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La figlia di Albione
Postato da Grazia01 il Martedì, 28 marzo @ 12:21:40 CEST (2970 letture)
Racconti brevi di Cechov

Una splendida carrozza coi cerchioni di gomma, il sedile di velluto e un grasso cocchiere a cassetta sì fermò
davanti alla casa del proprietario terriero Grjabov. Dalla carrozza scese Fëdor Andreic Otcov, il maresciallo della
nobiltà del distretto. Fu accolto, nell'ingresso, da un cameriere insonnolito.
«Sono in casa i signori?» chiese il maresciallo.
«Nossignore. La signora e i bambini sono usciti a far visite e il signore è a pesca con mamsee la governante. Da stamattina.»
Otcov si fermò un attimo a riflettere, poi andò a cercare Grjabov. Lo trovò a un due verste dalla casa, vicino al
fiume. Quando, guardando ìn basso dal ripido pendio della riva, Otcov scorse Grjabov, scoppiò in una risata. Grjabov,
un uomo alto e grosso, con una testa enorme, stava seduto alla turca sulla sabbia, con la lenza ìn mano. Aveva il
cappello sulle ventitré, la cravatta gli pendeva sghemba dal collo. Accano a lui, in piedi, c'era l'alta, sottile inglese con i
suoi due occhi sporgenti da gambero, e il grosso naso da uccello, simile più a un becco che a un naso. Portava un bianco
vestito di mussola che lasciava trasparire delle spalle gialle, ossute. Alla cintura dorata era appeso un orologetto d'oro.
Anche lei pescava. Intorno ai due regnava un silenzio di tomba. Erano entrambi immobili come il fiume sulla cui
superficie erano sospesi ì galleggianti delle loro lenze.
«Chi dorme non piglia pesci!» disse Otcov, ridendo. «Salve, Ivan Kuz'mic!»
«Ah, sei tu?» fece Grjabov, senza staccare gli occhi dall'acqua. «Sei venuto?»
«Come vedi... E tu stai sempre dietro a questa tua mania? Non ti sei ancora stancato?»
«Al diavolo... Sto qui da stamattina... Non so che c'è, oggi non è proprio giornata! Non abbiamo preso niente,
né io, né questa befana. Ce ne stiamo qui seduti, e neanche un accidenti che abbocchi! Una disperazione!»
«E tu infischiatene. Andiamo a bere un po' di vodka!»
«No, aspetta... magari qualcosa la prendiamo. Al tramonto abboccano di più... Fratello mio, è da stamattina che
sono qui! Una noia, una noia che non so come raccontartela. È stato il diavolo a farmi venire questa mania della pesca!
So che è una stupidaggine, ma di qui non mi muovo! Sto qua seduto come un imbecille, come un ergastolano, e guardo
l'acqua come un cretino! Dovrei andare alla falciatura, e invece sto qui a pescare. Ieri a Chapon'evo ha detto messa il
monsignore, e io non ci sono andato, sono rimasto tutto il giorno qui con questo pesce lesso... con questa diavolessa...»
«Sei impazzito!» gli chiese Otcov lanciando un'occhiata imbarazzata all'inglese. «Parlare così di fronte a una
signora e... ingiuriarla..»
«Che vada al diavolo! Tanto non capisce un'acca di russo. Puoi farle complimenti o prenderla a male parole,
per lei è lo stesso! Ma guardale solo il naso! Basta quello per farti prendere un colpo! Stiamo qua seduti per giornate
intere, e mai che dicesse una parola! Sta immobile come uno spaventapasseri, e sgrana gli occhi sull'acqua.»
L'inglese sbadigliò, cambiò l'esca e gettò la canna.
«Io, fratello mio, non riesco proprìo a capire!» continuò Grjabov. «È in Russia da dieci anni, pezzo di cretina, e
non dice neanche una parola in russo!... Uno nostro, un qualsiasi nobiluccio russo, se andasse da loro si metterebbe
subito ad abbaiare nella loro lingua... questi invece... e chi li capisce! Guardale il naso! Guardale il naso!»
«Adesso smettila... Non sta bene... Prendersela così con una donna!»
«Non è una donna, è una zitella... Sogna i fidanzati, pupazza del diavolo! E odora dì marcio... La odio, amico
mio! Non riesco a guardarla senza irritarmi! Appena volta su di me quei suoi occhiettini, mi sento rimescolare, come se
avessi battuto il gomito contro una ringhiera. Guarda tutto con disprezzo. Sembra che dica: sono un essere umano e
dunque il re della natura. Sai come si chiama? Uil'ka Carl'sovna Tfajs! Pfui! Non si riesce neanche a dirlo.»
L'inglese, sentendo il proprio nome, girò lentamente il naso dalla parte di Grjabov e lo squadrò con un'occhiata
piena di disprezzo. Poi spostò gli occhi su Otcov, inondando anche lui di disprezzo. Tutto questo senza dire una parola,
con aria grave, lentamente.
«Hai visto?» disse Grjabov, sghignazzando. «Prenditi questa, sembra che dica. Ah, befana! La tengo solo per i
bambini, baccalà che non è altro. Se non fosse per loro non la farei neanche avvicinare a casa mia...Ha un naso da
sparviero... E il corpo? Mi ricorda un chiodo di quelli lunghi. Lo prenderei e lo pianterei per terra... Sta buono! Mi
sembra che stia abboccando...»
Grjabov saltò su e sollevò la canna. La lenza si tese... Grjabov diede un altro strattone, ma non riuscì a tirar
fuori l'amo. «Si dev'essere impigliato in qualche pietra!» disse aggrottandosi. «Maledizione!...»
Sul volto di Grjabov si leggeva la sofferenza. Si mise a tirare la lenza sbuffando, agitandosi e borbottando
maledizioni. Ma non servì a nulla. Grjabov impallidì.
«Che rabbia! Mi tocca andare in acqua.»
«Ma lascia perdere!»
«Non posso... Al tramonto abboccano... Ma tu guarda che razza di affare, Signore! Mi tocca andare in acqua!
Non c'è niente da fare! Sapessi che voglia ho di svestirmi! Bisogna far sloggiare l'inglese... Non posso spogliarmi
davanti a lei. È pur sempre una donna!»
Grjabov gettò via cravatta e cappello.
«Miss... eee...» si rivolse all'inglese. «Miss Tfajs! Je vous prie... Come glielo devo dire? Ehi, come te lo debbo
dire per fartelo capire? Ehi, statemi a sentire, andatevene... Andatevene via! Mi senti?»
Miss Tfajs gettò a Grjabov un'occhiata colma di disprezzo e fece un rumore con il naso.
«Allora? Non capite? Ti dico di andartene! Devo spogliarmi, pupazza del diavolo! Vai da quella parte! Là!»
Grjabov tirò la miss per una manica, le indicò i cespugli e si accovacciò per terra: vai, fa, dietro i cespugli e
nasconditi là dietro. L'inglese, muovendo energicamente le sopracciglia, disse in fretta una lunga frase inglese. I due
uomini scoppiarono a ridere.
«È la prima volta che sento la sua voce... Non c'è che dire, proprio una vocina! Non capisce. Che debbo fare
con questa qui?»
«Lascia perdere! Andiamo a bere!»
«Non posso, debbo pescare... Sta imbrunendo... Allora, che mi consigli di fare? Questa sì che è una bella
storia! Mi tocca svestirmi davanti a lei.»
Grjabov si tolse giacca e gilet e si sedette sulla sabbia per sfilarsi gli stivali.
«Stammi a sentire, Ivan Kuz'mic,» disse il maresciallo, e rideva coprendosi la bocca con la mano. «Questo è
veramente troppo, è una vera ingiuria, un'offesa.»
«Nessuno l'ha pregata di non capire. Che serva da lezione, a questi stranieri!»
Grjabov si sfilò gli stivali, i pantaloni, si tolse la biancheria e restò nel costume d'Adamo. Otcov si teneva la
pancia dalle risate. Era tutto rosso in faccia, dalle risate e dall'imbarazzo. L'inglese continuava a muovere le sopracciglia
e ad ammiccare... Sul suo viso giallo balenò un altezzoso sorriso di disprezzo.
«È ora di fare il bagno,» disse Grjabov, dandosi delle manate sulle costole. «Dimmi un po', Fëdor Andreic,
perché ogni estate mi viene questo sfogo sul torace?»
«Corri in acqua o copriti con qualcosa, maiale!»
«E non ha neanche battuto ciglio, verme che non è altro!» disse Grjabov mentre entrava nell'acqua facendosi il
segno della croce «Brr... che acqua fredda! Guarda come muove i sopraccigli! Non si muove mica, lei... È superiore, lei,
alla gente comune! Eh! Non ci considera neanche uomini!»
Entrò nell'acqua fino alle ginocchia tendendosi in tutta la sua enorme statura e strizzò un occhio dicendo:
«Eh, altro che la sua cara Inghilterra!»
Miss Tfajs, imperturbabile, cambiò l'esca, sbadigliò e gettò la canna. Otcov voltò le spalle e se ne andò.
Grjabov liberò l'amo, si immerse tutto nell'acqua e ne uscì sbuffando. Dopo due minuti era di nuovo seduto sulla sabbia,
con la canna in mano.


A. Cechov
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La morte dell'impiegato
Postato da Grazia01 il Martedì, 28 marzo @ 12:06:59 CEST (9765 letture)
Racconti brevi di Cechov

Una bella sera, il non meno bello usciere giudiziario Ivàn Dmitric Cervjakòv se ne stava seduto in una poltrona
di seconda fila e guardava col binocolo le «Campane di Corneville». Guardava e si sentiva al colmo della beatitudine.
Ma all'improvviso... Nei racconti si trova spesso questo «all'improvviso». Gli autori hanno ragione: la vita è così piena
di cose inaspettate. Ma all'improvviso il suo volto si contrasse, gli occhi gli si storsero, il respiro gli si fermò... allontanò
il binocolo dagli occhi e... apscì.!!! Starnutì, come vedete. A nessuno e in nessun luogo è proibito di starnutire.
Starnutiscono i contadini, gli agenti di polizia e alle volte persino i consiglieri segreti. Tutti starnutiscono. Cervjakòv
non si confuse per nulla, si asciugò la bocca e il naso col fazzoletto e, da uomo educato qual era, si guardò attorno per
assicurarsi di non aver dato noia a nessuno. Ma allora sì che gli toccò di confondersi. Si accorse che un vecchietto
seduto davanti a lui nella prima fila delle poltrone si asciugava accuratamente col guanto la calvizie e il collo,
borbottando qualcosa. Cervjakòv lo riconobbe: era Sua Eccellenza il generale Bricàlov, un pezzo grosso del Ministero
delle comunicazioni.
«L'ho annaffiato,» pensò Cervjakòv. «Non è un mio superiore immediato, ma non di meno è sconveniente.
Bisognerà scusarsi.»
Cervjakòv tossì, protese il corpo in avanti e sussurrò all'orecchio di Sua Eccellenza:
«Eccellenza, scusate tanto; vi ho spruzzato.. non l'ho fatto apposta...»
«Niente, niente...»
«Per amor di Dio, scusate. Vi assicuro... che non avevo l'intenzione...»
«Ma lasciate stare, per carità! Lasciatemi ascoltare!»
Confuso Cervjakòv sorrise stupidamente e si mise a guardare il palcoscenico. Guardava, ma non si sentiva più
beato. L'angoscia cominciò a tormentarlo. Nella pausa si avvicinò a Bricàlov, lo segui per qualche tempo e finalmente,
vincendo la timidezza, mormorò:
«Eccellenza... vi ho spruzzato in testa... Perdonatemi... Io... io non pensavo che...»
«Ma basta! Io me ne son già dimenticato e voi, dàgli, sempre la stessa storia!» rispose il generale torcendo il
labbro inferiore impaziente.
«Se n'è dimenticato e intanto il suo occhio è pieno di malizia,» pensò Cervjakòv guardando sospettosamente il
generale. «Non vuole neppure parlare. Bisogna spiegargli che proprio non volevo... che lo starnuto è una legge di
natura; altrimenti penserà che volevo sputargli sulla nuca. E se non lo pensa ora, lo penserà dopo!...»
Tornato a casa Cervjakòv raccontò alla moglie il suo atto d'inciviltà. Gli.sembrò che la moglie non desse peso
sufficiente all'accaduto: si spaventò, sì, un poco, ma si ricompose subito appena seppe che Bricàlov non era superiore
diretto di suo marito.
«Ma forse é meglio andarsi a scusare lo stesso;» disse «potrà pensare che non sai comportarti in pubblico.»
«È proprio così! Mi sono scusato, ma lui è stato così strano... Non mi ha detto neppure una parola di positivo.
Vero è che non c'era tempo di discorrere.»
Il giorno dopo Cervjakòv si vestì colla sua miglior divisa, si fece ben pettinare e andò da Bricàlov per
spiegargli... Entrando nella sala delle udienze del generale egli vide molti sollecitatori, e in mezzo ad essi il generale in
persona che aveva già cominciato ad ascoltarli. Dopo aver udito alcuni sollecitatori, il generale alzò gli occhi anche su
Cervjakòv.
«Ieri all'‹Arcadia›... forse vi ricordate, Eccellenza...» cominciò la sua esposizione l'usciere giudiziario «io ho
starnutito e...senza volerlo ho spruzzata la vostra testa... Mi vorrete scusare...»
«Ma che, ma che!. sciocchezze! Che cosa desiderate?» continuò il generale rivolgendosi a chi toccava.
«Non vuol parlare!» pensò Cervjakòv, impallidendo. «Vuol dire che é arrabbiato... La cosa non si può lasciar
cadere... Gli spiegherò...»
Quando il generale ebbe finita l'udienza e si diresse verso i suoi appartamenti privati, Cervjakòv lo seguì
mormorando:
«Eccellenza! se mi permetto di disturbarvi è per un sentimento, per così dire, di rimorso... Non l'ho fatto
apposta... dovete capire!»
Il volto del generale si contrasse in un'espressione di sdegno, fece un gesto di diniego con la mano.
«Ma voi semplicemente scherzate, signore!» disse e scomparve dietro l'uscio.
«Ma che scherzi e non scherzi,» pensò Cervjakòv, «non c'é nessuno scherzo qui. È generale e non arriva a
capire. Quand'é così non voglio più chiedere scusa a cotesto fanfarone! Il diavolo se lo porti. Gli scriverò una lettera,
ma non tornerò più.»
Così pensava Cervjakòv avviandosi verso casa. Ma la lettera non riuscì a metterla insieme. Pensò, ripensò e
non venne a capo di nulla. Il giorno dopo decise di tornare dal generale per spiegarsi a voce.
«Sono stato qui ieri a disturbarvi,» balbettò egli quando il generale alzò su di lui lo sguardo interrogativo, «non
per scherzare come avete detto voi. Per scusarmi sono venuto, perché con uno starnuto ho spruzzato... non pensavo
affatto a scherzare. Come oserei scherzare? Se uno si permettesse di scherzare, dove sarebbe il rispetto dovuto alle
persone di...?»
«Fuori di qui!» urlò ad un tratto il generale facendosi paonazzo in viso e tremando tutto.
«Come dite?» chiese Cervjakòv con voce tremante dal terrore.
«Fuori di qui!» ripeté il generale, pestando i piedi.
Cervjakòv sentì rompersi qualcosa nelle viscere. Non vedendo più nulla, non sentendo più nulla, indietreggiò
fino alla porta, si trovò in istrada e trascinando i piedi s'incamminò. Arrivato macchinalmente a casa, senza togliersi la
divisa, si sdraiò sul sofà e morì.


