in noi
e non ci sono più limiti.
Percepiamo
la divinità del creato e dell’amore
quell’amore che agli inizi del tempo
produsse la vita ed ogni cosa.
Si sperimenta così
per brevi istanti
l’ETERNITA’.


Gea
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 5


Neve di Gea
Postato da Grazia01 il Martedì, 14 marzo @ 22:41:37 CET (1729 letture)
Le poesie di Jack, Ahyme, Gea e Paola

Neve
magica signora
riempi d'incanto ogni cosa
e fai tornare il cuore bambino.
Ricordi lontani
di fresche risate e di giochi
succose granite
di limone e ciccolata
guanti di lana inzuppati
aria pura e frescha
da respirate
a pieni polmoni
e poi il grande ovattato silenzio
dove anche le campane avevano un suono ovattato...
Io ti amo
bianca mia amica.

Gea
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 4


Desiderio di Gea
Postato da Grazia01 il Lunedì, 13 marzo @ 23:00:27 CET (1260 letture)
Le poesie di Jack, Ahyme, Gea e Paola

Tu sei con me!
Rassicurante
senso d’appartenenza
calda coperta intessuta
da forti sensazioni

Tu sei con me!
Voce sulla mia pelle
arsa ed assetata di libertà
libertà di non essere libera.

Tu sei con me!
Non è il suono della tua voce
un eco rimbombante
nella mia mente
ma la musica del tuo animo
che dà il ritmo alla mia gioia.

Tu sei con me!
Ruggente desiderio
di nascoste complicità.

GEA
Leggi Tutto... | 2 commenti | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 3


A mia madre
Postato da Grazia01 il Lunedì, 13 marzo @ 22:29:54 CET (1325 letture)
Le poesie e altro di Grazia I





Troppo presto sei volata via,
avevo tante cose ancora da dirti,
tanto ancora da capire,
da imparare.
Mi sono girata,
appena una bambina,
e tu non c'eri più.
Mi sentii tradita, abbandonata
non seppi come esprimere
il mio grande dolore.
Quel giorno, quel triste giorno
non ti avevo abbracciato
difeso, amato abbastanza
non avevo capito
che non ti avrei visto mai più.
Che grande rimorso!
Negli anni di poi
sentii forte
lo strazio della tua mancanza.
Tanto cercai il tuo amore.
Poi un giorno ti sentii vicina,
forse fu quando anch'io
divenni madre.
Percepii tutto il bene
che mi avevi donato.
So che da lassù mi proteggi,
ti ho sentita con me
nei momenti più duri.
Sei rimasta giovane,
non ti è stato concesso
di invecchiare.
La tua cara immagine
è sempre nei miei pensieri
e quando il ricordo la sbiadisce
subito la mente la riporta nitida
ed io ti rivedo, affettuosa e dolce
come quando mi raccontavi le favole.
Ora lo sai, l'hai sempre saputo...
ti voglio tanto bene
mia adorata mamma.


Grazia
Leggi Tutto... | 1 commento | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 5


Sorella
Postato da Grazia01 il Lunedì, 13 marzo @ 20:29:50 CET (1126 letture)
Le poesie e altro di Grazia I


Eri bellissima, viso d'angelo,
occhi di cerbiatto,
piccola ed esile come una gazzella,
mente geniale, spirito aperto
come il cielo dove sei volata,
troppo in fretta.
Eri il mio faro, il mio riferimento,
amica e confidente
quando ci lasciò nostra madre
tu fosti la mia mamma,
una mamma appena adolescente,
severa, giocosa, volubile,
ma sempre amorosa.
La tua vita un vortice,
grandi successi e atroci delusioni.
Non sei uscita a passo di danza
sulle note del tuo pianoforte
che tanto amavi,
sei caduta con dolore,
come piccola rondine
dalle ali troppo fragili.
Ogni sera ti penso, ti saluto,
e sento sempre chiara nella memoria
la tua voce che mi risponde.
Ti custodisco nel profondo
del mio cuore
mia carissima amata sorella.