A. Cechov
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Anton Pavlovic Cechov
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 18:50:41 CEST (6357 letture)
Biografie I Drammaturgo e narratore russo.
Nacque a Taganrog, sul Mar d'Azov, il 17 gennaio 1860, da una famiglia di umili origini.
Il padre, Pavel Egorovic, mercante, figlio di un ex servo della gleba che era riuscito ad ottenere il proprio riscatto raggranellando la somma necessaria con il commercio, era uomo rozzo e autoritario; la madre Evgenija Jakovlevna Morozova era anch'essa figlia di commercianti.
Per Anton Pavlovic ed i suoi cinque fratelli l'infanzia non fu felice, tuttavia ebbero una buona istruzione.
Nel 1876, a causa di una disastrosa rovina economica, la famiglia si trasferì a Mosca, mentre Anton rimase solo a Taganrog dove finì gli studi liceali.
Nel 1879 si trasferì a Mosca per riunirsi alla famiglia e per iscriversi, diciannovenne, agli studi universitari di medicina: studiò fino al 1884, anno in cui si laureò e cominciò ad esercitare la professione di medico, ma fu
costretto a dedicarsi alla scrittura per arrotondare le sue misere entrate che lo collocavano praticamente alle soglie dell’indigenza.
Esempio illuminato per la letteratura di tutto il Novecento fu il primo a dare vita a un realismo spietato, presentando le vite dei suoi personaggi con brevi flash, inchiodando i protagonisti delle sue vicende in un unico attimo significativo, cristallizzandoli in un istante estrememamente rivelatore.
Il successo inaspettato della sua nuova carriera di scrittore fu dovuto alla grande richiesta di scritti brevi, incisivi e drammatici, da pubblicare su riviste e quotidiani, in quello che fu il grande periodo del fuilletton di origine francese, e delle pubblicazioni periodiche di massa, fenomeno che in Italia giungerà solo nei primi decenni del Novecento.
Le prime opere di Cechov risalgono al 1880, e presto egli divenne uno degli scrittori più richiesti, specializzandosi in racconti brevi, compiuti e definitivi, che narravano la storia intera di una vita a partire da un singolo, unico e drammatico momento.
Narrazione sintetica, efficace, diretta e compatta, di grande impatto drammatico e improntata a un realismo talemente crudo che spesso Cechov fu accusato dai suoi contemporanei di essere uno scrittore amorale, troppo spassionato, troppo rigoroso, mai coinvolto in prima persona nella narrazione.
Eppure proprio questo “difetto” ha fatto di lui un vero e proprio punto di riferimento per tutti gli scrittori del Novecento. Cechov sosteneva che i personaggi andassero appena tratteggiati, che sarebbero state le loro azioni a parlare per loro, e che tutto il resto, comprese le inevitabili implicazioni moralistiche, andava affidato alla fantasia del lettore. Un punto di vista sicuramente in precorrenza sui tempi, e oggi ancora molto attuale.
Per Cechov lo scrittore era tenuto ad essere un rigoroso testimone imparziale degli eventi, che dovesse fornire, servendoli su un vassoio, tutti gli elementi necessari per tratteggiare la situazione, e che poi dovesse semplicemente farsi da parte, lasciando al lettore il compito di districarsi tra tutte le implicazioni etiche, filosofiche e morali. Una specie di catalizzatore dunque, che doveva servire per far riflettere il pubblico sulle amarezze, sui dolori, e sulle miserie della natura umana, ma senza falso perbenismo, senza schieramenti di parte, senza intromissioni da parte dello scrittore.
Nei suoi oltre duecentoquaranta racconti brevi Anton Cechov non tradirà mai questa sua “poetica”, rimanendo rigorosamente imparziale nei confronti della realtà che andrà esponendo, difficile se non impossibile comprendere il suo vero pensiero, tanto è stato attentamente celato dalla sua rigorosa imparzialità.
Nelle sue opere sono riprodotte e vigorosamente rappresentate, senza filtri o distorsioni, le vite e le esperienze della gente comune, impiegati, piccoli borghesi, nobili decaduti, contadini, commessi viaggiatori, attori di terz’ordine, ladri e piccoli delinquenti, anziani, vedove, malati, militari in pensione, giovani innamorati inconsolabili, coppie disagiate e infelici.
La miseria della vita umana è rappresentata con spietata determinazione, riprodotta aderente alla realtà, diretta ed immediata in tutta la sua crudezza e la sua dolorosa, malinconia.
La sua straordinaria capacità narrativa impressionò favorevolmente lo scrittore Dmitrij Vasil'jevic Grigorovic, ed anche Aleksej Suvorin, direttore di un importante periodico di Pietroburgo, "Tempo Nuovo", che gli offrì un posto di collaboratore.
Ebbe così inizio la sua attività di scrittore a tempo pieno, che lo portò a collaborare con altre importanti riviste letterarie: "Pensiero russo", "Il Messaggero del Nord", "Elenchi russi".
Ben presto si distinse con un primo libro, "Le fiabe di Melpomene" (1884), e con una raccolta di brevi e scherzosi "Racconti variopinti" (1886), vivaci ritratti umoristici della vita di funzionari statali e di piccoli borghesi, volumi pubblicati entrambi con lo pseudonimo Antosha Cekhonte.
Successivamente s'impegnò in una più intensa attività di scrittura, in cui il pessimismo della triste monotonia della vita, in precedenza nascosto tra le pieghe dell'umorismo, divenne la nota dominante, solo a tratti attenuata da una voce di speranza e di fede.

Nacquero così i suoi celebri racconti che, dal 1887, vennero pubblicati con il suo vero nome.
Alcuni dei più significativi sono: Miseria (1887) - Kastanka (1887) - Nel crepuscolo (1887) - Discorsi innocenti (1887) - La steppa (1888) - La voglia di dormire (1888) (per questo mirabile racconto gli venne conferito, dall'Accademia delle Scienze, il Premio Puškin) - Una storia noiosa (1889) - Ladri (1890) - La camera n°6 (1892) - Il duello (1891) - La corsia (1892) - Mia moglie (1892) - Il racconto di uno sconosciuto (1893) - Il monaco nero (1894) - La mia vita (1896) - I contadini (1897) - Un caso della pratica (1897) - L'uomo nell'astuccio (1897) - La signora col cagnolino (1898) - Nel burrone (1900).
In questi racconti, ammirevoli per semplicità e chiarezza, straordinari per l'arguzia e l'humour diffusi, Cechov seppe esprimere il suo profondo rispetto e amore per la gente umile, e riuscì a rendere visibile il dolore e l'inquietudine presente nella decadente società del suo tempo.

Nel 1892 acquistò una piccola proprietà a Melichovo, a 70 chilometri da Mosca, dove si trasferì.
A beneficio della comunità del luogo organizzò attività sociali, fondò una scuola, e praticò l'assistenza sanitaria gratuita a favore dei più poveri. Le capacità professionali di medico di Cechov furono molto importanti e di fondamentale utilità nel prevenire e nel contenere l'epidemia di colera che si sviluppò in quella zona negli anni 1892-93.
L'insorgere della tubercolosi tuttavia costrinse Cechov ad intraprendere alcuni viaggi verso luoghi di cura, nel tentativo di rallentarne la progressione.
Venne in Italia nel 1894, si recò in Caucaso e in Crimea nel 1896, raggiunse Nizza nel 1897. Nel 1899 dovette lasciare Melichovo per trasferirsi a Jalta sul Mar Nero, dove il clima era più favorevole.
Accanto alle opere di narrativa che scrisse per tutto il corso della sua vita, circa 700, Cechov si dedicò anche ad produrre testi teatrali, lavori che contribuirono a renderlo uno dei più grandi autori di teatro di tutti i tempi.
Fra le sue opere più rappresentative ricordiamo: Sulla via maestra (1885) - Sul danno del tabacco (1886) - Il canto del cigno (1887) - Ivanov (1887) - L'Orso (1888) - Una domanda di matrimonio (1889) - Le nozze (1890) - Tragico suo malgrado (1890) - L'Anniversario (1892) - Il gabbiano (1896) - Zio Vania (1896) - Le tre sorelle (1900) - Il giardino dei ciliegi (1903). Con gli ultimi quattro lavori teatrali Cechov raggiunse la sua massima grandezza.
Nel 1890 compì un viaggio in Siberia, a visitare la colonia penale di Sakhalin; l'impressionante condizione di vita dei deportati gli ispirò il libro "L'isola di Sakhalin". Fu un'esperienza amarissima che maturò profondamente il suo spirito e che lo spinse maggiormente ad interessarsi alla vita dei più deboli e a conferire obiettivi più umani e sociali alla sua arte.
Nel 1901 lo scrittore sposò Olga Knipper, attrice del Teatro d'Arte.
el 1902 Cechov diede le dimissioni dall'Accademia, che aveva estromesso, su insistenze governative, Maksim Gor'kij, dopo averlo nominato membro onorario. Fu un gesto significativo della sua profonda coscienza morale e del suo impegno nel campo sociale.
Ormai gravemente malato di tubercolosi, malattia a quel tempo incurabile, non riuscì a godere pienamente l'enorme successo e la popolarità conquistata. La morte lo colse il 2 luglio 1904 a Badenweiler (Germania), località termale situata nella Foresta Nera, dove si era recato per l'ennesimo ciclo di cure. Aveva quarantaquattro anni.

Anton Pavlovic Cechov, espressione letteraria del realismo russo, si potrebbe definire anche scrittore espressionista, per quella leggerezza di tocco e di colore con cui seppe descrivere una società feudale in decadenza e in crisi, descrivendo stati d'animo soffusi e ispirati da sofferente malinconia.
Di questa particolare semplicità di mezzi espressivi resta acuta testimonianza in una osservazione di Tolstoj, il quale, dopo aver affermato che lo stile di scrittura del tutto nuovo di Cechov non poteva paragonarsi a quello degli scrittori russi che lo avevano preceduto, né con Dostoevskj, né con Turgenev, né con il suo stesso stile, egli disse: "Cechov ha una sua propria forma, come gli impressionisti. Si guarda: l'artista spalma i colori come se non facesse neppure una scelta, così come gli capitano sotto mano e come se le pennellate non avessero nessun rapporto tra loro. Ma ci si allontana un po', si guarda di nuovo e nel complesso si riceve un'impressione straordinaria: davanti a noi è un quadro chiaro, indiscutibile".