Grazia
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


Gnocchi a la fila
Postato da Grazia01 il Lunedì, 13 marzo @ 16:05:19 CET (941 letture)
Ricette golose Difficoltà: facile
Tempo: 20 minuti
Calorie 628 a porzione


Ingredienti per 4 porzioni:

g. 800 gnocchi di patate
g. 200 di toma piemontese o fontina
g. 50 burro
g. 30 parmigiano grattugiato
sale e pepe

1) Accendere il forno a 220 gradi.
Nel frattempo affettare il formaggio a fettine sottili.

2) Cuocere gli gnocchi in abbondante acqua salata, e scolarli
con una schiumarola non appena verranno a galla.

3) Imburrare una pirofila e distribuirvi a strati gli gnocchi,
alternandoli con le fettine di formaggio. Coprire con il parmigiano
e cospargere con pepe.

4) Distribuire il burro a fiocchetti e passare in forno, quando sarà
ben caldo per un decina di minuti.
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


Biscotti al cioccolato
Postato da Grazia01 il Lunedì, 13 marzo @ 16:00:48 CET (915 letture)
Ricette golose Difficoltà: facile
Tempo: 30 minuti + riposo
Calorie: 172 per biscotto

Ingredienti per 30 biscotti circa:

g. 500 farina
g. 250 zucchero
g. 200 burro a temperatura ambiente
g. 50 cacao amaro
g. 100 gocce di cioccolato
4 uova intere

1)Setacciare farina e cacao, unire il burro e le uova
e impastare amalgamando bene.
Usare tranquillamente il mixer.
Unire le gocce di cioccolato.
Raccogliere a palla l’impasto, avvolgerlo con pellicola
per alimenti e lasciare riposare almeno 1 ora, in frigo.

2)Stendere con il matterello a circa 1 cm. di spessore e tagliare
a piacere e nella forma preferita.

3)Scaldare il forno a 180 gradi.
Coprire la placca con carta da forno ed allargarvi i biscotti.
Cuocere per 15 minuti, spezzare un biscotto per verificarne
la cottura e, se necessario, continuarla per qualche minuto ancora.
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


Crespelle saracene al formaggio
Postato da Grazia01 il Lunedì, 13 marzo @ 15:53:36 CET (1161 letture)
Ricette golose Difficoltà: media
Tempo: 1 ora + riposo
Calorie: 636 a porzione

Ingredienti per 4 persone:

150 g. farina di grano saraceno,
3 uova,
ml 200 latte (eventualmente di capra),
g. 50 burro, g. 200 di robiola
g. 200 besciamella, g. 70 grana o pecorino grattugiati,
sale e pepe.

1) Amalgamare in una ciotola, farina, uova, latte,
un pizzico di sale e 20 g. di burro liquefatto.
Lasciare riposare la pastella almeno ½ ora.


2) Spennellare con burro sciolto una padella per crepes
e versarvi pastella sufficiente a velare il fondo.
Rigirare e appoggiare su carta assorbente da cucina.
Proseguire fino ad esaurimento della pastella.

3) Togliere la crosta al formaggio e tagliarlo a pezzi molto piccoli.
Mescolarlo con ½ besciamella, 50 g.di grana o pecorino grattugiati
e abbondante pepe.

4) Spalmare un cucchiaio di composto su ogni crepella e piegarla in 4.


5) Accendere il forno a 200 gradi, sistemare le crepelle in una pirofila
tonda imburrata, sovrapponendole un po’ a ventaglio, spalmare
la superficie con la besciamella avanzata e il formaggio grattugiato
tenuto da parte. Passare in forno per 10 minuti circa.
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


Frittata all'economica
Postato da Grazia01 il Lunedì, 13 marzo @ 15:45:19 CET (1561 letture)
Ricette golose Difficoltà: facile
Tempo: 15 minuti
Calorie: 234 a porzione

Per 4 persone:

Sbattete 3 uova, aggiungete 25 g. di formaggio grattugiato e
50 g. di pane grattugiato, sale, pepe e una presa di cannella,
l’odore di noce moscata e la buccia di un limone tritato completamente,
lavorate il composto, versatelo in una tortiera imburrata e cuocetelo
al forno a 180 gradi per 15 minuti.
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


Maccheroni alle acciughe
Postato da Grazia01 il Lunedì, 13 marzo @ 15:42:49 CET (1105 letture)
Ricette golose Difficoltà: facile
Tempo: 15 minuti
Calorie: 430 a porzione

Ingredienti per 4 persone:

400 g. di maccheroni
100 g. di olio,
5/6 acciughe salate bel pulite e tagliuzzate,
1 cipolla piccola tritata
1 cucchiaio di salvia e rosmarino tritati
1 cucchiaio di conserva di pomodoro
1 cucchiaio di farina bianca,
parmigiano grattugiato.