Egli scrisse "Voi mi rimproverate l’obiettività, chiamandola indifferenza verso il bene e il male o mancanza di ideali. Vorreste che quando dipingo i ladri di cavalli dicessi: è male rubare i cavalli! Ma lo sanno tutti da molto tempo, senza che debba dirlo io. Questo è affare dei giudici, il mio lavoro consiste nello spiegare che cosa essi sono… Nello scrivere mi affido al lettore, sperando che egli inserisca da solo gli elementi soggettivi”.
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La leggenda di Scilla
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 13:05:28 CEST (1169 letture)
Leggende e fiabe III Glauco, trasformatosi metà pesce e metà uomo dopo aver mangiato dell'erba in un'isola incantata e divenuto un nuovo dio marino, si innamorò di Scilla, figlia di Crateide, la quale si aggirava per le spiagge di Zancle (Messina) dove abitava presso una caletta. Scilla spaventata da Glauco che cercava di fargli la corte, scappò rifiutandolo. Glauco disperato, si rivolse a Circe raccontandogli tutto. Ma Circe dal canto suo, si era innamorata di lui e invece di aiutarlo iniziò a fargli la corte. Glauco fermo nelle sue intenzioni la respinse. Circe avvilita e infuriata, volle vendicarsi di Scilla trasformandola in un mostro con i fianchi circondati da corpi e musi di cani. Scilla dolente della sua orrenda trasformazione, alla prima occasione sfogò il suo odio per Circe privando Ulisse dei suoi compagni mentre transitava dallo stretto con la sua nave. Più tardi avrebbe inghiottito anche le navi di Enea se prima non fosse stata trasformata in scoglio, in una roccia che sporge ancora sul mare.
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Il miracolo di San Gennaro
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 13:04:15 CEST (6480 letture)
Leggende e fiabe III

La leggenda ci dice che le origini di San Gennaro erano nobili e già nel grembo della madre faceva presagire che sarebbe diventato un santo in quanto, quando questa si recava in chiesa, sentiva agitarsi gioiosamente il bambino. Durante la persecuzione di Diocleziano, era diacono della chiesa di "Miseno", Sossio, un giovane trentenne stimato per la santità di vita; in quel periodo Gennaro era vescovo di Benevento e, recandosi a Miseno per partecipare ad una liturgia, ebbe certezza dell'imminente martirio del giovane diacono che, infatti, poco dopo fu imprigionato. Gennaro si recò a fargli visita per consolarlo con il suo diacono Festo e il lettore Desiderio. Riconosciuti come cristiani i tre visitatori furono a loro volta incarcerati e non avendo voluto abiurare la loro fede furono condannati alle fiere nell'arena di Pozzuoli, pene che fu poi commutata in decapitazione e che fu eseguita nel Foro di Vulcano nei pressi della Solfatara di Pozzuoli nel 305. Inizialmente il corpo del santo trovò sepoltura in un luogo detto Marciano nei pressi dei luoghi dove avvenne l'esecuzione, in seguito il vescovo di Napoli Giovanni I volle un sepolcro più decoroso e tra il 413 e il 432 traslò le spoglie del santo nelle catacombe napoletane sulla collina di Capodimonte. In seguito, a causa di una cruenta lotta tra il ducato di Benevento e quello di Napoli, furono trasferite a Benevento e a Montevergine fino a che l'arcivescovo di Napoli Alessandro Carafa ottenne il permesso di riportarle a Napoli. La prima notizia certa del miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro risale al 17 agosto del 1389 ; per la festa dell'Assunta il partito filoavignonese indisse grandi festeggiamenti cittadini per accogliere un'ambasceria proveniente da Avignone nel corso dei quali vi fu anche l'esposizione pubblica della reliquia del sangue di San Gennaro. La cronaca racconta che il sangue si era liquefatto come se fosse sgorgato quel giorno stesso dal corpo del santo e se ne ricava l'impressione che il miracolo avvenisse per la prima volta. Da allora il culto si andò intensificando sempre più con frequenti notizie dell'avvenuto miracolo. Il sangue di San Gennaro è custodito in due balsamari vitrei di piccole dimensioni e di foggia diversa databili ai primi decenni del IV secolo.Tre le date fisse del ricorrente prodigio: vigilia della prima domenica di maggio (prima traslazione), il 16 dicembre (anniversario dell'eruzione vesuviana del 1631) e il 19 settembre (data del martirio). Il sangue per liquefarsi può metterci pochi secondi come mezz'ora o giorni, allora la gente prega perché ciò avvenga. A questo proposito conviene spendere due parole sulle cosiddette "parenti di San Gennaro", che fanno parte del patrimonio etnico e culturale scaturito, nel corso dei secoli, dalla pietà popolare; esse usano espressioni semplici e confidenziali "santo nuosto", "guappone", "faccia ngialluta" e via di seguito, preghiere dialettali da recuperare e assolutamente da non emarginare, sono voce della lingua viva napoletana. Un altro aspetto delle tradizioni legate al miracolo di San Gennaro è dato dalla processione. E' una tradizione che si perde nei secoli, ricorda la prima traslazione delle reliquie del martire dall'agro Marciano alla catacomba extramuraria di Napoli ad opera, come si è detto del vescovo Giovanni I. Anticamente il clero vi partecipava con ghirlande di fiori sulla testa, tradizione abolita nel Seicento. Questa processione, dal popolo detta anche "processione delle statue" per la presenza delle statue d'argento dei santi compatroni, è un autentico spettacolo di fede e di folclore. Sui terrazzi garofani, rose e fiori d'ogni genere, ai balconi coltri di damasco o di broccato, drappi di seta conservati da anni e stesi all'aria per la festa. Ancora più intima, raccolta e densa di commozione la processione di anni fa quando, all'andata percorreva Spaccanapoli tra le case del centro antico. Una pioggia di fiori cadeva dai balconcini delle povere case della vecchia Napoli. La gente si stringeva intorno al santo in quelle stradine che davano più voce alle preghiere e ai canti. Petali di rose al passaggio del Patrono e coi fiori il grido "Viva San Gennaro!"
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Il lotto
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 13:03:09 CEST (1065 letture)
Leggende e fiabe III

E' probabile che il lotto abbia avuto un'origine romana, in quanto, allora, esistevano dei giochi alla fine dei quali si estraevano dei premi da un' urna. Furono celebri i premi dati da Agrippa Nerone Silla consistenti in vasi, verghe, terre, cavalli, ecc. Tutte le suddette cose si scrivevano su pezzi di legno somiglianti ai nostri dadi e coloro che avevano la fortuna di pescare, tra tante tavolette vuote, quelle con i premi li ricevevano subito. Ma , a parte questa suggestiva e un po' azzardata ipotesi, la storia del lotto è la seguente. Non deve a Napoli bensì a Genova la propria origine ( 1576 ) il gioco del lotto. A quell'epoca i genovesi, già allora celebri per il loro fiuto commerciale, erano soliti scommettere sull'estrazione a sorte che si eseguiva ogni anno per eleggere otto senatori, per questo si chiamò gioco dell'otto modificato poi in lotto. Il sistema era questo: Si mettevano nell'urna centoventi nomi di notabili tra i quali i primi cinque estratti a sorte dovevano ricoprire incarichi al Senato e al Consiglio dei procuratori della repubblica. Si cominciò con lo scommettere su questi cinque nomi. Successivamente i nomi imbussolati divennero solo novanta e furono contraddistinti da un numero; in parallelo le scommesse vennero fatte non solo su uno dei numeri, ma anche su due o su tre, dando così vita all'estratto, all'ambo e al terno, che per parecchio tempo furono le sole combinazioni su cui si basò il gioco. Non potevano sfuggire, a quel punto, ai genovesi, dato il loro spirito estremamente positivo, le possibilità economiche che da quel gioco potevano scaturire: così lo regolarizzarono e lo istituzionalizzarono; nel 1643 il governo genovese decretò una tassa sul lotto e lo considerò oggetto di privativa anche se sempre con finalità benefiche. A Napoli si diffonde un secolo dopo ed è chiamato a lungo " il gioco dell'estrazione per li Seminarj di Genova ". Dalle lotterie private si passa alla lotteria di stato, cioè al lotto. Avvenne nel 1672 e ad introdurlo fu determinante un grave fattore politico. La Spagna aveva bisogno di 350.000 ducati. Il viceré, marchese di Astorga, per non gravare di balzelli il popolo, andava escogitando qualche espediente per racimolarli. Ci fu allora, " un erudito ingegno forastiero " che propose d'introdurre " la beneficiata all'uso di Venezia e Genua ". La novità fu accolta con un certo scetticismo dal popolo che, però, non seppe resistere alla tentazione di sfidare la sorte. I premi che dava il governo di allora erano: 18.000 ducati per gli estratti, 45.000 per gli ambi e 120.000 per i terni. L'estrazione del lotto, fino al 1818, aveva luogo due volte al mese; dal 1818 in poi si effettuava ogni sabato fino all'odierna novità delle due estrazioni settimanali del mercoledì e del sabato.
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L'amante del brigante fantasma.
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 12:54:05 CEST (1131 letture)
Leggende e fiabe  I

Nel rione "Stella", di Catanzaro (Largo Ferragina), esistono dei cunicoli sotterranei che attraversano il sottosuolo fino ad un'altra zona della città (Via Carlo V) la quale, alla fine dell'800, ne segnava la periferia. Questi cunicoli erano usati come passaggi segreti dai briganti, i quali ne usufruivano come via di fuga o di accesso alla città. Agli inizi del '900 dai cunicoli furono ricavate delle abitazioni chiamate "bassi" dove vivevano, arrangiandosi, le famiglie più povere. In uno di questi viveva una vedova con figli che, pare, avendo visto, una notte un bell'uomo, vestito con abiti inequivocabilmente da bandito, sebbene meravigliata da quello strano abbigliamento, intrecciò una relazione con lui. Alle domande della donna egli rispondeva di essere vissuto da brigante, di essere stato ucciso lì vicino e di avere nascosto in quel luogo il suo tesoro, che costantemente tornava a controllare. Il fantasma con la promessa di farne, prima o poi, dono alla donna, la convinse a giacere con lui, ma spariva puntualmente dopo la mezzanotte. Anche i figli, a turno, videro il losco figuro, ma ne erano così spaventati da non osare rivolgergli la parola. Giustamente si può pensare che lo spettro non fosse altro che un furbo soggetto il quale, coperto da uno scuro mantello per non dare nell'occhio, alimentasse l'idea di essere un fantasma per non far scoprire la tresca con la vedova. Ma, a parte il fatto che, finché egli la frequentò, la famiglia non ebbe problemi a sfamarsi, il brigante aveva posto una condizione alla donna: non dire mai chi lui fosse realmente. Un giorno, però, il più grande dei figli chiese spiegazioni alla madre e minacciò di ucciderle l'amante, poiché non sopportava la vergogna di quella situazione. La donna, solo allora gli spiegò la verità, naturalmente senza essere creduta. La notte apparve la minacciosa figura del brigante che si rivolse direttamente al figlio della donna dicendo: "Tu ora conosci la mia storia. Vieni con me, ti farò vedere il tesoro". Alla luce di una torcia, egli guidò madre e figlio, poco lontano dal luogo dove essi abitavano e, giunti in un punto preciso del cunicolo disse al ragazzo: "Scava qui e lo troverai". Il giovane si affrettò a fare ciò che il brigante gli aveva detto e trovò un forziere. Apertolo, vide che era ricolmo di monete d'oro. Ma, a quel punto, nel buio echeggiò una risata diabolica e la voce tenebrosa del fantasma urlò: "Quello che avete visto è ciò che non avrete mai! Come, del resto, io sono morto dannato per non averlo potuto portare con me!". Lo spettro scomparve all'improvviso e, contemporaneamente, la torcia si spense. I due, terrorizzati, rimasero al buio. L'indomani tornarono sul luogo a cercare, ritrovarono il posto dello scavo, ma del forziere nessuna traccia. Da quel giorno in poi il fantasma-amante non comparve più, ma la notte terrorizzava gli abitanti con continui rumori e lugubri lamenti, finché tutta la famiglia fu costretta a lasciare il "basso" per trasferirsi in un altro quartiere. Story by LUX (Catanzaro City).
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La leggenda di Piero e Sara
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 12:51:05 CEST (1295 letture)
Leggende e fiabe  I