Si friggono nell’olio le acciughe, si aggiunge la cipolla tritata
con la salvia e il rosmarino, la conserva di pomodoro, sciolta
nell’acqua con la farina. Lasciare bollire la salsa per 5 minuti,
quindi versarla sui maccheroni, già lessati in acqua salata e sgocciolati.
Cospargete di parmigiano grattugiato, rimestare e servire.
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


Riso con verdure e fagioli
Postato da Grazia01 il Lunedì, 13 marzo @ 15:41:15 CET (1034 letture)
Ricette golose Difficoltà: facile
Tempo: 1 ora
Calorie: 500 a porzione


Ingredienti per 4 persone:

150 g. di fagioli borlotti cotti,
300 g. di riso semi integrale,
150 g. di spinaci o erbette,
mezza verza,
1 patata, salvia essiccata,
50 g. di burro,
parmigiano grattugiato,
sale e pepe

Tagliare le foglie di verza e gli spinaci a listarelle e la patata a dadini.
Portare ad ebollizione abbondante acqua leggermente salata,
gettatevi il riso insieme alla verza e la patata, e dopo 15 minuti unite
spinaci e fagioli. Scolate e condite con burro fuso, in cui avrete
sbriciolati le foglie di salvia e il parmigiano grattugiato.
Aggiungere un pizzico di pepe nero prima di servire.
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


Fabrizio De André
Postato da Grazia01 il Lunedì, 13 marzo @ 14:35:55 CET (1772 letture)
Testi canzoni I

IL PESCATORE

All'ombra dell'ultimo sole
s'era assopito un pescatore
e aveva un solco lungo il viso
come una specie di sorriso.
Il pescatore
Venne alla spiaggia un assassino
due occhi grandi da bambino
due occhi enormi di paura
eran gli specchi di un'avventura.
E chiese al vecchio dammi il pane
ho poco tempo e troppa fame
e chiese al vecchio dammi il vino
ho sete e sono un assassino.
Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno
non si guardò neppure intorno
ma versò il vino e spezzò il pane
per chi diceva ho sete e ho fame.
E fu il calore di un momento
poi via di nuovo verso il vento
davanti agli occhi ancora il sole
dietro alle spalle un pescatore.
Dietro alle spalle un pescatore
e la memoria è già dolore
è già il rimpianto di un aprile
giocato all'ombra di un cortile.
Vennero in sella due gendarmi
vennero in sella con le armi
chiesero al vecchio se lì vicino
fosse passato un assassino.
Ma all'ombra dell'ultimo sole
s'era assopito il pescatore
e aveva un solco lungo il viso
come una specie di sorriso
e aveva un solco lungo il viso
come una specie di sorriso.

CANZONE DEL MAGGIO

Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.
E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credervi assolti
siete lo stesso coinvolti.
Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le "pantere"
ci mordevano il sedere
lasciandoci in buonafede
massacrare sui marciapiedi
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c'eravate.
E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le "verità" della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.
E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.


CANZONE DELL'AMOR PERDUTO

Ricordi sbocciavan le viole
con le nostre parole
"Non ci lasceremo mai, mai e poi mai",
vorrei dirti ora le stesse cose
ma come fan presto, amore, ad appassire le rose
così per noi
l'amore che strappa i capelli è perduto ormai,
non resta che qualche svogliata carezza
e un po' di tenerezza.
E quando ti troverai in mano
quei fiori appassiti al sole
di un aprile ormai lontano,
li rimpiangerai
ma sarà la prima che incontri per strada
che tu coprirai d'oro per un bacio mai dato,
per un amore nuovo.
E sarà la prima che incontri per strada
che tu coprirai d'oro per un bacio mai dato,
per un amore nuovo.


VIA DEL CAMPO

Via del Campo c'è una graziosa
gli occhi grandi color di foglia
tutta notte sta sulla soglia
vende a tutti la stessa rosa.
Via del Campo c'è una bambina
con le labbra color rugiada
gli occhi grigi come la strada
nascon fiori dove cammina.
Via del Campo c'è una puttana
gli occhi grandi color di foglia
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano
e ti sembra di andar lontano
lei ti guarda con un sorriso
non credevi che il paradiso
fosse solo lì al primo piano.
Via del Campo ci va un illuso
a pregarla di maritare
a vederla salir le scale
fino a quando il balcone ha chiuso.
Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior.

LA GUERRA DI PIERO

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi
lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente
così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l'inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve
fermati Piero , fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po' addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce
ma tu no lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera
e mentre marciavi con l'anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore
sparagli Piero , sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue
e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore
e mentre gli usi questa premura
quello si volta , ti vede e ha paura
ed imbraccia l'artiglieria
non ti ricambia la cortesia
cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato
cadesti interra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno
Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all'inferno
avrei preferito andarci in inverno
e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole
dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.


VALZER PER UN AMORE

Quando carica d'anni e di castità
tra i ricordi e le illusioni
del bel tempo che non ritornerà,
troverai le mie canzoni,
nel sentirle ti meraviglierai
che qualcuno abbia lodato
le bellezze che allor più non avrai
e che avesti nel tempo passato
ma non ti servirà il ricordo,
non ti servirà
che per piangere il tuo rifiuto
del mio amore che non tornerà.
Ma non ti servirà più a niente,
non ti servirà
che per piangere sui tuoi occhi
che nessuno più canterà.
Ma non ti servirà più a niente,
non ti servirà
che per piangere sui tuoi occhi
che nessuno più canterà.
Vola il tempo lo sai che vola e va,
forse non ce ne accorgiamo
ma più ancora del tempo che non ha età,
siamo noi che ce ne andiamo
e per questo ti dico amore, amor
io t'attenderò ogni sera,
ma tu vieni non aspettare ancor,
vieni adesso finché è primavera.


BOCCA DI ROSA

La chiamavano bocca di rosa
metteva l'amore, metteva l'amore,
la chiamavano bocca di rosa
metteva l'amore sopra ogni cosa.
Appena scese alla stazione
nel paesino di Sant'Ilario
tutti si accorsero con uno sguardo
che non si trattava di un missionario.
C'è chi l'amore lo fa per noia
chi se lo sceglie per professione
bocca di rosa né l'uno né l'altro
lei lo faceva per passione.
Ma la passione spesso conduce
a soddisfare le proprie voglie
senza indagare se il concupito
ha il cuore libero oppure ha moglie.
E fu così che da un giorno all'altro
bocca di rosa si tirò addosso
l'ira funesta delle cagnette
a cui aveva sottratto l'osso.
Ma le comari di un paesino
non brillano certo in iniziativa
le contromisure fino a quel punto
si limitavano all'invettiva.
Si sa che la gente dà buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio,
si sa che la gente dà buoni consigli
se non può più dare cattivo esempio.
Così una vecchia mai stata moglie
senza mai figli, senza più voglie,
si prese la briga e di certo il gusto
di dare a tutte il consiglio giusto.
E rivolgendosi alle cornute
le apostrofò con parole argute:
"il furto d'amore sarà punito-
disse- dall'ordine costituito".
E quelle andarono dal commissario
e dissero senza parafrasare:
"quella schifosa ha già troppi clienti
più di un consorzio alimentare".
E arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi con i pennacchi
e arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi e con le armi.
Il cuore tenero non è una dote
di cui sian colmi i carabinieri
ma quella volta a prendere il treno
l'accompagnarono malvolentieri.
Alla stazione c'erano tutti
dal commissario al sagrestano
alla stazione c'erano tutti
con gli occhi rossi e il cappello in mano,
a salutare chi per un poco
senza pretese, senza pretese,
a salutare chi per un poco
portò l'amore nel paese.
C'era un cartello giallo
con una scritta nera
diceva "Addio bocca di rosa
con te se ne parte la primavera".
Ma una notizia un po' originale
non ha bisogno di alcun giornale
come una freccia dall'arco scocca
vola veloce di bocca in bocca.
E alla stazione successiva
molta più gente di quando partiva
chi mandò un bacio, chi gettò un fiore
chi si prenota per due ore.
Persino il parroco che non disprezza
fra un miserere e un'estrema unzione
il bene effimero della bellezza
la vuole accanto in processione.
E con la Vergine in prima fila
e bocca di rosa poco lontano
si porta a spasso per il paese
l'amore sacro e l'amor profano.
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