Un giorno lontano, un signorotto, feudatario del Castello di Rotorscio, conobbe una bella fanciulla abitante a Rocca Petrosa. Affascinato dalla grazia della giovane, s 'invaghi di lei e decise di rapirla. Questa era innamorata e promessa sposa ad un altro castellano, suo coetaneo, di nome Piero. Un pomeriggio, il feudatario s'introdusse all'inteno della Rocca e riuscì a rapire la ragazza di nome Sara. Gli abitanti del luogo chiusero le porte di accesso alla Rocca e iniziarono una violenta colluttazione con i cavalieri seguaci del conte di Revellone. Durante la rissa, il conte, vistosi alla resa, uccise la bella Sara che teneva tra le braccia. Sopraggiunto Piero piombò addosso all'uccisore, il quale, brandendo una scure, colpì anche lo sfortunato giovane che cadde riverso vicino alla sua giovane amata e, dopo un ultimo abbraccio, le spirò accanto. A ricordo dell'infausta contesa e del triste sopruso, il Castello Petroso, assunse il nome di Pierosara che, a tutt'oggi, conserva.
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Il mito di Chimera
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 12:45:44 CEST (1490 letture)
Leggende e fiabe  I

Chimera. Suo padre fu Tifone, il cui corpo gigantesco culminava in cento teste di drago. Giace relegato sotto una delle isole vulcaniche della nostra terra (Ischia o la Sicilia), ancora fremente della rabbia che lo porto' un giorno lontano a sfidare gli dei, a cacciarli dall'Olimpo ed a ferire Zeus. Sua madre fu Echidna, la vipera, per meta' donna bellissima e per meta' orribile serpente maculato. Viveva in un antro delle terre di Lidia, cibandosi della carne degli sventurati viaggiatori. Chimera e' solo uno degli esseri mostruosi generati da Tifone ed Echidna. Suoi fratelli furono Cerbero, cane infernale dalle tre teste, la famosa Idra uccisa da Eracle, e Ortro feroce cane a due teste guardiano delle mandrie del gigante Gerione. Chimera e' la personificazione della Tempesta, la sua voce e' il tuono. Molte e diverse sono le rappresentazioni iconografiche del mostro leggendario. Probabilmente ad Esiodo (Teogonia) si ispiro' l'artista che la raffiguro' a Cerveteri con tre teste frontali, le cui due laterali di leone e di drago e la centrale di capra. All'Iliade invece sembra ispirato l'artefice della Chimera di Arezzo, leone davanti, capra sul dorso e serpente dietro. "Lion la testa, il petto capra, e drago la coda; e dalla bocca orrende vampe vomitava di foco ... (Iliade, VI, 223-225 trad.V.Monti) Il mito di Chimera Chimera fu allevata dal re Amissodore e per lunghi anni terrorizzo' le coste dell' attuale Turchia, seminando distruzioni e pestilenze. Fu Bellerofonte, eroe da molti ritenuto figlio del dio Poseidone, a fermare le scorribande del mitico mostro. Con l'aiuto di Pegaso Bellerofonte riusci a sconfiggere Chimera con le sue stesse, terribili, armi, infatti "...non c'era freccia o lancia che avrebbe presto potuto ucciderla." 1 Allora Bellerofonte immerse la punta del giavellotto nelle fauci della belva, il fuoco che ne usciva sciolse il piombo che uccise l'animale. Come gia' aveva fatto Perseo con Medusa, anche Bellerofonte abilmente seppe sconfiggere la creatura facendo si' che la sua forza si ritorcesse contro di lei. La Chimera d'Arezzo Capolavoro in bronzo della scultura etrusca (V-IV sec.a.C.). Fu scoperta nel 1553 nelle campagne di Arezzo e restaurata da Benvenuto Cellini, fu conservata per un periodo in Palazzo Vecchio dove Cosimo I dei Medici la volle accanto al proprio trono, fu poi spostata nella villa medicea di Castello perche' la sua presenza in Palazzo Vecchio era ritenuta funesta. L'originale e' adesso conservato al Museo Archeologico di Firenze mentre sono visibili due copie bronzee leggermente piu' grandi, collocate nella prima meta' di questo secolo ad ornare le due fontane in piazza della Stazione ad Arezzo. "Khimaira" Chimera prende il nome dalla caratteristica che la diversifica dai genitori, la testa di capra infatti non trova riscontro ne' in Tifone ne' in Echidna e ne diviene cosi' tratto peculiare. "Infatti Chimera, in greco Khimaira, significa capra"2. E "la capra e' ...il piu' selvatico tra i domestici e il piu' domestico tra gli animali selvatici." Ed e' in quest'ottica che si indicano tre significati simboleggiati da Chimera: il leone e' la forza, il calore e quindi l'estate; il serpente e' la terra, l'oscurita' e quindi l'inverno, la vecchiaia; la capra e' il passaggio, la transizione e quindi autunno e primavera. E sempre in quest'ottica si legge la dedica a Tinia, il mutevole Giove etrusco, iscritta sulla zampa anteriore destra della Chimera. "Non sia da meravigliarsi quindi che al sommo dio degli etruschi, principio cangiante di ogni cosa, venisse dedicata la multiaspetto velocissima Chimera"
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Làgole - Tra storia e leggende
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 12:42:11 CEST (1925 letture)
Leggende e fiabe  I

A Calalzo di Cadore, verso est, degradante dalle pendici del monte Tranego, uno sperone di roccia cerca ancora di emergere dalle acque del lago di Centro Cadore: quella località si chiama Làgole e si trova sotto la Stazione ferroviaria. In questo posto si sono dati convegno bizzarri artisti che hanno contrassegnato il luogo con spunti paesaggistici, storici e……fantastici. A Làgole scaturiscono, da sempre, delle polle che per gli antichi abitatori avevano di sicuro delle valenze 'magiche': in quelle acque, che servivano a purificare, a detergere, a sanare, abitava una divinità che si era scelto quel posto per dispensare dei favori. Prima di ottenerli bisognava, però, far precedere dei rituali e delle liturgìe particolari. La divinità, chiamata dagli studiosi TRUMUS ICATEI, elargiva, alle donne, il dono di diventare madre; ai guerrieri, di non morire in guerra; ai debilitati ed ai sofferenti, di sanare qualche parte dell'organismo. Queste 'dicerie' si tramutarono in racconti fantastici e si videro popolare le grotte antistanti il luogo sacro dalle fantasiose 'anguane', donne dai capelli rossi e dai piedi di capra. La saga tra gli abitanti del luogo e le perfide anguane durò a lungo e terminò solamente quando le anguane trucidarono tutte le splendide ragazze che si stavano tuffando nel bagno terapeutico, in occasione del plenilunio agostano, per conservare intatta la loro bellezza, in spregio agli anni che miseramente trascorrevano. La divinità della fonte sacra si vendicò dell'oltraggio fatto alle donne e decretò la morte immediata delle invidiose Anguane. Per molto tempo queste dicerie aleggiarono nei racconti delle persone più anziane le quali sapevano tutto sulla storia e le tradizioni locali. Del passato di Làgole non rimanevano che le 'fole' raccontate attorno al 'larìn' (il focolare cadorino) e la innegabile proprietà delle acque che rendeva immacolata la biancheria che veniva sciacquata anche d'inverno perché la temperatura e la portata erano sempre le stesse. Era il 18 maggio 1914 e la costruzione della linea ferroviaria portò, per la prima volta, il treno in Cadore. Il tracciato dei binari tagliava giusto a mezzo il luogo sacro di Làgole ma nessuno se ne accorse e le leggende continuarono a proliferare. Finalmente nel 1949 qualcuno, con paziente tenacia, cercò di dissotterrare dalle zolle del terreno il segreto. E così si svelò l'arcano. In una fortunata serie di scavi, durata fino al 1956, rividero la luce oggetti appartenenti all'antica popolazione che aveva abitato il luogo di Làgole. Furono tantissime statuine di guerrieri, di animali, di oggetti di uso comune e questi ultimi, tutti, regolarmente rotti. Il motivo fu individuato nel rito che precedeva l'assunzione dell'acqua dalla fonte sacra. Un po' dappertutto, su questi ritrovamenti, si lessero dei segni particolari incisi con strana grafia. Vennero studiati e si affermò appartenessero al popolo dei Venetici, popolo che arrivò in queste contrade tre secoli prima della nascita di Cristo. Tutti gli oggetti ritrovati sono ora esposti nel Museo della Magnifica Comunità di Pieve di Cadore, ma il luogo fantastico di Làgole è rimasto a perpetuare la memoria che galleggia sui riflussi della fantasia. Nessuno può andare a Làgole se prima non ha conosciuto la sua vera storia e nessuno può sostare tra le rive del "Lago delle tose" se prima non si è bene impresso nella memoria la storia delle cattive Anguane e della martoriata Bianca, la figlia bellissima del capo villaggio, inumata per sempre su una splendida vetta delle Marmarole.

Marcello Rosina
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La nascita del panettone
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 12:39:04 CEST (1486 letture)
Milano mia I

Tutte le città hanno un dolce preferito decantato come una loro specia-lità, ma il panettone di Milano ha un fascino tutto suo. A Natale i mi-lanesi lo scambiano coi loro parenti e gli amici. Non è solo la sua squi-sitezza a sollevare tanta curiosità, ma anche le leggende che, nel tem-po, si sono intrecciate intorno al tipico prodotto. Sono quasi tutte storie d'amore.Nel secolo d'oro del Rinascimento Italico, alla fine del XV secolo, la Corte di Ludovico il Moro a Milano superava in splendore e potenza tutte le altre Corti italiane.Ludovico era molto generoso. Fra i suoi beneficiati vi fu Giacometto degli Atellani, suo scudiero cui donò una casa (tuttora esistente), in borgo Vercellina, sul lato sinistro dell'attuale Corso Magenta, di fronte alla chiesa delle Grazie nel cui refettorio, allora, Leonardo da Vinci stava affrescando la famosa "Cena". Casa Atellani divenne in breve uno dei più brillanti ritrovi di Milano, dove convenivano le più belle dame milanesi e i migliori ingegni del tempo.Solamente il figlio di Giacometto non partecipava al tripudio della fa-miglia. Si chiamava Ughetto ed era innamorato della bellissima figlia di un vicino fornaio, Adalgisa, il cui negozio confinava con la casa de-gli Atellani.L'amore naturalmente era osteggiato dalla famiglia di Ughetto e il ra-gazzo poteva incontrare la sua Adalgisa solo di notte, quando lei ve-gliava nel forno del padre per attendere la panificazione quotidiana.Gli affari del fornaio però non andavano tanto bene perché l'apertura di un nuovo forno nelle vicinanze causò la perdita di molta clientela. Ughetto ebbe allora un'idea per risollevare la situazione: migliorò il pane aggiungendo del burro e dello zucchero. Il successo fu immedia-to. L'innamorato, vedendo rifiorire il sorriso sulle labbra di Adalgisa, si fece prendere dall'entusiasmo e una sera aggiunse anche pezzetti di cedro candito e delle uova. Fu un risultato colossale: tutto il borgo fa-ceva la coda alla porta del fornaio per acquistare il dolce.La famiglia Atellani fu ammansita dal buon successo del fornaio; così Ughetto e Adalgisa poterono coronare il loro sogno d'amore senza più ostacoli, e si sposarono. Casa Atellani di fronte al refettorio di S. Maria delle Grazie.
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Il leone di San Babile
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 12:36:02 CEST (943 letture)
Milano mia I Circa cinque secoli fa i nobili veneziani discutevano di come poter attaccare e distruggere Milano; giunsero alla decisione di colpire la città all'improvviso, durante la notte, così che la sorpresa avrebbe sicuramente impedito ai milanesi d'organizzare una buona difesa. Oramai era tutto stabilito. Una sera, poco dopo il tramonto, i veneziani erano pronti e cominciarono ad avvicinarsi alle mura della città ad un certo punto però udirono un rumore simile al rullo di un tamburo. Spaventati e allo stesso tempo sconcertati dal fatto che i milanesi potessero aver previsto l'attacco, sospesero l'offensiva e inviarono una pattuglia in avanscoperta. In realtà il rumore che udirono proveniva da un panettiere intento ad abburattare la farina, che s'accorse in ogni caso della loro presenza e corse a dare l'allarme. I milanesi riuscirono a respingere l'attacco, e a far scappare in fretta e furia i veneziani, i quali, dalla fretta, abbandonarono sul campo di battaglia tutte le loro insegne, i loro stemmi, e un gigantesco leone in pietra, molto simile a quelli che ancora oggi si trovano in piazza San Marco, a Venezia. Il leone veneziano in pietra fu dichiarato bottino di guerra e sistemato su una colonna collocata in piazza San Babila.
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I tre giorni della merla
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 12:34:46 CEST (1172 letture)
Leggende e fiabe  I