Adriano Celentano
Postato da Grazia01 il Domenica, 12 marzo @ 14:14:12 CET (2134 letture)
Testi canzoni I

L'emozione non ha voce

Io non so parlar d'amore
l'emozione non ha voce
e mi manca un pò il respiro
se ci sei c'è troppa luce
la mia anima si spande
come musica d'estate
poi la voglia sai mi prende
e si accende con i baci tuoi
Io con te sarò sincero
resterò quel che sono
Disonesto mai lo giuro
ma se tradisci non perdono
Ti sarò per sempre amico
pur geloso come sai
io lo so mi contraddico
ma preziosa sei tu per me
Fra le mie braccia dormirai serenamente
ed è importante questo sai
per sentirci pienamente noi
Un'altra vita mi darai
che io non conosco
la mia compagna tu sarai
fino a quando so che lo vorrai
Due caratteri diversi
prendon fuoco facilmente
ma divisi siamo persi
ci sentiamo quasi niente
Siamo due legati dentro
da un amore che ci da
la profonda convinzione
che nessuno ci dividerà
Fra le mie braccia dormirai serenamente
ed è importante questo sai
per sentirci pienamente noi
Un'altra vita mi darai
che io non conosco
la mia compagna tu sarai
fino a quando lo vorrai
Noi vivremo come sai
solo di sincerità
di amore e di fiducia
poi sarà quel che sarà
Fra le mie braccia dormirai serenamente
ed è importante questo sai
per sentirci pienamente noi
pienamente noi
pienamente noi


Azzurro

Cerco l'estate tutto l'anno
e all'improvviso
eccola qua.
Lei è partita per le spiagge
e sono solo
quassù in città
sento fischiare sopra i tetti
un aeroplano
che se ne va
Azzurro il pomeriggio è
troppo azzurro, è
lungo per me
Mi accorgo
di non avere più risorse
senza di te,
e allora
io quasi quasi prendo il treno e
vengo, vengo da te,
Ma il treno
dei desideri,
nei miei pensieri all'incontrario va
Sembra quand'ero all'oratorio
con tanto sole
tanti anni fa.
Quelle domeniche da solo
in un cortile
a passeggiar.
Ora mi annoio più di allora
neanche un prete
per chiacchierar.
Azzurro il pomeriggio è
troppo azzurro, è
lungo per me
Mi accorgo
di non avere più risorse
senza di te,
e allora
io quasi quasi prendo il treno e
vengo, vengo da te,
Ma il treno
dei desideri,
nei miei pensieri all'incontrario va
Cerco un po' d'Africa in giardino
tra l'oleandro
e il baobab
Come facevo da bambino
ma qui c'è gente
non si può più
Stanno innaffiando le tue rose
non c'è il leone
chissà dov'è
Azzurro il pomeriggio è
troppo azzurro, è
lungo per me
Mi accorgo
di non avere più risorse
senza di te,
e allora
io quasi quasi prendo il treno e
vengo, vengo da te,
Ma il treno
dei desideri,
nei miei pensieri all'incontrario va
Azzurro il pomeriggio è
troppo azzurro, è
lungo per me
Mi accorgo
di non avere più risorse
senza di te,
e allora
io quasi quasi prendo il treno e
vengo, vengo da te,
Ma il treno
dei desideri,
nei miei pensieri all'incontrario va
nei miei pensieri all'incontrario va
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


Lucio Battisti
Postato da Grazia01 il Domenica, 12 marzo @ 14:05:10 CET (1885 letture)
Testi canzoni I

Non è Francesca

Ti stai sbagliando chi hai visto non è,
non è Francesca.
Lei è sempre a casa che aspetta me
non è Francesca.
Se c'era un uomo poi,
no, non può essere lei.
Francesca non ha mai chiesto di più,
chi sta sbagliando son certo sei tu.
Francesca non ha mai chiesto di più perchè
lei vive per me.
Come quell'altra è bionda, però
non è Francesca.
Era vestita di rosso, lo so,
ma non è Francesca.
Se era abbracciata poi,
no, non può essere lei.
Francesca non ha mai chiesto di più,
chi sta sbagliando son certo sei tu.
Francesca non ha mai chiesto di più perchè
lei vive per me.