La leggenda dei tre giorni della merla si perde nell'onda del tempo. Sappiamo solo che erano gli ultimi tre giorni di gennaio, il 29, 30 e 31, e in quei dì capitò a Milano un inverno molto rigido. La neve aveva steso un candido tappeto su tutte le strade e i tetti della città. I protagonisti di questa storia sono un merlo, una merla e i loro tre figlioletti. Erano venuti in città sul finire dell'estate e avevano sistemato il loro rifugio su un alto albero nel cortile di un palazzo situato in Porta Nuova. Poi, per l'inverno, avevano trovato casa sotto una gronda al riparo dalla neve che in quell'anno era particolarmente abbondante. Il gelo rendeva difficile trovare le provvigioni per sfamarsi; il merlo volava da mattina a sera in cerca di becchime per la sua famiglia e perlustrava invano tutti i giardini, i cortili e i balconi dei dintorni. La neve copriva ogni briciola. Un giorno il merlo decise di volare ai confini di quella nevicata, per trovare un rifugio più mite per la sua famiglia. Intanto continuava a nevicare. La merla, per proteggere i merlottini intirizziti dal freddo, spostò il nido su un tetto vicino, dove fumava un comignolo da cui proveniva un po' di tepore. Tre giorni durò il freddo. E tre giorni stette via il merlo. Quando tornò indietro, quasi non riconosceva più la consorte e i figlioletti: erano diventati tutti neri per il fumo che emanava il camino. Nel primo dì di febbraio comparve finalmente un pallido sole e uscirono tutti dal nido invernale; anche il capofamiglia si era scurito a contatto con la fuliggine. Da allora i merli nacquero tutti neri; i merli bianchi diventarono un'eccezione di favola. Gli ultimi tre giorni di gennaio, di solito i più freddi, furono detti i "trii dì de la merla" per ricordare l'avventura di questa famigliola di merli.
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I Re Magi
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 12:33:33 CEST (1353 letture)
Leggende e fiabe  I

I milanesi per secoli chiamarono i tre Re Magi Eleuterio, Rustico e Dionigio. La loro storia è avvolta nel mistero: si dice che probabilmente non fossero nemmeno re, ma solo degli uomini molto ricchi. Neppure si conosce da quale paese d'Oriente venissero esattamente; di sicuro morirono in Persia, martiri della fede e i loro corpi furono sepolti in un'unica tomba, all'inizio del IV secolo, a Costantinopoli. "Una leggenda racconta che le loro reliquie furono custodite nella basilica di Sant'Eustorgio dal IV al XII secolo. Le reliquie a S. Eustorgio Fu Eustorgio a riceverle in dono dall'imperatore Costantino nel 325, quando si recò nella capitale dell'impero d'Oriente per ricevere la consacrazione a Vescovo di Milano. Le spoglie furono trasportate fino a Milano in un sarcofago molto pesante, lo stesso che ancora oggi vediamo nella basilica di S. Eustorgio con la scritta "Sepulchrum Trium Magorum" . Quando i viandanti arrivarono in città, la fatica rese impossibile trasportare oltre Porta Ticinese il ponderoso sarcofago; allora Eustorgio, saggiamente, ordinò che in quel luogo venisse costruita la basilica dei Re Magi, dove vennero deposte le sacre reliquie. "Lì rimasero fino al XII secolo, finché non furono rubate. Era il giorno il 10 giugno 1164, dopo la famigerata distruzione della città ordinata da Federico Barbarossa. Le spoglie trafugate furono portate a Colonia e deposte con grande solennità in un'urna d'argento intarsiata, nella chiesa di San Pietro. Ma i Milanesi non si rassegnarono mai alla perdita del sacro tesoro, tanto più che consideravano le ossa dei Magi miracolose contro i mali e i sortilegi. Fu Ludovico il Moro a chiederne per primo la restituzione nel 1494, e coinvolse nell'impresa anche Papa Alessandro VI, senza però ottenere nulla; neppure re Filippo di Spagna, Pio IV, Gregorio XIII e Federico Borromeo riuscirono ad avere soddisfazione. "Solo il Cardinal Ferrari, nel 1903, riuscì ad ottenere in restituzione qualche ossicino, che tuttora è custodito dentro un piccolo scrigno, posto in una cavità della parete, sopra l'altare dei Magi nella basilica di S. Eustorgio.
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Gli stemmi di Milano
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 12:32:11 CEST (1166 letture)
Milano mia I Sono molte le leggende intorno alle origini di Milano. C'è chi sostiene che il vero fondatore fosse un mitologico Belloveso, capo di una tribù di Galli, il quale, durante un'incursione al di qua delle Alpi, fu attratto dalla bellezza del luogo e decise di fermarsi. Siamo intorno al 600 a.C.I Galli incaricarono i sacerdoti di interpellare gli dei circa la località più propizia e il nome da imporre alla nuova città, che sarebbe diventata la capitale della regione conquistata.Gli dei risposero di cercare una località dove pascolasse una scrofa col dorso coperto per metà di lana; da qui il nome della nuova città: Mediolanum (in medio lanae).Questa è la leggenda più comune, consacrata anche dal primo stemma della città, la scrofa lanigera, come si vede tuttora scolpito nel secondo arco del Palazzo della Ragione, in piazza Mercanti.Dopo la scrofa semilanuta apparve sugli stendardi della città la famosa biscia. La sua prima apparizione risale agli inizi dell'XI secolo. In quell'epoca Ottone III incaricò l'Arcivescovo Arnolfo di recarsi alla corte di Bisanzio per trattare le sue nozze con una principessa di quella corte.Arnolfo portò dall'Oriente, oltre alla sposa, altre due meraviglie: una statua che mediante un ingegnoso congegno riusciva a formulare alcune parole predicendo il futuro e un prezioso serpente di bronzo risalente all'epoca di Mosè.Ma appena sbarcato a Bari con la sposa, l'Arcivescovo fu raggiunto dalla notizia dell'improvvisa morte dell'imperatore Ottone, proprio come aveva già predetto la statua parlante. La principessa bizantina tornò in Oriente portando con sé la statua e l'Arcivescovo rientrò a Milano recando invece il serpente di bronzo. Lo si vede tuttora collocato su una colonna di porfido nell'interno della chiesa di Sant'Ambrogio, a metà della navata centrale, e le donne gli attribuiscono virtù miracolose contro alcuni mali dei bambini. Da allora il serpente divenne il simbolo della città e apparve sui suoi stendardi.C'è anche un'altra leggenda secondo la quale la biscia comparve, per la prima volta, sullo stemma degli antichi Visconti. Secondo questa leggenda un guerriero appartenente alla famiglia dei Visconti, di nome Azzone, si trovava a combattere contro i Fiorentini, a Pisa (1323). Un giorno, stanco di una lunga marcia, scese da cavallo, si levò l'elmo e si addormentò a ridosso di un albero. Una biscia entrò nel copricapo e vi si accovacciò. Quando Azzone si svegliò e si rimise l'elmo, ne fuoriuscì la biscia aprendo le fauci minacciosa. I soldati che stavano intorno si spaventarono, ma non Azzone che la lasciò andare via senza ucciderla. Anzi la prese come insegna e siccome la serpe era stata innocua la volle raffigurare con un bambino nelle fauci a cui però non fa del male.
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Riccardo Cocciante
Postato da Grazia01 il Venerdì, 24 marzo @ 14:02:15 CET (1221 letture)
Testi canzoni I

Cervo a Primavera

Io rinascerò
cervo a primavera
oppure diverrò
gabbiano da scogliera
senza più niente da scordare
senza domande più da fare
con uno spazio da occupare
e io rinascerò
amico che mi sai capire
e mi trasformerò in qualcuno
che non può più fallire
una pernice di montagna
che vola eppur non sogna
in una foglia o una castagna
e io rinascerò
amico caro amico mio
e mi ritroverò
con penne e piume senza io
senza paura di cadere
intento solo a volteggiare
come un eterno migratore...
Senza paura di cadere
intento solo a volteggiare
come un eterno migratore
e io rinascerò
senza complessi e frustrazioni
amico mio ascolterò
le sinfonie delle stagioni
con un mio ruolo definito
così felice d'esser nato
fra cielo terra e l'infinito
ah...
e io rinascerò
senza complessi e frustrazioni
amico mio ascolterò
le sinfonie delle stagioni
con un mio ruolo definito
così felice d'esser nato
fra cielo terra e l'infinito
ah...
e io rinascerò
io rinascerò
na na na na na

Un buco nel cuore

Io senza di te
Io senza di te
Uno scherzo non e'
Mi ritrovo cosi'
Con un buco nel cuore
Senza voglia di andare
E nemmeno di stare
Con l'odore del mare
Dentro il naso
E piu' in giu'
Nelle pieghe dell'anima
Che ricorda e fa male
Dio, com'era amaro il sale

Mi ritrovo cosi'
Senza ali ne' mani
Pero' ancora non vinto
Aspettando domani
Qualcosa, un evento,
Un incontro, qualcuno

No, non si puo' vivere
Senza mai nessuno che
Ti prenda in giro dolcemente
La padrona prepotente
Nella mente che si siede
Dentro al cuore e dirige
Un'orchestra sempre in festa
Sempre in festa
Una festa con te
Con le luci e la gente
Io felice di niente
Il ricordo fa male
Dio, com'era amaro il sapore del sale per me

Io senza di te
Io senza di te
Uno scherzo non e'
E mi ritrovo cosi'
Con un buco nel cuore
Senza ali ne' mani
Pero' ancora non vinto
Dio, com'era amaro il sale
Senza di te
Io senza di te
Uno scherzo non e'
Io senza di te
Dio, com'era amaro il sapore del sale per me

Tu sei il mio amico carissimo

Perché l'agonismo che è dentro di noi
non diventi egoismo né frattura mai
difendiamo ogni istante la nostra lealtà
sono certo - ci credo - e così sarà

Pericoli tanti e tante gelosie
rabbie, impazienza, piccole manie
ti manderò all'inferno e così farai tu
ma saremo poi amici ancora di più
un po' più alti, una spanna in sù

Tu sei il mio amico carissimo
non tradirmi mai
né soldi, né donne, né politica
potranno dividerci
tu sei il mio amico carissimo
non tradirmi mai...

Tifosi avversari senza tregua ormai
nemici magari per una sera e poi
sicuri che quando emergenza verrà
un aiuto ognuno di noi due darà
gli ostacoli sono vivificanti follie
e le discussioni senza mai bugie
ti manderò all'inferno
e così farai tu
ma saremo poi amici ancora di più
un po' più alti, una spanna in su


Celeste nostalgia

Avevi ragione tu mia cara
la vita non dura mai, una sera
il tempo di una follia
che breve poi fugge via
e poi
cosa rimane dentro noi
questa celeste nostalgia
questo saperti da sempre ancora
ancora mia
mia...
Il bene profondo non si offende
si spegne se è il caso
e poi si accende
passione violenta sia
comprendimi amica mia
tu puoi
tutto normale tra di noi
cara celeste nostalgia
dolce compagna di storie d'amore
sempre mia
sempre mia
Vedete un'estate sopra un treno
partire su un auto
e andar lontano
quel lampo negli occhi, ciao!
fa male d'accordo, ciao
ma tu
dentro di me non muori più
azzurra celeste nostalgia
qualche parola affettuosa
un po' contro però
per noi, forse no...
Amore più grande amica mia
cara celeste nostalgia
un'ora, un giorno, una vita
che cosa vuoi che sia
che sia
Amore più grande amica mia
cara celeste nostalgia
un'ora, un giorno, una vita
che cosa vuoi che sia

Un nuovo amico

Non dico che dividerei una montagna
ma andrei a piedi certamente a bologna
per un amico in piu'
per un amico in piu'
perche' mi sento molto ricco e
molto meno infelice
e vedo anche quando c'e' poca luce
con un amico in piu'
con il mio amico in piu'
non farci caso tutto passa hanno
tradito anche me
almeno adesso tu sai bene chi e'
piccolo grande aiuto
discreto amico muto
il lavoro cosa vuoi che sia mai
un giorno bene un giorno male lo sai
da retta un poco a me
giochiamo a briscola
non posso certo diventare imbroglione
ma passerei qualche notte in prigione
per un amico in piu'
per un amico in piu'
perche' mi tiene ancor piu'caldo
di un pullover di lana
a volte e' meglio di una bella sottana
un caro amico in piu'
un caro amico in piu'
e se ti sei innamorato di lei
io rinuncio anche subito sai
forse guadagno qualcosa di piu'
un nuovo amico tu
perche un amico se lo svegli di notte
e' capitato gia
esce in pigiama e prende anche le botte
e poi te le rida'
ah na na na na na
ah na na na na na na
(Instrumental)
per un amico in piu'
per un amico in piu'
per un amico in piu'
per un amico in piu'
capelli grigi si qualcuno ne hai
e' meglio avremo un po' piu'tempo
vedrai
divertendoci come non mai
ancora insieme noi
non dico che divederei una montagna
per un amico in piu'
ma andrei a piedi certamente a bologna
per un amico in piu'
ah na na na na na
ah na na na na na na
forse guadagno qualche cosa di piu'
un vero amico

Margherita

Io non posso stare fermo
con le mani nelle mani,
tante cose devo fare
prima che venga domani...
E se lei già sta dormendo
io non posso riposare,
farò in modo che al risveglio
non mi possa più scordare.