Anna

Hai ragione anche tu
cosa voglio di più
un lavoro io l'ho
una casa io l'ho
la mattina c'è chi
mi prepara il caffè
questo io lo so
e la sera c'è chi
non sa dir di no
cosa voglio di più hai ragione tu
cosa voglio di più cosa voglio
Anna
voglio Anna.
Non hai mai visto un uomo piangere
apri bene gli occhi sai perchè tu ora lo vedrai
apri bene gli occhi sai perchè tu ora lo vedrai
se tu...
non hai mai visto un uomo piangere
guardami...
guardami...
Anna...
voglio Anna.
Ho dormito lì
fra i capelli suoi
io insieme a lei
ero un uomo.
Quanti e quanti sì
ha gridato lei
quanti non lo sai
ero un uomo.
Cosa sono ora io?
Cosa sono mio Dio?
Resta poco di me
io che parlo con te
io che parlo con te di...
Anna
voglio Anna
voglio Anna
voglio Anna
voglio Anna
voglio Anna....


Fiori rosa fiori di pesco

Fiori rosa fiori di pesco c'eri tu
fiori nuovi 'stasera esco ho un anno di più
stessa strada, stessa porta.
Scusa
se son venuto qui questa sera
da solo non riuscivo a dormire perchè
di notte ho ancor bisogno di te
fammi entrare per favore solo
credevo di volare e non volo
credevo che l'azzurro di due occhi per me
fosse sempre cielo, non è
fosse sempre cielo, non è
posso stringerti le mani
come sono fredde tu tremi
no, non sto sbagliando mi ami
dimmi che è vero
dimmi che è
vero dimmi che è vero
dimmi che è vero
dimmi che noi non siamo stati mai lontani
dimmi che è vero ieri era oggi, oggi è già domani
dimmi che è vero
dimmi che è ve...
Scusa credevo proprio tu fossi sola
credevo non ci fosse nessuno con te
oh scusami tanto se puoi
signore chiedo scusa anche a lei ma
io ero proprio fuori di me
io ero proprio fuori di me quando dicevo:
posso stringerti le mani
come sono fredde tu tremi
non, non sto sbagliando mi ami
dimmi che è vero
dimmi che è vero
dimmi che è vero
dimmi che è vero
dimmi che è vero
dimmi che è vero
dimmi che è vero...


Mi ritorni in mente

Mi ritorni in mente
bella come se forse ancor di più
Mi ritorni in mente
dolce come mai, come non sei tu
Un angelo caduto in volo
questo tu ora sei
in tutti i sogni miei
come ti vorrei, come ti vorrei
Ma c'è qualcosa che non scordo
ma c'è qualcosa che non scordo
che non scordo ...
Quella sera
ballavi insieme a me
e ti stringevi a me
all'improvviso,
mi hai chiesto lui chi è lui chi è
un sorriso,
e ho visto la mia fine sul tuo viso
il nostro amor dissolversi nel vento
ricordo,
sono morto in un momento
Mi ritorni in mente
bella come sei, forse ancor di più
Mi ritorni in mente
dolce come mai, come non sei tu
Un angelo caduto in volo
questo tu ora sei in tutti i sogni miei
come ti vorrei, come ti vorrei
Ma c'è qualcosa che non scordo
ma c'è qualcosa che non scordo
che non scordo ...
Ma c'è qualcosa che non scordo
sei un angelo caduto in volo...
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


Luigi Tenco
Postato da Grazia01 il Domenica, 12 marzo @ 13:55:27 CET (1238 letture)
Testi canzoni I

Vedrai vedrai

Quando la sera
tu ritorni a casa
non ho neanche voglia di parlare
tu non guardarmi
con quella tenerezza
come fossi un bambino
che rimane deluso
Si lo so
che questa
non è certo la vita
che hai sognato un giorno per noi
Vedrai vedrai
vedrai che cambierà
forse non sarà domani
ma un bel giorno cambierà
Vedrai vedrai
che non sei finito sai
non so dirti come e quando
ma vedrai che cambierà
Preferirei sapere che piangi
che mi rimproveri d'averti delusa
e non vederti sempre così dolce
accettare da me
tutto quello che viene
Mi fa disperare
il pensiero di te
e di me che non so darti di più
Vedrai vedrai
vedrai che cambierà
forse non sarà domani
ma un bel giorno cambierà
Vedrai vedrai
che non sei finito sai
non so dirti come e quando
ma vedrai che cambierà.