Perché questa lunga notte
non sia nera più del nero,
fatti grande, dolce Luna,
e riempi il cielo intero...
E perché quel suo sorriso
possa ritornare ancora,
splendi Sole domattina
come non hai fatto ancora...

E per poi farle cantare
le canzoni che ha imparato,
io le costruirò un silenzio
che nessuno ha mai sentito...
Sveglierò tutti gli amanti
parlerò per ore ed ore,
abbracciamoci più forte
perché lei vuole l'amore.

Poi corriamo per le strade
e mettiamoci a ballare,
perché lei vuole la gioia,
perché lei odia il rancore,
poi con secchi di vernice
coloriamo tutti i muri,
case, vicoli e palazzi,
perché lei ama i colori,
raccogliamo tutti i fiori,
che può darci Primavera,
costruiamole una culla,
per amarci quando è sera.

Poi saliamo su nel cielo
e prendiamole una stella,
perché Margherita è buona,
perché Margherita è bella,
perché Margherita è dolce,
perché Margherita è vera,
perché Margherita ama,
e lo fa una notte intera.

Perché Margherita è un sogno,
perché Margherita è sale,
perché Margherita è il vento,
e non sa che può far male,
perché Margherita è tutto,
ed è lei la mia pazzia.
Margherita, Margherita,
Margherita adesso è mia,

Margherita è mia...


A mano a mano

A mano a mano ti accorgi che il vento
Ti soffia sul viso e ti ruba un sorriso
La vecchia stagione che sta per finire
Ti soffia sul cuore e ti ruba l'amore

A mano a mano si scioglie nel pianto
Quel dolce ricordo sbiadito dal tempo
Di quando vivevi con me in una stanza
Non c'erano soldi ma tanta speranza

E a mano a mano mi perdi e ti perdo
E quello che è stato ci sembra più assurdo
Di quando la notte eri sempre più vera
E non come adesso nei sabato sera....
Ma...dammi la mano e torna vicino
Può nascere un fiore nel nostro giardino
Che neanche l'inverno potrà mai gelare
Può crescere un fiore da questo mio amore per te

E a mano a mano vedrai che nel tempo
Lì sopra il tuo viso lo stesso sorriso
Che il vento crudele ci aveva rubato
Che torna fedele
L'amore è tornato da te....
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La storia di Colapisci
Postato da Grazia01 il Giovedì, 23 marzo @ 19:51:39 CET (4726 letture)
Leggende e fiabe  I


C'era una volta, un pescatore siciliano di nome Cola (Nicola).
Passava le sue giornate sempre a contatto col mare ed era talmente bravo
nello stare in acqua ed immeggersi che lo soprannominarono "pisci" (pesce).
Colapisci, disincagliava le reti dei pescatori, li informava se stava per
giungere una tempesta, portava messaggi da Messina a Reggio e viceversa.
La fama per le sue imprese marine era giunta persino all'orecchio dell'imperatore di Sicilia (Federico II).
Un giono l'imperatore volle mettere alla prova con una gara le straordinarie doti di Colapisci,
al termine della quale avrebbe potuto sposare la figlia.
L'imperatore impegnò Colapisci nel recupero di un'anello gettato in fondo al mare a varie profondità
e per ben tre volte Colapisci recuperò l'anello.
Ogni volta che Colapisci risaliva dal fondo dei mari, raccontava delle meraviglie
marine che riusciva a vedere.
Tesori, gemme, ori e argenti riposavano sul fondo del mare e facevano da casa ai mille
e mille pesci di tutti i colori che vi abitavano.
Ma la terza volta che risalì, dopo aver recuperato l'anello,
raccontò al suo imperatore che una delle tre colonne che sorreggono la Sicilia,
era lesionata per colpa di un fuoco sottomarino che la stava distruggendo e che rischiava
di far inabissare l'intera isola.
Fu così che Colapisci si rituffo in mare per appoggiarsi e sorreggere la colonna.
Da allora Colapisci non conparve più a galla e si dice che ancora oggi stia sostenendo la Sicilia
sul fondo del mare, impedendole di sprofondare.
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Mi presento
Postato da Grazia01 il Giovedì, 23 marzo @ 12:57:05 CET (1081 letture)
Le poesie e i racconti di Spalato

Un granello di sabbia perso
Una goccia scivolata via
Un sussurro di vento
Un'onda solitaria.
Una parola sbagliata
Un bacio dolce
Una lacrima segreta
Un tremolio della voce.
Un attimo sfuggente
Una carezza mia
Un pensiero nella mente
Una nascosta via.
Ecco, questo sono io
Misteriosa e irraggiungibile
Taciturna e dura
Ma molto fragile.


Spalato
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Smile
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 22 marzo @ 13:38:27 CET (1099 letture)
Le poesie e altro di Grazia I


Lo specchio riflette
un espressione arcigna,
con il copia incolla,
mi stampo un bel sorriso,
è questa l'immagine
che devo portare in giro,
ma il viso mi duole,
gli angoli delle labbra
tendono a tornare giù.
Sto cercando una smile
di pensieri felici,
da incollare alla mia anima.

Grazia
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Il lago triste
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 22 marzo @ 13:30:23 CET (2753 letture)
Le poesie e altro di Grazia I


Guardo l’ondeggiare del lago,
che sento pervaso dalla malinconia,
da un vapore nostalgico,
quasi avesse la consapevolezza
dell’inarrestabile fluire del tempo,
dell’eterno svolgersi delle stagioni
e la scomparsa degli uomini.
Il salire lento delle colline e poi i monti,
ancora con le cime imbiancate,
che chiudono quasi in tondo
e accerchiano l’antica geometria
delle sue sponde sdraiate,
così ridenti col tempo sereno.
Piccole onde neghittose
scuriscono la ghiaia sulla spiaggia
Il cielo plumbeo, quest’aria umida,
tingono tutto di un colore pesante.
E’ triste stasera il lago,
la primavera seppur già iniziata,
sembra qui ancora lontana.
Un'aria fredda penetra gli abiti,
e sento dei brividi, è tardi
il suono lontano di un campanile
mi ripete che è tardi,
ma resto davanti a questo panorama,
una languida sensazione di mestizia
mi ha invaso, ma non la scaccio,
anzi la prolungo, la voglio vivere,
sento di condividere con la natura,
la solennità atavica di questa atmosfera.


Grazia
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Primi in Europa per l'amianto
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 22 marzo @ 08:45:52 CET (1262 letture)
Ecologia e ambiente I

Forse non tutti sanno che il comune di Paese in provincia di Treviso ospita la più grande discarica d’amianto d’Europa. Lo smaltimento dell’amianto ha un costo superiore a 50 milioni di euro all’anno.
La discarica è stata autorizzata nel 2004 dalla provincia di Treviso senza la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) nonostante sia obbligatoria per tutte le nuove discariche e per i rinnovi di quelle vecchie.
La discarica ha una capacità di 460.000 metri cubi d’amianto e si trova a poche centinaia di metri da centri abitati.
Le fibre di amianto sono quasi invisibili, così sottili che ce ne vogliono 335.000 per fare il diametro di un capello, e causano il mesotelioma pleurico, altrimenti detto cancro ai polmoni.
L’incubazione può durare fino a 40 anni e il picco della mortalità è previsto tra il 2013 e il 2015.
Vista la situazione senza speranza della provincia di Treviso ne approfitterei per costruirvi qualche inceneritore e una discarica di scorie nucleari. Ovviamente senza la valutazione di impatto ambientale, come da tradizione locale.
Per gli altri cittadini un consiglio: se il vostro vicino ha un tetto d’amianto sul garage non denunciatelo.
Se lo fate, oltre a inalare polveri sottili all’atto della rimozione, le farete inalare a tutta l’Italia direttamente dal Tir diretto a Treviso.
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Una ragazza coraggiosa (una favola... ma non troppo) - Spalato
Postato da Grazia01 il Martedì, 21 marzo @ 13:36:23 CET (1205 letture)
Le poesie e i racconti di Spalato

Un giorno Perla si era svegliata presto, troppo presto, quasi nello stesso tempo in cui il sole ha aperto i suoi occhi. Una luce felpata entrava nella sua camera. Si sentiva l’allegro canto degli uccellini portato dalla brezza profumata. Perla era pensierosa, non si ricordava cosa aveva sognato ma sentiva che il sogno era piacevole. Sì, il sogno era piacevole ma tutto il resto com’ era? Era una ragazzina come tante altre, non tanto bella ma piacevole da guardare. Era piena di vita e aveva dei sogni nel cassetto. Sognava spesso di avere una sua famiglia con un Principe Azzurro o almeno un Cavaliere, non importava, era importante solo che Lui fosse buono di cuore com’era lei.
Gli amici l’aspettavano per andare al mare. Era un’estate calda, afosa e anche le ombre si nascondevano dal sole rovente. Di corsa avevano fatto quel pezzo di strada fino al mare. Il mare dormiva ancora e scintillava sotto i raggi del sole. Regnava un strano silenzio rotto solo dai canti delle cicale e dalle allegre risate dei ragazzi. Tutti si tuffarono nel mare. Non si accorsero che una ragazzina era rimasta seduta sullo scoglio con uno sguardo triste e pensieroso. Era un’amica nuova e non sapeva nuotare. Alla fine l’avevano convinta ad entrare in acqua. Camminava piano tutta impaurita e quando aveva cominciato a divertirsi con le piccole onde che le facevano il solletico un urlo terrorizzato le uscì dalla gola. Aveva perso il contatto con il fondo. Aveva messo il piede in una buca e presa dal panico stava annegando. Tutti la guardavano e aspettavano che si riprendesse. Solo Perla si era accorta della vera situazione. Vedeva il terrore negli occhi della ragazzina e con due bracciate si era avvicinata. Parlava con voce calma e tendeva la mano all’amica. Si era avvicinata ancora un po’ e si era trovata all’improvviso sott’acqua stretta dalle mani della amica. "Calma" ripeteva a se stessa Perla, "calma, non devi lasciarti prendere dal panico". Perla era sempre coraggiosa ma in quel momento cominciava ad avere paura. Con un ultimo sforzo era riuscita a spingere l’amica verso la costa e quella l’aveva lasciata alle sue spalle. Finalmente libera Perla poteva respirare. Nessuno aveva detto una parola per il suo coraggio. Perla non si sentiva un’eroina, Per lei era una cosa normale quello che aveva fatto.
Il tempo correva in fretta e un giorno Perla era diventata una giovane donna. La sua vita non era cambiata molto. I sogni nel cassetto erano rimasti gli stessi. Si sentiva tanto sola pur avendo tanti amici. Aveva fatto un lungo viaggio cercando il suo Principe. Finalmente, "eccolo, è lui" aveva detto Perla tutta contenta. Sembrava che Eros fosse l’uomo dei suoi sogni. Non era un bel uomo ma era tanto buono. Riempiva Perla di amore e la faceva sentire come una regina. Un giorno aveva portato Perla nel suo castello. "Che vita bella", pensava Perla, "ho tutto e anche un uomo che mi ama veramente". Non si era accorta che Eros aveva cominciato a cambiare il suo atteggiamento. Non si era accorta che stava vivendo in una gabbia d’oro. Non si era accorta che Eros era in realtà un Mostro.
Un giorno Perla si era svegliata presto, troppo presto, quasi nello stesso tempo in cui il sole ha aperto i suoi occhi. Una luce felpata entrava nella sua camera ma non si sentiva l’allegro canto degli uccellini portato dalla brezza profumata. La gabbia d’oro di Perla era chiusa a chiave. Il Mostro l’aveva fatta sua prigioniera, sua schiava. Più piccola si sentiva Perla, più grande si sentiva il Mostro. L’unica salvezza per Perla erano i ricordi, le fantasie e i sogni. Quelle cose il Mostro non poteva prenderle. Si ricordava spesso di un momento della sua vita. Era successo in una terra lontana. Si era sentito un grande boato e le fiamme alte si alzavano verso il cielo. Correvano tutti per aiutare a spegnere il fuoco ma si fermavano alla vista di una bombola di gas che fischiava minacciosa. Perla non aveva paura. Correva verso la bombola tra le grida della gente che voleva fermarla. Non c’era tempo da perdere. Era riuscita a chiudere la valvola e piano si era avvicinata alla porta dove era rimasta in silenzio. Sentiva l’applauso della gente ma per lei non era importante. Per lei era una cosa normale quello che aveva fatto. Era abituata a salvare tante vite. Ma chi salverà la sua?
In rari momenti Eros diceva: "Non lasciarmi, ti amo tanto e non posso vivere senza di te". Ma subito dopo il Mostro gridava: "Non lasciarmi, perderò tutti i miei poteri senza di te". Perla era tanto confusa. Voleva credere alle parole di Eros ma le parole del Mostro le rimbombavano sempre più spesso nella mente.
Un giorno Perla si era svegliata presto, troppo presto, quasi nello stesso tempo in cui il sole ha aperto i suoi occhi. Una luce felpata entrava nella sua camera. Si sentiva l’allegro canto degli uccellini in lontananza. "Posso raggiungerli?" pensava ad alta voce, "devo scappare, subito!"
"Non lasciarmi", sentiva la voce di Eros. "Non lasciarmi", sentiva la voce del Mostro. Ancora era indecisa. L’amore verso Eros la bloccava ma la voglia di libertà la spingeva avanti. "Lasciatemi in pace tutti e due", implorava piangendo. Si chiedeva dove fosse finito il suo coraggio. Anche quello le aveva rubato il Mostro?
"Corri, corri", ripeteva Perla vagando nella foresta buia, "la’ in fondo vedo una luce".
La gente racconta che Perla stia ancora vagando nella foresta buia ma adesso ha una lampada con se’. …Se il male non si può sconfiggere dal male si può scappare.


Spalato
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Una partita a scacchi - Spalato
Postato da Grazia01 il Martedì, 21 marzo @ 13:23:32 CET (1114 letture)
Le poesie e i racconti di Spalato

Mi fa tanto male il ginocchio. Sono a letto e sto piangendo. Vedo mia madre preoccupata.
“Come stai?” mi chiede.
“Ho tanto male e ho finito tutte le lacrime per piangere” rispondo.”Ho freddo”
Lei si allontana e io mi trovo in un posto pieno di colori. Sto correndo. Cammino sopra le nuvole e tutto è morbido. C’è uno strano silenzio e allo stesso tempo sento il canto degli uccelli e anche il rumore dei lavori che mia madre sta facendo. Tutto è enorme, non esistono le cose piccole. Le mie dita cono grosse e buffe e non riesco raccogliere un fiore. All’improvviso mi trovo davanti ad un albero di fico. I frutti maturi mi chiamano. Scavalco il muro di cemento e la rete spinata. Mi arrampico ma un ramo spezzato mi graffia la gamba.
Ricomincio a piangere e mia madre ricompare. Ho paura di dirle che mi sono arrampicata su un albero ma sono sicura che è colpa di quel ramo il dolore che ho.
È tanto bello dormire sopra una nuvola grossa e bianca. Tante stelle brillano attorno e la loro luce mi dà fastidio. Sento una mano fredda appoggiarsi sopra la mia fronte.
“Dov’è il termometro?” è la voce di mia madre ma mi sembra lontanissima.
Quella mano fredda mi fa perdere l’equilibrio e comincio a cadere. È un volo eterno ma non ho paura. Qualcuno mi alza il braccio e questo ferma la mia caduta. Sto nuotando adesso. Piccole onde mi cullano.
Ancora una volta qualcuno mi alza il braccio.
“Quanta febbre ha?”
“ 40”
Ma chi ha la febbre? Non importa, io sto correndo dietro le farfalle. Non ne ho viste mai così tante. I colori delle loro ali si fondono.
“Vado a chiamare il dottore”
Quella sembra la voce di mia madre. Ancora una volta uno strano silenzio mi avvolge. Tutti i rumori vengono da lontanissimo e sembrano avvolti nel cotone. Apro gli occhi e mi trovo a letto. Ma allora sono io malata?
Un cavallo bianco corre veloce e felice. Tutto si sposta, tutto corre. La giostra gira senza la musica. Io volo e dall’alto osservo tutto.
“Quanti anni ha la bambina?” chiede una voce molto profonda e maschile.
“ 12 “ risponde mia madre.
Anch’io ho 12 anni, ma di chi stanno parlando?
“Signora, è molto grave. Chiamo un’ambulanza per portare la bambina all’ospedale”
I fichi maturi mi chiamano e senza problema mi arrampico. Allungo una mano e all’improvviso cado in un buco nerissimo. In lontananza si sente la sirena dell’ambulanza.
Scacco matto ragazzina.


Spalato
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La prima tazzina di caffè
Postato da Grazia01 il Martedì, 21 marzo @ 13:03:34 CET (1974 letture)
Invenzioni e origini I

Sapete dove e quando è stata preparata in italia la prima tazzina di caffè ?

Nel 1683 a Venezia, in Piazza San Marco, sotto le Arcate della Procuratie, fu aperta la prima "bottega del caffè". Da allora nuove botteghe sorsero ovunque in città (nel 1763 se ne contavano 218!), divenendo luoghi di incontro per discutere di affari, per fare quattro chiacchiere.

La nuova usanza dilagò ben presto in tutta l'Italia: a Torino, Genova, Milano, Firenze e Roma sorsero caffè poi divenuti celebri e importanti centri culturali, punto di incontro di scrittori, politici e studiosi d'ogni tempo.

Anche i Francesi mostrarono di gradire molto la nuova bevanda: si dice che il celebre scrittore Balzac, arrivasse a berne cinquanta tazzine al giorno !
In Inghilterra il primo locale per la mescita del caffè fu aperto a Oxford.
Insomma, verso la metà del '700, in tutta l'Europa e in America già si beveva caffè.
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Riflessioni ° 3
Postato da Grazia01 il Martedì, 21 marzo @ 12:52:06 CET (1215 letture)
Pensieri, aforismi e citazioni I "La felicità non è fare tutto ciò che si vuole.
E' volere tutto ciò che si fa".
Nietzsche

"Ciò che è in basso è come ciò che è in alto,
e ciò che è in alto è come ciò che è in basso,
per compiere i miracoli della Cosa-Una (di una cosa sola)".
Ermete Trismegisto

Se dovessi pensare all'uomo come l'immagine di Dio,
non saprei che cosa pensare di Dio...
Konrad Lorenz

"Non è tanto importante quello che ci accade,
quanto il modo con cui vi reagiamo".
Hans Selye

"Tutto il mondo intero aspira alla libertà,
tuttavia ciascuna creatura è innamorata delle proprie catene.
Tale è il primo paradosso ed il nodo inestricabile
della nostra natura".
Aurobindo

"Per quanto una persona possa essere ornata di gioielli,
il cuore può tuttavia aver vinto i sensi.
La forma esteriore non costituisce la religione e non tocca la mente".
Buddha

"La mia felicità consiste nel sapere che provengo dal principio,
nel contemplare lo yin e lo yang,
nell'osservare il succedersi delle stagioni,
l'alternarsi del giorno e della notte,
e nel sapere che al principio farò ritorno".
Chuang-tzu

"Mentre discordavano sulla maniera con cui dovesse essere concepito
e venerato il nume, tutte le religioni convenivano
sul fatto di dover perseguitare, opprimere e distruggere
quelli che erano di religione diversa,
di dover vendicare con il risentimento più atroce
le offese, e di nutrir un odio implacabile
verso tutto il resto del genere umano"
G. Ortes

"Chi disse vox populi vox Dei,
o mirava ad imbrogliare le carte adulando il volgo,
o aveva di Dio un'idea molto infelice"
A. Gabelli

"Ma se i buoi, i cavalli e i leoni avessero le mani,
o potessero disegnare con le mani,
e fare opere come quelle degli uomini,
raffigurerebbero gli dei, il cavallo simili ai cavalli, il bue ai buoi,
e farebbero loro dei corpi come quelli che ha ciascuno di loro"
Senofane

"Se non conosci bene te stesso, come fai a conoscere un altro?
E quando conosci te stesso, tu sei l'altro."
Nisargadatta Maharaj

"Come fiamma più cresce più contesa dal vento,
ogni virtù, che il cielo esalta,
tanto più splende quant'è più offesa"
Michelangelo Buonarroti
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Riflessioni * 2
Postato da Grazia01 il Martedì, 21 marzo @ 12:46:50 CET (1405 letture)
Pensieri, aforismi e citazioni I "Noi creiamo il mondo che percepiamo, non perché non esiste realtà fuori dalla nostra mente, ma perché scegliamo e modifichiamo la realtà che vediamo in modo che si adegui alle nostre convinzioni sul mondo in cui viviamo. Si tratta di una funzione necessaria al nostro adattamento e alla nostra sopravvivenza".
Gregory Bateson

"Pensare è un'arte che s’impara come tutte le altre
e anche con maggiore difficoltà".
J.J. Rousseau

"Cos'è tutto questo affannarsi per il denaro,
e tormentarsi per questo mondo?
Hai mai visto qualcuno che sia vissuto eterno?
Questi uno o due soffi di vita che sono nel tuo corpo,
sono un imprestito:
a mo' d'imprestito bisogna vivere.
Omar Khayyàm

"Oh Grande Spirito,
concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare,
e la saggezza di capirne la differenza".
preghiera Cherokee

Hanno detto: "Da ogni parte c'è la luce di Dio".
Ma gridano gli uomini tutti: "Dov'è quella luce?".
L'ignaro guarda a ogni parte, a destra, a sinistra;
ma dice una Voce: "Guarda soltanto, senza destra e sinistra!".
Gialâl ad-Dîn Rûmî

"Chi sa non parla; chi parla non sa.
Confondendosi esteriormente con l’uomo comune,
l’uomo reale è al di là dell’onore e al di là del disprezzo:
per questo è ciò che di più alto vi è al mondo".
Lao-Tzû

"La religione è un'illusione, e deriva la sua forza
dal fatto che corrisponde ai nostri desideri istintuali"
S. Freud

"Una società di atei inventerebbe subito una religione"
H. de Balzac

"Quando c’è l’Amore voi non siete; quando voi siete non c’è l’Amore.
Quando c’è il sé non c’è Dio, quando il sé scompare c’è Dio".
Krishnamurti

"Che cosa è il nostro concetto di Dio
se non la personificazione dell'inconcepibile?"
G. C. Lichtenberg

"Gli stolti non si curano solo del dovere da compiere
o dello scopo che dovrebbero raggiungere, ma pensano a se stessi soltanto.
Ogni cosa è solo un piedistallo per la loro vanità".
Buddha

"Non c'è niente di più profondo di ciò che appare in superficie".
G. W. F. Hegel

Se esiste un uomo non violento,
perché non può esistere una famiglia non violenta?
E perché non un villaggio?
una città, un paese, un mondo non violento?
Gandhi
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Riflessioni * 1
Postato da Grazia01 il Martedì, 21 marzo @ 12:43:26 CET (1349 letture)
Pensieri, aforismi e citazioni I "La mia religione sta nel rispetto dell'altro da me,
nel credere che bisogna lasciare un segno di noi nel passaggio sulla terra
e sentire fino in fondo le proprie responsabilità terrene".
Francesca Sanvitale

"E' un peccato il non fare niente col pretesto che non possiamo fare tutto".
Winston Churchill

"Una volta che ti rendi conto che il mondo è una tua proiezione,
ne sei libero..."
Nisargadatta Maharaj

"Bisogna essere di mente aperta, ma non tanto da far cadere il cervello".
Piero Angela

"Perché si uccidono le persone che hanno ucciso altre persone?
Per dimostrare che le persone non si debbono uccidere?"
Norman Mailer

"La vita e la morte confluiscono in uno, e non c'è né evoluzione né destino;
soltanto essere".
Albert Einstein

Il pensiero si manifesta nella parola;
la parola si manifesta nell'atto;
l'atto si sviluppa in abitudine;
e l'abitudine si solidifica in carattere.
Sorveglia quindi con cura il pensiero e le sue strade,
e fa che esso sgorghi dall'amore
nato dalla premura per tutti gli esseri.
Buddha

"La nostra psiche è costituita in armonia con la struttura dell'universo,
e ciò che accade nel macrocosmo accade egualmente
negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell'anima".
Carl Gustav Jung

"Colui che conosce gli altri è sapiente;
colui che conosce se stesso è illuminato.
Colui che vince un altro è potente;
colui che vince se stesso è superiore".
Lao-Tzû

Un saggio disse ai suoi discepoli:
"spiegate questo mio gesto!" e gettò a terra il suo bastone.
Quelli andarono e tornarono da lui con mille spiegazioni,
ma nessuno lo accontentò.
I discepoli perplessi gli chiesero quale fosse allora la vera interpretazione:
il saggio prese il suo bastone e di nuovo lo gettò a terra.
Anonimo

"Non vi è nulla di nascosto che non debba essere rivelato.
Né cosa segreta che non venga alla luce".
Matteo, cap. X, v. 26 - Marco, cap. IV, v. 22
Luca, cap. VIII, v. 17 - cap. XII, v. 2

"È mondanità quando si abbandona il mondo,
ma interiormente si è parte di quel mondo di invidia, cupidigia, paura;
si accetta l’autorità e la divisione fra colui che sa e colui che non sa".
Krishnamurti

"Tutte le cose erano insieme;
poi venne la mente e le dispose in ordine".
Anassagora

"Sulle ginocchia dei genitori eri un neonato che piangeva,
mentre tutti intorno a te sorridevano.
Vivi, dunque, affinché scivolando nel tuo ultimo lungo sonno,
tu possa sorridere mentre tutti intorno a te piangeranno".
Hafiz

"La scienza ha radici nell'immanente,
ma porta l'uomo verso il trascendente".
Papa Giovanni Paolo II (1920 - 2005)
Frase incisa sul lucernario della Basilica di S. Maria degli Angeli e dei Martiri
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Padre, se anche tu non fossi il mio -Camillo Sbarbaro
Postato da Grazia01 il Martedì, 21 marzo @ 10:20:39 CET (9894 letture)
Poesie generiche Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t'amerei.
Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno
Che la prima viola sull'opposto
Muro scopristi dalla tua finestra
E ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
Di casa uscisti e l'appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell'altra volta mi ricordo
Che la sorella mia piccola ancora
Per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
Dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l'attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l'avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t'amerei.