Ragazzo mio

Ragazzo mio, un giorno ti diranno che tuo padre
aveva per la testa grandi idee, ma in fondo, poi....
non ha concluso niente
non devi credere, no, vogliono far di te
un uomo piccolo, una barca senza vela
Ma tu non credere,no, che appena s'alza il mare
gli uomini senza idee, per primi vanno a fondo
Ragazzo mio...un giorno i tuoi amici ti diranno
che basterà trovare un grande amore
e poi voltar le spalle a tutto il mondo
no, no, non credere,no, non metterti a sognare
lontane isole che non esistono
non devi credere,ma se vuoi amare l'amore
tu,...non gli chiedere quello che non può dare
Ragazzo mio, un giorno sentirai dir dalla gente
che al mondo stanno bene solo quelli
che passano la vita a non far niente
no,no,non credere no,
non essere anche tu un acchiappanuvole
che sogna di arrivare
non devi credere, no, no, no non invidiare
chi vive lottando invano col mondo di domani
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


La vita
Postato da Antonio il Sabato, 11 marzo @ 22:52:00 CET (1331 letture)
Poesie sulla vita I

Viale alberato da tigli odorosi
unica sei per ogni mortale.
Seducente creatura dall'essenza
balzana, la tua mise
è mutante ad ogni sorger del sole.
Sei l'elfo del bosco incantato,
la rosa purpurea
dal vento baciata,
sei l'acqua che disseta la terra,
il frutto maturo sul ramo,
il bimbo che giuoca sul prato.
Sei il dono prezioso
di un cuore che ama.

Adelina Gentile
commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


Ciao


Toggle Content Registrati...

Toggle Content Ultimi arrivi

Toggle Content Ultimi articoli
 L'italia la tempo del coronavirus [ 1 commenti - 31 letture ]
 Vorrei [ 0 commenti - 35 letture ]
 Antonio Machado, Soledades [ 0 commenti - 37 letture ]
 Al campeggio di Padre Giampiero [ 1 commenti - 50 letture ]
 Buon anno [ 0 commenti - 35 letture ]

[ Altro nella News Section ]

Toggle Content Sondaggio
Come migliorare e rendere più agibile il sito?




Risultati :: Sondaggi

Voti: 16
Commenti: 1

Toggle Content Solidarietà

Toggle Content Ultimi messaggi
Last 10 Forum Messages

Bentornato carissimo signor Paolo
Last post by Grazia01 in Messaggi on Lug 05, 2017 at 13:33:15

Il mio benvenuto
Last post by Grazia01 in Presentatevi on Feb 21, 2013 at 20:40:04

Il nostro benvenuto a samei
Last post by Grazia01 in Presentatevi on Ago 22, 2012 at 07:42:26

Benvenuto
Last post by Grazia01 in Presentatevi on Mag 03, 2012 at 21:20:53

Il nostro benvenuto
Last post by Grazia01 in Presentatevi on Apr 08, 2012 at 18:22:04

Benvenuto
Last post by Grazia01 in Presentatevi on Mar 21, 2012 at 09:38:09

Il nostro benvenuto
Last post by Grazia01 in Presentatevi on Dic 02, 2011 at 23:31:20

Benvenuta in Casatea
Last post by Grazia01 in Presentatevi on Nov 29, 2011 at 14:12:49

Benvenuto Jael
Last post by Grazia01 in Presentatevi on Nov 28, 2011 at 10:46:15

domanda
Last post by Grazia01 in Informazioni on Nov 04, 2011 at 20:06:58


Toggle Content Messaggio

Questo sito contiene anche testi e immagini presi dal web, se avessimo violato, per errore, diritti d'autore o copyright, preghiamo di avvisarci, sarà nostra cura provvedere all'immediata cancellazione. Scrivere a maktea@tiscali.it


Toggle Content Poeti e scrittori noi

Toggle Content POESIE A TEMA

Toggle Content Varie

Network: Web Agency Milano | Scopri i migliori programmi per siti web
Interactive software released under GNU GPL, Code Credits, Privacy Policy