Camillo Sbarbaro
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Distrazione di Luigi Pirandello
Postato da Grazia01 il Lunedì, 20 marzo @ 22:35:44 CET (2949 letture)
Racconti e poesie di Pirandello Nero tra il baglior polverulento d'un sole d'agosto che non dava respiro, un carro funebre di terza classe si fermò davanti al portone accostato d'una casa nuova d'una delle tante vie nuove di Roma, nel quartiere dei Prati di Castello. Potevano esser le tre del pomeriggio.
Tutte quelle case nuove, per la maggior parte non ancora abitate, pareva guardassero coi vani delle finestre sguarnite quel carro nero.
Fatte da così poco apposta per accogliere la vita, invece della vita - ecco qua - la morte vedevano, che veniva a far preda giusto lì.
Prima della vita, la morte.
E se n'era venuto lentamente, a passo, quel carro. Il cocchiere, che cascava a pezzi dal sonno, con la tuba spelacchiata, buttata a sghembo sul naso, e un piede sul parafango davanti, al primo portone che gli era parso accostato in segno di lutto, aveva dato una stratta alle briglie, l'arresto al manubrio della martinicca, e s'era sdraiato a dormire più comodamente su la cassetta.
Dalla porta dell'unica bottega della via s'affacciò, scostando la tenda di traliccio, unta e sgualcita, un omaccio spettorato, sudato, sanguigno, con le maniche della camicia rimboccate su le braccia pelose.
- Ps!- chiamò, rivolto al cocchiere. - Ahò! Più là...
Il cocchiere reclinò il capo per guardar di sotto la falda della tuba posata sul naso; allentò il freno; scosse le briglie sul dorso dei cavalli e passò avanti alla drogheria, senza dir nulla.
Qua o là, per lui, era lo stesso.
E davanti al portone, anch'esso accostato della casa più in là, si fermò e riprese a dormire.
- Somaro! - borbottò il droghiere, scrollando le spalle. - Non s'accorge che tutti i portoni a quest'ora sono accostati. Dev'essere nuovo del mestiere.
Così era veramente. E non gli piaceva per nientissimo affatto, quel mestiere, a Scalabrino. Ma aveva fatto il portinaio, e aveva litigato prima con tutti gl'inquilini e poi col padron di casa; il sagrestano a San Rocco, e aveva litigato col parroco; s'era messo per vetturino di piazza e aveva litigato con tutti i padroni di rimessa, fino a tre giorni fa. Ora, non trovando di meglio in quella stagionaccia morta, s'era allogato in una Impresa di pompe funebri. Avrebbe litigato pure con questa - lo sapeva sicuro - perché le cose storte, lui, non le poteva soffrire. E poi era disgraziato, ecco. Bastava vederlo. Le spalle in capo; gli occhi a sportello; la faccia gialla, come di cera, e il naso rosso. Perché rosso, il naso? Perché tutti lo prendessero per ubriacone; quando lui neppure lo sapeva che sapore avesse il vino.
- Puh!
Ne aveva fino alla gola, di quella vitaccia porca. E un giorno o l'altro, l'ultima litigata per bene l'avrebbe fatta con l'acqua del fiume, e buona notte.
Per ora là, mangiato dalle mosche e dalla noia, sotto la vampa cocente del sole, ad aspettar quel primo carico. Il morto.
O non gli sbucò, dopo una buona mezz'ora, da un altro portone in fondo, dall'altro lato della via?
- Te possino... (al morto) - esclamò tra i denti, accorrendo col carro, mentre i becchini, ansimanti sotto il peso d'una misera bara vestita di mussolo nero, filettata agli orli di fettuccia bianca, sacravano e protestavano:
- Te possino... (a lui) - Te pij n'accidente - 0 ch'er nummero der portone non te l'aveveno dato?
Scalabrino fece la voltata senza fiatare; aspettò che quelli aprissero lo sportello e introducessero il carico nel carro.
- Tira via!
E si mosse, lentamente, a passo, com'era venuto: ancora col piede alzato sul parafango davanti e la tuba sul naso.
Il carro, nudo. Non un nastro, non un fiore.
Dietro, una sola accompagnatrice.
Andava costei con un velo nero trapunto, da messa, calato sul volto; indossava una veste scura, di mussolo rasato, a fiorellini gialli, e un ombrellino chiaro aveva, sgargiante sotto il sole, aperto e appoggiato su la spalla.
Accompagnava il morto, ma si riparava dal sole con l'ombrellino. E teneva il capo basso, quasi più per vergogna che per afflizione.
- Buon passeggio, ah Rosi'! - le gridò dietro il droghiere scamiciato, che s'era fatto di nuovo alla porta della bottega. E accompagnò il saluto con un riso sguaiato, scrollando il capo.
L'accompagnatrice si voltò a guardarlo attraverso il velo; alzò la mano col mezzo guanto di filo per fargli un cenno di saluto, poi l'abbassò per riprendersi di dietro la veste, e mostrò le scarpe scalcagnate. Aveva però i mezzi guanti di filo e l'ombrellino, lei.
- Povero sor Bernardo, come un cane, - disse forte qualcuno dalla finestra d'una casa.
Il droghiere guardò in su, seguitando a scrollare il capo.
- Un professore, con la sola servaccia dietro... - gridò un'altra voce, di vecchia, da un'altra finestra.
Nel sole, quelle voci dall'alto sonavano nel silenzio della strada deserta, strane.
Prima di svoltare, Scalabrino pensò di proporre all'accompagnatrice di pigliare a nolo una vettura per far più presto, già che nessun cane era venuto a far coda a quel mortorio.
- Con questo sole... a quest'ora...
Rosina scosse il capo sotto il velo. Aveva fatto giuramento, lei, che avrebbe accompagnato a piedi il padrone fino all'imboccatura di via San Lorenzo.
- Ma che ti vede il padrone?
Niente! Giuramento. La vettura, se mai, l'avrebbe presa, lassù, fino a Campoverano.
- E se te la pago io? - insistette Scalabrino.
Niente. Giuramento.
Scalabrino masticò sotto la tuba un'altra imprecazione e seguitò a passo, prima per il ponte Cavour, poi per Via Tomacelli e per Via Condotti e per Piazza di Spagna e Via Due Macelli e Capo le Case e Via Sistina.
Fin qui, tanto o quanto, si tenne su, sveglio, per scansare le altre vetture, i tram elettrici e le automobili, considerando che a quel mortorio lì nessuno avrebbe fatto largo e portato rispetto.
Ma quando, attraversata sempre a passo Piazza Barberini, imboccò l'erta via di San Niccolò da Tolentino, rialzò il piede sul parafango, si calò di nuovo la tuba sul naso e si riaccomodò a dormire.
I cavalli, tanto, sapevano la via.
I rari passanti si fermavano e si voltavano a mirare, tra stupiti e indignati. Il sonno del cocchiere su la cassetta e il sonno del morto dentro il carro: freddo e nel buio, quello del morto; caldo e nel sole, quello del cocchiere; e poi quell'unica accompagnatrice con l'ombrellino chiaro e il velo nero abbassato sul volto: tutto l'insieme di quel mortorio, insomma, così zitto zitto e solo solo, a quell'ora, bruciata, faceva proprio cader le braccia.
Non era il modo, quello, d'andarsene all'altro mondo! Scelti male il giorno, l'ora, la stagione. Pareva che quel morto lì avesse sdegnato di dare alla morte una conveniente serietà. Irritava. Quasi quasi aveva ragione il cocchiere che se la dormiva.
E così avesse seguitato a dormire Scalabrino fino al principio di Via San Lorenzo! Ma i cavalli, appena superata l'erta, svoltando per Via Volturno, pensarono bene d'avanzare un po' il passo; e Scalabrino si destò.
Ora, destarsi, veder fermo sul marciapiedi a sinistra un signore allampanato, barbuto, con grossi occhiali neri, stremenzito in un abito grigio, sorcigno, e sentirsi arrivare in faccia, su la tuba, un grosso involto, fu tutt'uno!
Prima che Scalabrino avesse tempo di riaversi, quel signore s'era buttato innanzi ai cavalli, li aveva fermati e, avventando gesti minacciosi, quasi volesse scagliar le mani, non avendo più altro da scagliare, urlava, sbraitava:
- A me? a me? mascalzone! canaglia! manigoldo! a un padre di famiglia? a un padre di otto figliuoli? manigoldo! farabutto!
Tutta la gente che si trovava a passare per via e tutti i bottegai e gli avventori s'affollarono di corsa attorno al carro e tutti gl'inquilini delle case vicine s'affacciarono alle finestre, e altri curiosi accorsero, al clamore, dalle prossime vie, i quali, non riuscendo a sapere che cosa fosse accaduto, smaniavano, accostandosi a questo e a quello, e si drizzavano su la punta dei piedi.
- Ma che è stato?
- Uhm... pare che... dice che... non so!
- Ma c'è il morto?
- Dove?
- Nel carro, c'è?
- Uhm!... Chi è morto?
- Gli pigliano la contravvenzione!
- Al morto?
- Al cocchiere...
- E perché?
- Mah!... pare che... dice che...
Il signore grigio allampanato seguitava intanto a sbraitare presso la vetrata d'un caffè, dove lo avevano trascinato; reclamava l'involto scagliato contro il cocchiere; ma non s'arrivava ancora a comprendere perché glielo avesse scagliato. Sul carro, il cocchiere cadaverico, con gli occhi miopi strizzati, si rimetteva in sesto la tuba e rispondeva alla guardia di città che, tra la calca e lo schiamazzo, prendeva appunti su un taccuino.
Alla fine il carro si mosse tra la folla che gli fece largo, vociando; ma, come apparve di nuovo, sotto l'ombrellino chiaro, col velo nero abbassato sul volto, quell'unica accompagnatrice- silenzio. Solo qualche monellaccio fischiò.
Che era insomma accaduto?
Niente. Una piccola distrazione. Vetturino di piazza fino a tre giorni fa, Scalabrino, stordito dal sole, svegliato di soprassalto, s'era scordato di trovarsi su un carro funebre: gli era parso d'essere ancora su la cassetta d'una botticella e, avvezzo com'era ormai da tanti anni a invitar la gente per via a servirsi del suo legno, vedendosi guardato da quel signore sorcigno fermo lì sul marciapiede, gli aveva fatto segno col dito, se voleva montare.
E quel signore, per un piccolo segno, tutto quel baccano...


Luigi Pirandello
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Il treno ha fischiato di Luigi Pirandello
Postato da Grazia01 il Lunedì, 20 marzo @ 22:25:50 CET (12564 letture)
Racconti e poesie di Pirandello Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d'un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s'era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt'intorno.
S'era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s'allontanava nella notte.
C'era, ah! c'era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c'era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s'avviava... Firenze, Bologna, Torino, Venezia... tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui!. E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr'egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato più! Il mondo s'era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell'arida, ispida angustia della sua computisteria... Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. L'attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l'immaginazione d'improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari... Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. C'erano, mentr'egli qua viveva questa vita «impossibile», tanti e tanti milioni d'uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch'egli qua soffriva, c'erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti
Sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva così... c'erano gli oceani... le foreste...
E, dunque, lui - ora che il mondo gli era rientrato nello spirito - poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l'immaginazione una boccata d'aria nel mondo.
Gli bastava!
Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S'era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d'un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa aria, lo sentiva.
Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo-ufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capo-ufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l'altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia... oppure... nelle foreste del Congo:
- Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato...


Luigi Pirandello
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